28 Settembre 2022 - 08:16

Fiasco (Alea): “La reiterazione è la struttura fondamentale dell’attuale business del gioco d’azzardo”

“La legge del Piemonte, dicono i clinici, avendo contratto l’area della dipendenza, ha contratto anche l’area della domanda che si rivolge ai canali illegali”

02 Agosto 2022

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L’espansione del commercio del gioco d’azzardo nei Paesi ultraliberisti è molto più contenuta rispetto ai Paesi dove prevale l’istituto del monopolio statale”.

Lo afferma il prof. Maurizio Fiasco, rappresentante di ALEA – Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio nell’audizione tenuta lo scorso aprile presso la Commissione di inchiesta sul gioco illegale e sulle disfunzioni del gioco pubblico che ha recentemente pubblicato il resoconto integrale.



“Dalla delibera istitutiva della Commissione di inchiesta monocamerale – spiega Fiasco – abbiamo compreso che si punti ad una reductio ad unum, cioè ad una visione unitaria, d’insieme, di un fenomeno, di un comportamento, di un complesso di scelte istituzionali, di profili economici, giuridici e via dicendo, che sono tra loro correlati. Mi pare di aver inteso dalla delibera istitutiva che si voglia verificare l’efficacia della regolazione, che poi va aggettivata: regolazione sociale, regolazione sugli aspetti sanitari, regolazione per quanto riguarda la compatibilità con le ragioni di sicurezza e di salute pubblica. Mi pare che si voglia verificare quale sia il funzionamento effettivo dell’istituto della concessione, particolarità, in materia di giochi d’azzardo, del nostro e di altri Paesi, che si distingue ampiamente, anche per i profili di responsabilità civile, dall’istituto della licenza.

La concessione pone al riparo il concessionario dalle conseguenze anche sociali, sanitarie, personali, che il congegno stesso della concessione potrebbe avere. Facciamo un esempio: in Paesi dove le ricerche sulla clinica sono molto avanzate, come quelli anglosassoni, non si prevedono né il monopolio statale né la concessione, ma la licenza. La licenza responsabilizza direttamente l’impresa titolare autorizzata a svolgere un’attività for business per tutti gli aspetti che riguardano la persona, la salute, e via dicendo; talché se da un’attività for business si genera un danno o un costo a terzi, questo costo e questo danno devono essere interamente sussunti nel progetto d’impresa. Risultato: l’espansione del commercio del gioco d’azzardo nei Paesi ultraliberisti è molto più contenuta rispetto ai Paesi dove prevale l’istituto del monopolio statale.

Questi cenni, convergono su un punto, di carattere epistemologico, cioè di fondazione di una visione scientifica che riguarda l’assieme dei problemi collegati al gioco d’azzardo. Mi riferisco sia al gioco d’azzardo dotato di una regolare concessione o licenza, sia al gioco d’azzardo praticato in forma interamente illegale, sia ad un terzo profilo del gioco d’azzardo che possiamo chiamare “gioco grigio”, un gioco cioè che dal lato dell’utente, del cliente, si presenta come un gioco formalmente autorizzato ma di cui, attraverso artifizi, sono state manipolate le condizioni di fornitura: talché la forma dal lato del cliente appare lecita, ma la manipolazione la configura come una illegalità.

Quindi, parliamo di un gioco d’azzardo interamente illegale perché praticato clandestinamente, di un gioco d’azzardo autorizzato ovvero di un gioco d’azzardo in concessione.

Vi sono rapporti fra queste tre tipologie che ci costringono a non fare uso di un modello di interpretazione a canne d’organo – la salute, la sicurezza, il fisco, l’economia, gli aspetti giuridici, e via dicendo – ma a dotarci di una visione sistemica che può raffigurarsi come un prisma: una figura della geometria solida composta di varie facce, ciascuna delle quali è connessa alle altre e così si determina l’assieme della figura. Cosa significa questo anche dal punto di vista degli specialisti? Siamo nel campo della fortuna, del caso, dell’indeterminato, ma non c’è dettaglio di questa costruzione che sia affidato alla proiezione puramente naturale.

Le parole cui si ricorre per individuarlo, i concetti che si usano per l’analisi economica, i riferimenti che si impiegano per l’analisi clinica: tutto questo avvicina o allontana dalla comprensione del fenomeno, ivi compreso il profilo stesso della dipendenza, anzi di una particolarità della dipendenza. Questo perché anche nell’attività che svolgono i clinici – per venire qui ne ho ascoltati, e porterò qualche dato di loro provenienza – non è ininfluente se all’esterno del setting terapeutico i messaggi sono univoci o invece si pongono, per così dire, come doppi messaggi.

Anche gli aspetti istituzionali sono quindi assolutamente importanti perché si rovesciano nel messaggio, nel programma, nell’approccio terapeutico che lo specialista sta cercando di utilizzare in funzione di un recupero della persona stessa.

Il gioco d’azzardo di cui parliamo oggi, del resto, non è quello di fine Ottocento, che si praticava nelle località termali, nei casinò arredati con gli specchi e con intorno il corredo iconografico affascinante: è un gioco d’azzardo industriale, costruito con un business plan moderno. Si basa su tecniche di marketing che tendono a catturare, a coinvolgere, fasce di consumatori per ciascuna delle quali viene tracciato un profilo: per esempio, secondo la composizione anagrafica, la condizione sociale-reddituale, la differenza di genere. Si utilizzano, così, un complesso di discipline scientifiche che vanno a definire socialmente un oggetto.

Si tratta di una vera e propria costruzione, e perciò, non tenendone conto, non si afferra la questione. Come possiamo definire allora il gioco d’azzardo attuale, con i 111 miliardi di euro di flusso di transazioni, o di puntate di denaro, che sono state registrate lo scorso anno?

“Flusso di transazioni”: sarebbe più corretto chiamarlo così, l’ammontare del denaro giocato, che non “raccolta”: perché “raccogliere” dà l’idea del formarsi di un montepremi che poi viene redistribuito dalla fortuna, dal caso, a seconda dell’esito degli eventi. Questo è vero per alcune tipologie tradizionali che sono sopravvissute – il Totocalcio oppure il Superenalotto, che è una tipologia moderna – ma per l’assieme dei 51 tipi di giochi che sono attualmente disponibili come offerta articolata, agiscono gli algoritmi, talché le proporzioni dei premi, le combinazioni dei risultati sono assolutamente prefissate: viene stabilito un margine, cioè una quota che è trattenuta – e che poi si ripartisce tra la “filiera dei concessionari” e la filiera dello Stato, anzi è destinata al pubblico erario – e un’altra quota che viene riversata nel montepremi.

Ma non c’è una raccolta in senso stretto, bensì l’acquisto di una possibilità di ottenere una ricompensa dal caso; un caso ovviamente non assoluto, ma condizionato dalla struttura dei 51 differenti tipi di gioco. Quindi, un gioco d’azzardo industriale, che permette di superare il limite fisico della “sazietà” del consumo di un bene.

Sostanzialmente la curva delle entrate erariali e anche quella dei ricavi dell’industria privata rimangono stabili, ferme, non crescendo in proporzione all’aumentare del flusso: perché per ottenere le stesse quantità assolute di margine si deve contrastare quella che Leon Walras chiamava la caduta delle utilità marginali, nel nostro caso il declino della percentuale che va a remunerare sia lo Stato sia il privato investitore. Questa operazione implica l’allargamento del consumo, quindi l’arruolamento di una popolazione di consumatori sempre più ampia, per poter compensare con le quantità assolute la caduta drammatica dei margini relativi.

Per fare un esempio, nel 2000, quando in Italia, ai prezzi attuali, ci fu un flusso di gioco pari a 11 miliardi di euro – un decimo di quello del 2021 – il margine relativo per lo Stato era pari al 38 per cento. Adesso siamo intorno al 7 per cento (anno 2021) ma normalmente ci si attesta sul 10-10,5 per cento e poco più.

Vediamo ora i grafici degli ultimi sette anni. La colonnina blu dell’anno 2021 supera di poco quella del 2019, ma notiamo che le colonnine che riguardano i ricavi erariali e quelli dei concessionari sono scese; quindi, a parità di volume di giocato del 2019 il saldo, per la parte che “non gioca” ma che “ricava dal gioco”, è un saldo decisamente di svantaggio.

I ricavi erariali del 2021, a parità di quella che viene chiamata la raccolta, diciamo a parità di flusso di giocato, sono decisamente più bassi. E perché sono decisamente più bassi? Per la forte prevalenza dei giochi online, che la slide descrive in maniera molto netta.

Questa marcata prevalenza, che già il collega economista in una scorsa audizione aveva esposto, genera un effetto paradossale: in sostanza, per ottenere delle quantità rilevanti di margine bisogna aumentare il volume assoluto dei flussi.

Ma se aumenta il volume dei flussi, le proporzioni tra ricavi erariali e ricavi dell’industria si rovesciano: per ogni euro che viene trattenuto dallo Stato ci sono 2,5 o addirittura 3 euro che vengono trattenuti dalla filiera delle concessioni. E questo è un problema che rende anche molto difficile la riduzione delle frequenze dei giochi.

Passerò fra poco agli aspetti della clinica, che si pongono di riflesso da questi numeri, ma già qui emerge un grosso problema, per usare un’espressione più appropriata, di cyber-sicurezza nazionale, perché un flusso di 67 miliardi di euro di transazioni online pone un problema non solo di sicurezza pubblica, ma anche di gestione di queste reti.

Con il passaggio al gioco digitale l’ampiezza dei consumatori si vada espandendo di molto. L’alta frequenza del susseguirsi delle puntate consente di prolungare il trattenimento della persona nel gioco. In sostanza, mentre nel gioco fisico la struttura dell’impianto porta all’esaurimento del budget del consumatore in 4, massimo 5 turni di gioco, nel gioco digitale complessivamente considerato – perché poi ci sono diverse specificazioni al suo interno – occorrono circa 20 turni per esaurire quello stesso budget. Quindi, la reiterazione è la struttura fondamentale di questo nuovo e tecnologicamente molto avanzato tipo di approccio al gioco.

Tutto ciò determina un paradosso che poi ricade sulla clinica: significa, infatti, che occorrono più outcome e si hanno meno income; si hanno più produzioni, più risultati, più estensione del consumo, ma si hanno quantità decrescenti di reddito per entrambe le parti.

Nel passaggio all’online nelle Regioni più sviluppate, dove la dimestichezza con gli strumenti digitali, grazie anche all’alfabetizzazione di massa che si è avuta nella tragedia della pandemia, ormai è un dato consolidato, troviamo che, per esempio, in rapporto alla popolazione ma anche in cifre assolute, i conti attivi della Lombardia sono di gran lunga inferiori a quelli della Campania che pure ha una popolazione pari alla metà – arrotondiamo – della Lombardia stessa. Quindi appare un dualismo strano: nel gioco online il Mezzogiorno povero – e con ciò ci avviciniamo alla questione sociale – è molto più proiettato del Settentrione avanzato, del Settentrione industrializzato, che però genera la maggior quota di PIL nazionale. Questo ci pone il quesito relativo all’impatto sociale, alle conseguenze sulla persona, di questa progressione avvenuta a tappe forzate.

Passiamo quindi alla clinica.

Si accennava al riconoscimento pubblico delle patologie correlate al gioco d’azzardo, che avviene nel 2012. Ne deriva il piano pluriennale sanitario per il Gioco d’azzardo patologico, come all’epoca è denominata la dipendenza correlata all’azzardo. Nell’anno 2017, con DPCM di aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza, viene sancita definitivamente l’obbligatorietà per lo Stato di prevedere un sistema di cura, e si avviano dei piani regionali. Permane però – come mette in evidenza la deliberazione del 30 dicembre 2021 della Corte dei conti che ha inviato una relazione al Parlamento – un ritardo nell’inserimento dei dati epidemiologici nel Sistema informativo nazionale delle dipendenze (SIND), che rileva i casi che sono in carico presso il Servizio sanitario nazionale o presso i servizi accreditati dallo Stato. È un adempimento statistico che tarda ad arrivare, e lo stesso magistrato estensore della deliberazione della Corte dei conti lo fa notare.

L’ultima rilevazione, molto empirica, che ci consente di superare questo gap, proviene dall’Istituto superiore di sanità che nel 2018 fornisce un’immagine epidemiologica abbastanza importante: ci dice, infatti, che l’esperienza di gioco riguarda circa 18 milioni e mezzo di adulti e circa 700.000 minori.

Ma veniamo al punto che ci interessa, dove dall’economia si passa all’epidemiologia: di questi 18 milioni e mezzo di persone adulte, l’Istituto superiore di sanità ne seleziona circa 5,1 milioni – ai dati del 2018, che andrebbero ora aggiornati con il passaggio massiccio all’online – di giocatori abitudinari; all’interno del sottoinsieme degli abitudinari, l’indagine seleziona 1 milione e mezzo di giocatori problematici. L’aspetto importante di questa rilevazione epidemiologica è che l’80 per cento del consumo – nel 2018 si aggirava attorno ai 100 miliardi di euro, in termini di consumo lordo, non di spesa netta, da dove si possono ricavare ovviamente le normali proporzioni – era imputabile a questo sottoinsieme di giocatori abitudinari, al cui interno si colloca poi l’ulteriore sottoinsieme dato dai problematici. “Problematici” è un’espressione che nella lingua italiana sembra indicare un problema teorico, logico, ma nella lingua inglese significa non una question, ma un problema, cioè qualcosa di strutturale e di importante. Questa immagine, quindi, ci restituisce un comportamento sociale all’interno del quale viene a collocarsi la patologia. Come si stabilisce allora il cut off, cioè la soglia tra il ludico e il patologico? Si fissa con l’ammontare del denaro impiegato e, ancor più congruamente, con il tempo sociale di vita usato, per l’appunto dal 20 per cento degli abitudinari e in particolare dal milione e mezzo di problematici.

Arriviamo ad un paradigma: come si forma l’utenza per i servizi di presa in carico della persona con disturbo da gioco d’azzardo, o con gioco problematico, o con un disturbo lieve, o con un disturbo pronunciato, o con un disturbo estremo? Come si forma questa domanda di cura? Tutti gli operatori delle dipendenze sono consapevoli come la soglia di accesso ai servizi che prendono in carico la sofferenza della persona è molto alta, ed è normalmente difficile da valicare da parte della persona: essa dovrebbe riconoscere la sua patologia, apprendere le procedure per evitare lo stigma della patologia che gli viene imputata, essere informato e seguire le procedure di accesso, per quindi incontrare un sistema di cura personalizzato: che riguardi lui, il suo gruppo familiare e le relazioni primarie, e poi lo segua nel tempo. Si pone si conseguenza il problema di diversificazione della gamma e di localizzazione dell’offerta di terapie, compreso anche un problema (solo all’apparenza semplice) di orari degli accessi. Ecco, dunque, le ragioni che rendono difficoltoso l’inserimento della specifica voce “disturbo da gioco d’azzardo” nel Sistema nazionale informativo sulle dipendenze (SIND). Il processo di richiesta di aiuto è fortemente influenzato dai servizi che sono a disposizione.

L’ultima rilevazione è stata condotta dal Dipartimento delle politiche antidroga nel 2011, quindi prima del decreto Balduzzi. In seguito, non vi sono state altre rilevazioni dirette, condotte dalle autorità sanitarie con mail, con fonogrammi – non so se si usassero ancora – o altro. Peraltro, ben sette Regioni su 20 non vi avevano partecipato. Ma già allora, pur non essendo le specifiche terapie inserite nel set delle offerte di trattamento dei SERD (servizi territoriali per le dipendenze), sulle sole 13 Regioni, risultavano 4.500 persone in trattamento. Per avviare il trattamento – piccolo inciso – esso doveva risultare correlato con una patologia primaria, da documentare, per evitare per esempio il pagamento del ticket. Nei primi anni di questo secolo, intorno al 2005-2006, ho seguito la formazione delle ASL della Toscana: per poter curare le persone affette da patologia di gioco d’azzardo le aziende dovevano certificare l’evidenza anche un’altra patologia, riscontrata come patologia primaria – per esempio, tabagismo o alcolismo – per poter poi procedere a trattare la dipendenza da gioco d’azzardo.

L’ultima rilevazione di dati nazionale, ripeto, risale al 2011; in compenso abbiamo ricevuto il preziosissimo materiale dell’Istituto superiore di sanità per l’anno 2018. Nel prepararmi all’audizione di oggi, ho interpellato alcuni colleghi – avevo tre giorni di tempo – e vi riporto gli elementi aggiornati che mi hanno riferito, che dunque essi mettono a disposizione di questa Commissione. I colleghi dell’Umbria riferiscono questa progressione: nel 2019 avevano in trattamento 556 persone; nel 2020, a causa delle restrizioni ai movimenti delle persone, si è scesi a 434; si è passati a 647casi nel 2021. La ASL della Marca Trevigiana ha in cura, nell’anno 2020, 1.073 pazienti; dalla Provincia di Piacenza durante il lockdown hanno risposto al SERD, che li ha ascoltati circa la loro condizione nel confinamento a casa, hanno dichiarato una sostanziale attenuazione della pressione, ovvero della compulsività, della dipendenza. Nell’Emilia Romagna alla vigilia della pandemia risultavano in trattamento 1.724 persone. Sono esempi limitati eppure significativi. Quanto alle cure prestate da privati professionisti della Salute (non censiti dalle Regioni) per esempio nella sola Provincia di Udine un singolo terapeuta ha ascoltato lo 0,5 per cento della popolazione adulta della sua provincia. Questo dato, pur così limitato, cosa esprime? Significa che c’è una domanda silente di presa in carico terapeutica, che di conseguenza esiste un potenziale di bisogno molto esteso. È la conferma del teorema delle proporzioni definite, rapportabile all’entità della popolazione consumatrice, a quel sottoinsieme di giocatori abitudinari e di giocatori problematici che l’Istituto superiore di sanità aveva individuato. Per intercettare questo bisogno inespresso, trasformandolo in domanda che effettivamente sia presa in carico dai servizi, occorre una strategia di promozione della salute e dell’offerta terapeutica. Promozione che attualmente sta prendendo le mosse con molta difficoltà e lentezza. Questo ci fa comprendere come le politiche istituzionali, le politiche di salute pubblica abbiano un loro focus convergente nell’ordinamento, laddove sancisce la salute come diritto fondamentale e inalienabile del cittadino” conclude Fiasco.

 


 

“Per quanto riguarda l’illegalità – risponde il rappresentante di Alea ai commissari -, ovviamente c’è una documentazione che un po’ esula dalla presa in carico terapeutica. Posso riferire, però, che nella carriera di ogni giocatore patologico c’è l’esperienza di un contatto o con la criminalità comune sul territorio, per esempio per rifornirsi di denaro, o addirittura con la criminalità organizzata. Il binario che viene seguito dal giocatore patologico è doppio: da una parte vi è l’accesso costante all’offerta garantita da una legalizzazione, da una concessione che fissa anche gli obblighi per chi distribuisce il gioco, ma contemporaneamente egli prosegue l’esperienza nella sfera illegale. Le ragioni sono di tipo sistemico, nel formarsi di una domanda continua che occupa larga parte della giornata, e di un’abitudine che giunge fino al saturarsi delle opportunità di gioco restando solo nella sfera legale, e quindi al traboccare in quella illegale. È come quell’incessante bisogno di bere senza mai spegnere la sete, che è tipico della dipendenza di un alcolista (egli beve non per gustare il sapore). Non si verifica un effetto sostitutivo, o quanto meno è molto parziale, ma si attiva l’interazione sistemica vera e propria. Infine, va rilevato l’effetto criminogeno nella persona stessa dell’abuso del gioco d’azzardo. Nella letteratura internazionale, come anche nelle testimonianze e nelle anamnesi eseguite nei centri di cura, risulta la violazione di leggi sotto forma di appropriazioni indebite, di furti, di infedeltà in azienda, e altre cose di questo genere nella quasi totalità dei giocatori patologici. Per contro, va menzionato un aspetto molto interessante: di solito i datori di lavoro, davanti ad un loro dipendente che ha commesso dei reati nei riguardi dell’azienda perché sotto la pressione di questa dipendenza, sono disponibili, nella loro maggioranza, a non proseguire nell’azione penale: purché la persona si sottoponga a una terapia.

Per la criminalità in azione sul territorio, l’effetto delle patologie di gioco ha creato delle utilità marginali, di due tipi. In primo luogo, la criminalità approfitta dell’impossibilità di regolazione di flussi monetari di tal volume. Nello scenario del gioco d’azzardo online i 63 miliardi di euro registrati nel 2021 corrispondono a miliardi di operazioni che fluiscono nel web. Appare chiaro come occorra un settore della cyber-sicurezza che si dedichi a questo tema, perché può verificarsi di tutto. Inoltre, esistono modalità di uso illegale di strumenti pur legali: pensiamo ad esempio alle scommesse tra privati, tema che viene poco inquadrato. In Italia ne sono state compiute lo scorso anno per circa 2,2 miliardi, in termini di valore: scommesse tra privati intermediate da una piattaforma. Il ricavato per lo Stato è lo 0,97 per mille del volume del giocato, mentre la somma per il concessionario privato è due volte tanto. È evidente che attraverso lo strumento delle scommesse tra privati possono avvenire delle transazioni importanti che possono sfuggire.

La questione della regolazione sul territorio e l’effetto criminogeno o di incentivazione all’offerta illegale che una misura di questo genere può avere: le sole evidenze empiriche che abbiamo sono anche in questo caso delle evidenze qualitative, che dimostrano che soltanto un giocatore su dieci affetto da una patologia severa è disposto a impiegare più di 30 minuti per raggiungere un punto di gioco qualora quello abitualmente frequentato gli fosse interdetto. Quindi le misure dal punto di vista sociale sono per tabulas piuttosto evidenti, come anche in letteratura. Penso per esempio agli studi dello statunitense Simon Hakim che ha mostrato gli effetti sul territorio della distribuzione dei punti di gioco: più quest’ultima è densa e più una serie di fenomeni si correlano. Certamente c’è un effetto sui vari segmenti della criminalità: da un lato una criminalità non inquadrata in associazioni (pensiamo a tutto il mondo dei prestatori di soldi piazzati vicino ai punti dove si gioca); da un altro lato esiste una criminalità associata. Infine, agisce una criminalità inserita nella manipolazione di tutto il processo: proposta di contratti al gestore, comprensiva di manomissione e manutenzione delle apparecchiature, di schermatura dei punti di gioco con insegne apparentemente legali per poi switchare su piattaforme illegali. Un settore di particolare importanza per dimensioni.

Sulle normative comunali e regionali si è formata una giurisprudenza delle magistrature superiori, in primo luogo del Consiglio di Stato. Nelle vertenze tra legislatore regionale e altri livelli dello Stato si sono avute pronunce della Corte costituzionale. Si è dunque formata una giurisprudenza consolidata. Talché, laddove le motivazioni degli atti sono documentate, esposte in maniera chiara, paradigmatica, con il supporto di allegati ed evidenze empiriche, la potestà legislativa delle Regioni, come quella regolamentare e ordinativa delle amministrazioni locali, vengono confermate. Laddove invece si segua un percorso meramente deduttivo, poste solo determinate premesse formali, la giurisprudenza è risultata molto sfavorevole alle amministrazioni locali. Ma non si hanno esempi di una giurisprudenza della Corte costituzionale che finora sia stata sfavorevole a una legislazione regionale a seguito di conflitti di competenza sollevati.

Si presenta un nuovo scenario che deve essere affrontato, e l’Italia doveva intervenire già dall’inizio di questo anno. Nel 2019, infatti, in una conferenza ad Istanbul l’OMS ha definito un nuovo profilo di rischio anche in riferimento alla questione minorile. L’Organizzazione mondiale della Sanità, codificato, in particolare, la gaming addiction o il gaming disorder. In sostanza, si sta verificando una convergenza tra il gambling, cioè il gioco d’azzardo tecnologico, e il gaming, che è il gioco ludico interattivo sul cloud, fino al diffondersi di una vera e propria patologia.

La procedura per accostarsi ed entrare in questo comportamento è assolutamente similare nei due profili. Mentre nel gambling lo scopo del gioco è il denaro (si gioca per ottenere la gratificazione dall’acquisto del denaro) nel gaming, dove è prevista neanche una riserva di inibizione ai minori, il denaro serve per poter continuare a giocare, per proseguire nel gioco. Con il denaro si acquistano dei titoli di gioco che consentono di salire di livello e di ottenere delle gratificazioni: non più dall’abilità, ma dal caso. Si comprano delle scatole virtuali, dove dentro possono trovarsi quantità di punti sufficienti per salire di livello nel gioco. Ma può esserci la frustrazione per risultati mancati. Il meccanismo di stimolo, rinforzo, reazione, è quindi assolutamente similare.

Non la capillarità della distribuzione, ma soprattutto il passaggio all’online rende molto molto difficile – ed è una questione da affrontare in termini appropriati – controllare le piattaforme e sorvegliare le reti. Ecco perché, incorporando il gaming disorder nel catalogo dei disturbi delle patologie, cioè nei LEA, lo Stato deve affrontare tale questione emergente. In questo senso, da Istambul già tre anni fa l’OMS invitava a codificare i problemi del gaming nella legislazione dei Paesi aderenti. Siamo in questo in ritardo, perché da Istanbul sono stati dati tre anni per la codificazione. Speriamo che non passi lo stesso tempo e si arrivi un po’ prima sul punto ad un provvedimento similare all’allora “decreto Balduzzi”. Questo avrebbe peraltro dei riflessi anche sulla questione di cui vi occupate direttamente, che è quella del gioco con denaro, per denaro e a scopo di lucro.

Quello della criminalità organizzata nel commercio di sostanze o di servizi o di comportamenti strutturati attraverso porte di accesso connesse ad una dipendenza, è un interesse storico, strutturale. L’investimento può contare su una quantità di domanda che non regredisce. Posta una popolazione che ha dei disturbi alcol-correlati ovvero legati alla tossicomania, all’abuso di sostanze stupefacenti o al gioco d’azzardo patologico, è evidente che poiché il livello di domanda non regredisce spontaneamente il continuo rinforzo crea delle utilità marginali che sono strutturali nel modo di agire nei mercati illegali, o grigi, da parte della criminalità organizzata. Quindi, l’obiezione che la legge del Piemonte potesse avere questi effetti aveva un suo fondamento razionale. Dalle rilevazioni che hanno fatto i servizi si può invece declinare un paradigma opposto: con il restringimento dell’area della problematicità dovuta alla minore pressione ambientale dell’induzione al gioco, la parte più interessante per la criminalità, che è costituita dalla domanda che viene dai giocatori patologici, ha avuto una contrazione. Citavo la ricerca condotta dalle ASL del Piemonte che documenta l’indisponibilità di nove decimi dei giocatori patologici, a fronte di un percorso distante fino a 30 minuti dal luogo di vita, a proseguire la ricerca del gioco d’azzardo, alimentando la propria abitudine. La propensione al gioco risultava così fortemente indebolita. Solo per un giocatore patologico su 10 non risultava scalfita. Il rapporto di ricerca è disponibile facilmente anche su internet.

Quindi, per una proprietà transitiva, la riduzione dell’area della dipendenza provoca un restringimento del mercato illegale. Non risulta perciò un effetto sostitutivo. Quella da gioco d’azzardo non è una dipendenza che esiste in natura, ma è costruita a determinate condizioni: spontanee, di tipo simbolico, come è descritta nella letteratura nel passato. Oppure le condizioni che inducono ad un consumo si generano attraverso una progettazione industriale molto complessa e sofisticata.

La legge del Piemonte, dicono i clinici, avendo contratto l’area della dipendenza, per la proprietà transitiva ha contratto anche l’area della domanda che si rivolge ai canali illegali”.

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