17 Luglio 2026 - 21:30

Un avvincente viaggio nella storia del poker

Quante volte ci è capitato di leggere storie dove i fatti reali si confondono con le opinioni e dove le fantasie prendono il sopravvento? Stavolta no. Nella sua ‘Storia del

06 Giugno 2026

Quante volte ci è capitato di leggere storie dove i fatti reali si confondono con le opinioni e dove le fantasie prendono il sopravvento? Stavolta no. Nella sua ‘Storia del Poker’, Frank Daninos – che per altro non ha un curriculum da giocatore – ha rispettato in pieno le regole dello storico e giornalista quale è. Libro scorrevolissimo, gradevole, con notizie in rapida successione. Del resto, per quanto stravagante sia, di per sé, la storia del gioco più amato dagli americani, non c’era assolutamente bisogno di farcirla con dicerie od improbabili spigolature.

Il mito delle origini – Molto spazio viene dedicato alla narrazione degli albori del gioco, questi sì intrisi di leggenda. Ma l’autore, pur prestando attenzione a tutte le ipotesi, le sfrutta per portare l’acqua al suo mulino: il poker è americano, anzi, è parte dell’America stessa!

Intrigante è il riferimento al gioco del As nas nato in Persia, che secondo alcune fonti sarebbe stato importato in America da alcuni marinai. Però molte cose non coincidono, a cominciare dalla mancanza di riferimenti temporali certi; al che sembrerebbe addirittura il contrario: cioè che il poker, nato ufficialmente a New Orleans intorno al 1820, sia poi stato esportato in Oriente. Eppure, la somiglianza fra poker e As nas è a dir poco sorprendente. Altro presunto antenato del poker è il poque francese, che risalirebbe agli inizi del ‘700 ed ha certamente una comunanza col gioco americano. D’altra parte – osserva giustamente Daninos – nella grande famiglia di ‘giochi di rilancio’ le affinità fra un gioco e l’altro sono molte.

Il poker è l’America! – In questo libro scopriamo quanto la storia del poker sia integrata in quella degli States. Dai battelli naviganti sul Mississippi, dove si poteva giocare senza il rischio di essere perseguiti dalle autorità, fino a soppiantare un gioco già molto diffuso come quello del faro, il poker è divenuto uno degli emblemi del selvaggio periodo del Far West, e questo lo sappiamo tutti fin troppo bene, dopo esserci imbevuti per decenni nei film western. Sin dalla guerra di Secessione, però, il gioco è divenuto il miglior passatempo per i soldati al fronte, assumendo ‘proporzioni epidemiche’: non a caso Daninos dedica a questo periodo un intero capitolo, intitolato ‘La guerra al servizio del poker’. Nel mentre che il poker espatriò in Gran Bretagna e Francia (eravamo ancora nell’800) il poker espanse la sua sfera di influenza in California, quando scoppiò la ‘febbre dell’oro’, diffondendosi poi nel Sud Dakota. Ulteriore fattore che contribuì a far estendere i tentacoli del poker in tutti gli States fu la migrazione dei giocatori, già considerati ‘professionisti’ dalle regioni in cui venne via via vietato. In quella fase sorsero un’infinità di varianti del gioco originario, ma il fatto più caratteristico fu la dicotomia fra draw poker, sostanzialmente tollerato, e lo stud poker, che può essere considerato il progenitore del texas hold’em, perseguito ovunque. Pur proseguendo la propria vita per diversi anni nella clandestinità, il poker vide crescere la propria popolarità anche durante le due guerre mondiali, nel periodo del proibizionismo e nel secondo dopoguerra, quando nacque l’industria dei casino.

Afferma l’autore: “Il fatto che questo gioco di rilancio sia stato inventato e si sia imposto in una società capitalista emergente come gli Stati Uniti, assume un significato particolare. Gli ingredienti a stimolarne lo sviluppo erano tutti sul tavolo: una società dove tutto era da costruire, la propensione a rischiare, la frenesia per il gioco, gli spiriti avventurosi e i viaggiatori fortunati, che i primi giocatori di poker usarono come bersagli privilegiati”.

Non più un gioco per malfattori – E’ vero che il poker viene perlopiù associato alle sparatorie nei saloon, alla scaltrezza dei bari, alle fumose bische clandestine, ma è anche, da sempre, un piacevole passatempo delle classi borghesi e aristocratiche, sino ad arrivare ai presidenti americani, Dwight Eisenhower, Richard Nixon e Barack Obama su tutti. Ma è stata soprattutto la variante Texas Hold’em ad aver via via staccato l’etichetta del ‘gioco da duri’ che accompagna da sempre il poker classico, richiedendo capacità strategiche tali da renderlo un vero e proprio gioco d’abilità. Ciò, nonostante il suo alfiere sia stato il famoso Doyle Brunson, che è stato tutt’altro che uno stinco di santo, alla pari di Benny Binion, imprenditore che nel 1970 organizzò nel suo casinò la prima edizione delle World Series of Poker.

Di gente che ci ha rimesso la pelle per aver fatto troppo il furbo al tavolo da poker sono piene le fosse. Eppure Daninos è abilissimo nel far passare il tutto come un’avvincente avventura, contribuendo a ripulire l’immagine di un gioco che, altrimenti, sarebbe finito al bando in tutte le giurisdizioni. E comunque sia, quel che emerge è che a salvarlo, ai giorni nostri, sono state la tecnologia da un lato e la spettacolarizzazione televisiva dall’altro. I tornei mandati in TV sin dai primi anni ‘70 hanno dato al poker una matrice sempre più ‘sportiva’, eleggendo i suoi campioni ad emblemi di un mondo ormai regolato e disciplinato a dovere, e riuscendo persino a far passare i sempre più consistenti premi in denaro offerti dai tornei come veri e propri trofei, di cui nessuno deve vergognarsi. Anzi!

Sia chiaro, comunque, che in America mai nessuno si è sognato di chiamare il texas hold’em ‘poker sportivo’, come goffamente è stato fatto in Italia per tentare di conferire liceità alle sale dedicate che sono sorte come funghi nel momento in cui il gioco ha invaso le nostre case, sempre grazie alla Tv.

Sull’altro versante, internet ha dato al poker un’ulteriore spinta di credibilità e di popolarità, dando la possibilità a chiunque di coltivare il sogno di avvicinarsi al ‘grande giro’ e sfidare i grandi campioni, senza commettere… peccato (sappiamo quanto gli States siano bigotti!).

Sembrerà tutto estremamente effimero. E in fondo lo è. Eppure questo vivace racconto, ben lungi dall’essere una apologia del poker, riesce perlomeno a renderlo simpatico a chi non lo ama. Anzi, di più: a farcelo apprezzare, più di quanto non sappiano fare quei buffi personaggi che giocano da professionisti. Alcuni sembrano le caricature di se stessi, altri sembrano appena usciti da una festa di carnevale, altri ancora sembrano scappati di casa… o di galera.

Ma, alla fin dei conti, ha ragione Daninos quando afferma, in chiusura, che il poker è l’ultimo avatar del sogno americano.

 

Marco Cerigioni – PressGiochi MAG

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