22 novembre 2019
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Macao: tutto cominciò 170 anni fa col gioco dei piccioni…

Di fatto, l’ex colonia portoghese è la seconda più antica capitale mondiale del gioco d’azzardo, dopo Venezia, ma è la prima in termini di incassi. L’anno domini è il 1847, quello in cui i coloni portoghesi decisero di legalizzare il gambling per incrementarne le fonti di entrata di Macao, visto che la concorrenza commerciale con il porto di Hong Kong era divenuta insostenibile da quando questa era finita sotto il dominio britannico (1842). Non si trattava ancora di casino, ma di una semplice agenzia per la raccolta delle giocate sul pacapio, lotteria cinese (20/80) ispirata alle scommesse sul volo dei piccioni, che era molto diffusa nella regione di Guangdong...
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Macao: tutto cominciò 170 anni fa col gioco dei piccioni…

Di fatto, l’ex colonia portoghese è la seconda più antica capitale mondiale del gioco d’azzardo, dopo Venezia, ma è la prima in termini di incassi.

L’anno domini è il 1847, quello in cui i coloni portoghesi decisero di legalizzare il gambling per incrementarne le fonti di entrata di Macao, visto che la concorrenza commerciale con il porto di Hong Kong era divenuta insostenibile da quando questa era finita sotto il dominio britannico (1842).

 

Non si trattava ancora di casino, ma di una semplice agenzia per la raccolta delle giocate sul pacapio, lotteria cinese (20/80) ispirata alle scommesse sul volo dei piccioni, che era molto diffusa nella regione di Guangdong.

 

Naturalmente, tutti i giochi d’azzardo illegali in Cina trovarono sbocco in questa piccola penisola che si affaccia sull’ampio golfo che si apre sul delta del Fiume delle Perle, tra cui il famoso fantan (da cui il nome di fantan houses per le sale da gioco locali).

Lo sviluppo dell’attività fu immediato, grazie all’intraprendenza di Lou Kau, cinese di Guangdong, arricchitosi con la vendita di oppio (sic!) e proprio con la gestione del pacapio in terra natia.

 

Sul finire del secolo, erano già circa 200 le case da gioco con licenza. Eppure, la gran parte del business Lou Kau continuava a coltivarla in Cina, tant’è vero che quando il governo vietò il gambling a Guangdong (1904), la sua società (Hong Feng Company) cadde in una crisi irreversibile. Tre anni dopo Lou si tolse la vita.

 

A proseguirne l’opera fu il figlio Lou Lim-lok, che fece addirittura meglio, diventando uomo d’affari di assoluto rilevo a Macao, ma anche un grande filantropo. Sua la brillante idea di lanciare un giornale quotidiano dedicato al gambling, che attirò in questo mondo molti neofiti.

 

Ma il vero salto di qualità Macao lo fece nel 1930, quando il governo coloniale istituì la prima concessione monopolistica, affidandola a Fok Chi-ting dietro versamento di una somma annua pari a circa 88.000 euro odierni.

 

Il magnate non badò a spese nell’allestire i suoi primi casino, dove le lussuose linee classiche si abbinavano ad una gestione d’avanguardia. E per favorire l’accesso da Hong Kong trasformò una vecchia nave da guerra austriaca in un traghetto di collegamento no-stop fra le due penisole.

Purtroppo per lui, Fok nel giro di pochi anni andò in crisi e la sua Hou Heng Co. fu costretta a chiudere; poco dopo, concluse anche la sua vita terrena.

 

La seconda gestione monopolistica di Macao fu acquisita dalla Tai Heng di Fu Tak-iong (gestore di casino illegali in Cina e HK), Hou Ho-neng (titolare di una catena di negozi di pegni), sobbarcandosi una tassazione da 200K euro odierni all’anno.

Il monopolio della Tai Heng Co. durò quasi 25 anni, dal 1937 al 1961. In quel periodo, la Compagnia ebbe il merito di internazionalizzare l’offerta, sia con l’introduzione di giochi lontani dalla tradizione cinese (baccarat, black jack, ecc.), sia con l’introduzione di servizi collaterali: turismo, ristorazione e trasporti. Caso esemplare la trasformazione del grandioso New Central Hotel, autentica pietra miliare dei casino moderni.

 

Paradossalmente, ulteriore impulso l’industria del gaming di Macao lo ricevette durante la Seconda Guerra Mondiale, perché lì si rifugiarono molti facoltosi cinesi.

 

Da lì in poi gli affari della Tai Heng continuarono a crescere, che non fu frenata nemmeno dalla morte dei due tycoon (Kou 1955, Fu 1960).

I loro successori, però, dovettero fronteggiare il netto cambio di rotta voluto dal governatore di Macao Jaime Silverio Marques per valorizzare le industrie del gioco e del turismo. Stavolta venne lanciato un bando con un capitolato preciso e dettagliato, che avrebbe visto prevalere il miglior offerente dal punto di vista della tassazione. La Tai Heng offrì 3,15 milioni di MOP all’anno, ma la sua nuova concorrente, la STDM  (Sociedade de Turismo e Diversões de Macau)  del magnate Stanley Ho si spinse poco più su, a 3,167. Guardacaso, fra un’offerta e l’altra passarono 5 minuti, magari giusto il tempo per una spiata sottobanco…

 

La concessione, che includeva tutti i giochi legalizzati e le tre lotterie in vigore, imponeva l’apertura di un nuova casinò in 3 anni e si estendeva a 8 anni. Di lì a breve, l’apertura del Casino Estoril.

 

Il monopolio STDM andò avanti sino al 2002, quando il nuovo governo di Macao (che nel 1999 era tornata alla Cina) aprì il mercato a 6 operatori: Wynn Resorts, Las Vegas Sands, Galaxy Ent., MGM Mirage/Pansy Ho Chiu-king, Melco/PBL, più l’erede della STDM, la SJM, che oggi detiene ben 20 dei 41 casino operativi nella penisola (praticamente, più di 1 per kmq!), partendo dagli 11 che aveva nel 2002. Tra questi il Grand Lisboa, autentico simbolo di Macao, che per tanti anni ha detenuto il record di più grande casa da gioco del mondo.

 

Da tanti anni, il GGR dei casino dell’ex colonia portoghese è superiore a quello dei 60 casino di Las Vegas. In particolare, mentre nel 2007 il differenziale era di circa 3 miliardi di dollari, nel 2018 superava i 25 miliardi. Questo, grazie a una politica fortemente spostata verso gli high-rollers, che contribuiscono per un buon 60% alle entrate totali.

 

In questi giorni, gli operatori dei casino di Macau hanno esternato forti preoccupazioni sull’incidenza negativa che il perdurare della rivolta di Hong Kong sta avendo sull’andamento dei loro affari. Ma se sono riusciti quasi a non accorgersi della crisi commerciale Usa-Cina, c’è da credere che anche questa nube passerà in fretta.

 

 

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