15 Agosto 2020 - 03:41

Vinai (Antropologa): “I giocatori non sono tutti malati”

L’antropologa Manuela Vinai ha recentemente pubblicato il libro sul gioco edito da Meltemi “I giocatori. Etnografia nelle sale slot della provincia italiana”. Una ricerca che le è stata commissionata dalle

10 Luglio 2020

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L’antropologa Manuela Vinai ha recentemente pubblicato il libro sul gioco edito da Meltemi “I giocatori. Etnografia nelle sale slot della provincia italiana”.

Una ricerca che le è stata commissionata dalle Asl di Vercelli e di Bielle che si è tramutata nella prima vera indagine etnografica sull’Italia delle slot.  Si sa, il lavoro sul campo spesso riserva al ricercatore delle sorprese: Vinai infatti non ha trovato in questi luoghi l’alienazione che si aspettava.

Da qui la domanda: chi si occupa di contrasto al gioco d’azzardo conosce davvero le sale da gioco?

In Italia i locali slot/vlt fanno capo a un circuito di concessionari che riproduce in serie un design quasi invariabile. I locali sono adibiti di  vetri oscurati all’esterno, l’illuminazione all’interno è solo artificiale,  sono provvisti di moquette, area fumatori, un bar e un office per cambiare i soldi. Risultano molto ordinati e puliti, a dissimulare la centralità dell’elemento sporco: il denaro.

Il codice di comportamento è rigido: si parla poco e a bassa voce; non si guarda lo schermo altrui; non si fanno commenti, soprattutto a chi sta vincendo.

«Ma i giocatori sono molto attenti a ciò che accade intorno a loro» spiega Vinai a Il Venerdì di Repubblica. «Hanno i sensi allenati e sanno sempre cosa succede al vicino. Alcuni dicono di saper riconoscere il giocatore patologico dal suo modo di “stare dentro la macchina”. A volte ci sono riuscita anche io: è una fissità, una proiezione verso lo schermo che ti rende un tutt’uno con la macchina».

La relazione tra giocatori presenta alcuni tasti delicati. Per esempio, una slot machine che è stata alimentata a lungo senza dare grandi vincite è molto ambita (non in base al calcolo delle probabilità, ma a credenze sui meccanismi della fortuna) e certi giocatori sono sempre pronti a occuparla.

I cosiddetti avvoltoi, secondo la tipologia proposta dallo svedese Philip Lalander. Per ridurre le tensioni si usano i segnaposto, ma in genere una macchina vuota non si può tenere bloccata per più di mezz’ora. Capita anche che un avvoltoio fortunato regali del denaro al giocatore precedente—che ha lasciato la macchina senza segnaposto — in segno di gratitudine.

«È un ambiente molto variegato» spiega Vinai. «In una sola giornata si può incontrare il pensionato, il ragazzo, la donna in carriera in pausa pranzo, il genitore col figlio, la coppia di fidanzati o di amici». Non sono rari gli habitué che spariscono per lunghi periodi perché hanno giocato troppo. O perché hanno vinto troppo. «Questa è una regola che ha messo d’accordo tutti i miei interlocutori: la vincita di una grossa somma spesso coincide con i problemi di dipendenza».

E qui veniamo a uno dei punti chiave messi a fuoco da Vinai: «La maggior parte delle ricerche sul gambling tratta solo la sua declinazione patologica. Anche la società civile ha fatto propria l’idea del gioco d’azzardo come malattia tout court. Ma i giocatori non sono tutti malati. Anzi. E trattarli come tali non sembra una strategia efficace».

Più i clienti, i gestori e gli impiegati delle sale slot assorbono l’idea di essere in un contesto riprovevole e malato, più la vergogna e il senso di colpa inibiscono la disponibilità al dialogo.

C’è poi una questione più sottile, ma molto significativa: «Con grande sorpresa, come antropologa, ho scoperto che si instaurano relazioni, Anche relazioni intime. Non solo tra clienti, ma tra clienti e personale. Spesso sono i gestori e gli assistenti di sala a intervenire sui clienti più problematici. Perché li conoscono. Sanno come comunicare con loro». Da qui, una delle proposte di Vinai a chi si occupa di prevenzione: investire nella formazione dei gestori e del personale delle sale slot. Sfruttarne le competenze. Responsabilizzare la filiera, invece di demonizzarla.

 

 

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