23 Gennaio 2021 - 12:36

15 Minuti con PressGiochi. Legge di Bilancio: perché solo il Bingo?

“La previsione contenuta nell’articolo 205 della legge di Bilancio per il 2021 non muta di per se l’entità del canone di concessione che rimane stabilito nell’ammontare di 7.500 euro mensili,

26 Novembre 2020

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“La previsione contenuta nell’articolo 205 della legge di Bilancio per il 2021 non muta di per se l’entità del canone di concessione che rimane stabilito nell’ammontare di 7.500 euro mensili, ma semplicemente si occupa di articolare il relativo pagamento in maniera che possa agevolare i concessionari e questa volontà trova la sua origine nel contenzioso che è già pendente, nel senso che quello che prevede la norma è che fino a maggio del 2021 i concessionari dovranno pagare i 2.800 euro mensili, ma a decorrere da maggio dovrà comunque essere versata la differenza tra i 2.800 euro e i 7.500 euro in una serie di rate. È una facoltà per i concessionari, non sono tenuti ad aderire e quindi potrebbero versare fin da subito i 7.500 euro e non beneficiare di questa rateizzazione. Si tratta di una previsione che non incide sull’ammontare complessivo, ma sembra funzionale a porre un margine a quello che è l’attuale contenzioso a quello che ruota attorno al tema dei canoni. Visto che nelle versioni che sono circolate nelle relazioni accompagnatorie e leggendo ciò che ha scritto il Direttore dell’ADM al Senato emerge che si tratta di una disposizione che è stata funzionale ad arginare quel contenzioso introducendo una previsione che possa appagare le richieste pervenute dai vari concessionari in questo momento particolarmente delicato e di sostanziale inattività. Quindi non tocca la norma che dovrà essere vagliata dalla Corte Costituzionale nell’imminente udienza del mese di febbraio”.

 

Lo afferma a PressGiochi l’avvocato Matilde Tariciotti spiegando il contenuto dell’articolo 205 della legge di Bilancio al vaglio in queste settimane del Parlamento. La norma interviene oltre sui canoni di concessione anche a prorogare dal 31 marzo 2020 al 31 marzo 2023 il termine entro cui l’Agenzia delle dogane e dei Monopoli deve procedere a una gara per l’attribuzione delle concessioni del gioco del Bingo.

 

Ma perché il Legislatore in questo passaggio della manovra, di fronte alle richieste di tutti i comparti del settore giochi interviene solo con la proroga del Bingo?

“Personalmente –  continua il legale – la trovo una situazione molto peculiare e poco spiegabile. Da un punto di vista sorprende che le concessioni del bingo non sono state tratte allo stesso modo delle concessioni sia del settore dei giochi sia di altri settori regolamentati  da ADM (come i tabacchi). Sul tema bingo, sia ADM che i legislatori, hanno ritenuto di dover intervenire esclusivamente attraverso una norma di legge. L’unico elemento che potrebbe differenziare queste situazioni è rappresentato dal fatto che in un caso si tratta di canone mensile e nell’altro di canone annuale e quindi la cadenza del corrispettivo dovuto ha fatto ritenere l’impossibilità di intervenire amministrativamente piuttosto che con un intervento legislativo. Altre spiegazioni francamente non me le riesco a dare”.

 

“Ci troviamo davanti in questo caso ad una normativa emergenziale – afferma l’avvocato Luca Giacobbe – perché nella stessa relazione illustrativa si fa riferimento alla necessità e all’urgenza di sospendere o rinviare l’avvio di ulteriori contenziosi nell’ambito del pagamento dei canoni mensili. Purtroppo nel corso dell’anno abbiamo notato altri interventi di questo genere. Abbiamo un intervento specifico sul bingo che posticipa una parte del pagamento del canone mensile, ma non ce l’abbiamo nel settore delle scommesse”.

 

Sulla scelta del Governo ha influito la decisione di ottobre del Tar Lazio di autorizzare il pagamento dei canoni in misura ridotta?

 

“In quell’occasione – spiega Tariciotti – ci siamo rivolti ad ADM chiedendo di versare l’importo in misura ridotta in attesa della definizione dei giudizi per i quali già pende la questione di legittimità costituzionale. Il TAR ha ritenuto, anche alla luce della pendenza del giudizio in Corte Costituzionale, di concedere ai concessionari stessi di versare la somma di 2800 euro ferma restando la presentazione di una cauzione funzionale al pagamento della differenza tra i 2800 euro mensili e i 7500 euro. Il ragionamento che il TAR ha fatto è stato quello di partire dai rilievi mossi dallo stesso TAR su quel canone e contestualizzarli nell’attuale situazione. Peraltro c’era un precedente del Consiglio di Stato e quindi ha adottato un provvedimento per certi versi analogo a quello che aveva assunto il Consiglio di Stato in favore di un gruppo molto ristretto di concessionari”.

 

 

 

Quali scenari potranno aprirsi in base alla decisione della Corte Costituzionale?

 

“Abbiamo come dato fermo – afferma Giacobbe – il 23 febbraio che è la data in cui si terrà l’udienza davanti alla Corte Costituzionale relativamente alla legittimità dell’aumento del canone mensile dai 2.800 euro ai 7.500 euro. Siamo reduci dell’udienza di febbraio scorso in cui sostanzialmente la Corte a scioglimento della riserva ha chiesto ulteriori provvedimenti istruttori all’amministrazione e ha voluto in particolare indagare sugli economics del settore, in particolare sugli economics della concessione, sulla sostenibilità del canone rispetto all’andamento del mercato del bingo. Per l’amministrazione la norma deve essere difesa in quanto i concessionari del bingo hanno la possibilità di avvantaggiarsi non solo dei proventi del bingo, ma anche della raccolta di altri giochi. La posizione dei concessionari è per l’insostenibilità di questa misura e di questo prelievo fisso che si riferisce alla conduzione della concessione del bingo”.

 

 

 

Nel caso di illegittimità della norma si potrà parlare di risarcimento per i concessionari?

 

“Più che di un risarcimento, parlerei di una ripetizione di quello che è stato versato in più.

Se la Corte Costituzionale si esprimerà sulla illegittimità costituzionale, bisogna vedere quale sarà il perimetro di questa pronuncia di incostituzionalità, nel senso che la Corte è stata sollecitata tanto sulla insostenibilità del passaggio dai 5000 euro ai 7500 euro quanto è stata sollecitata sul passaggio dai 2800 euro ai 5000 euro, bisognerà vedere cosa succederà sia in Corte costituzionale sia in Consiglio di Stato rispetto ai due aumenti. Quindi possiamo trovarci in una situazione in cui i concessionari potrebbero vedere annullata la differenza dai 5000 euro ai 7500 euro e quindi azionare una ripetizione di quello che è stato pagato oppure addirittura una differenza tra i 2800 euro e i 7500 euro. Difficile fare una previsione” afferma Tariciotti.

 

Secondo Giacobbe, “da questo punto di vista il principio fondamentale di giurisprudenza costituzionale è che quando viene proclamata illegittima una norma lo è dall’origine, cioè dall’introduzione nell’ordinamento giuridico. Una giurisprudenza costituzionale recente, parlo della sentenza sulla Tobin tax, ha dichiarato l’illegittimità della norma dalla data della sentenza e quindi non dall’origine. Quindi se fosse questo il caso non ci sarebbe la ripetibilità delle somme versate dai concessionari”.

 

 

 

 

La pandemia e la nuova situazione in cui si trova il mercato può influire sulla decisione della Consulta?

 

 

“Tendenzialmente – afferma Tariciotti – diciamo che la Corte non dovrebbe essere investita in maniera diretta da questo aspetto, nel senso che la norma doveva essere valutata nella sua ordinarietà, non ci dimentichiamo che quella che deve essere esaminata dalla Corte è una legge provvedimento che come ogni legge provvedimento è sottoposta ad un sindacato particolarmente stringente in tema di arbitrarietà, irragionevolezza ecc ecc… Diciamo che a mio avviso l’emergenza sanitaria in qualche modo ha fatto emergere l’irragionevolezza di provvedere alla definizione di un canone che è il corrispettivo dell’esercizio di un’attività attraverso una norma di legge perchè la circostanza che l’ammontare di questo canone sia stato definito da un una norma di legge rappresenta per l’amministrazione un limite nell’interloquire con i concessionari per eventualmente ridefinire le condizioni economiche delle concessioni”.

 

 

 

Di fronte ai limiti quindi dell’intervento inserito pur meritoriamente nella legge di Bilancio, cosa serve e quale auspicio possiamo fare?

 

“Vorrei fare un passo indietro rispetto all’iniziativa che abbiamo intrapreso al TAR con riferimento ai  canoni mensili- ha concluso Giacobbe -. Quest’iniziativa si inseriva in un contesto un po’ più ampio di una mera richiesta di una riduzione del canone mensile, ma si riferiva soprattutto ad un riequilibrio sostanziale di tutti gli oneri convenzionali e di tutti gli economics della convenzione. Noi abbiamo rappresentato all’amministrazione che in una situazione del genere e in un contesto che ha visto chiuse tutte le attività produttive italiane e in particolare anche quelle su cui ha una competenza esclusiva l’amministrazione, serve una rivisitazione generale complessiva della convenzione della concessione e delle sue regole. Quello che noi auspichiamo è una rivisitazione complessiva di tutti i sinallagmi contrattuali convenzionali, è questa l’interlocuzione necessaria da fare con l’amministrazione. Serve una norma generale il riordino del sistema, il Decreto ministeriale di riordino di tutta l’offerta di gioco, perché abbiamo normative territoriali regionali ancora ad oggi espulsive del gioco. Di fatto, con il bingo e le scommesse siamo in una fase di proroga tecnica onerosa con canoni che vanno rivalutati rispetto alla raccolta attuale dei due settori. È evidente che ci troviamo in una situazione molto diversa rispetto a quella che c’era prima e sarà così anche durante il periodo di riapertura, quindi su questo il legislatore deve fornire all’amministrazione di strumenti specifici per intervenire direttamente per un riequilibrio della convenzione delle concessioni singole. Noi abbiamo riscontrato sicuramente un fortissimo protagonismo dell’amministrazione che ci ha fatto piacere rispetto alle esperienze degli anni precedenti. Ma dobbiamo passare alla fase due quella in cui l’ADM detta la propria agenda alla politica”.

 

“Siamo in una situazione – conclude l’avv. Tariciotti – in cui stiamo raccogliendo quello che è stato seminato negli anni scorsi, le cui criticità stanno emergendo con grande “violenza” in questa situazione molto delicata dal punto di vista economico e delle attività di gioco. Personalmente, ritengo che più che adoperarsi in singoli interventi legislativi, sarebbe stata l’occasione giusta per delegificare qualcosa, cioè per conferire all’Amministrazione concedente il potere di intervenire direttamente su questa materia. Invece che attendere i tempi del legislatore, sarebbe stato il pretesto, vista la situazione attuale, per iniziare a pensare a dare l’opportunità ad ADM di intervenire su tutta una serie di fronti”.

 

Cristina Doganini – PressGiochi