11 Maggio 2026 - 10:29

Torrigiani (Mettiamoci in Gioco): “Legare i bilanci delle Regioni all’azzardo indebolisce la credibilità pubblica”

“La richiesta avanzata dalle Regioni in sede di Conferenza Stato-Regioni, durante l’audizione sul Documento di Finanza pubblica 2026, merita più di una riflessione. L’ipotesi di una compartecipazione stabile al gettito

06 Maggio 2026

“La richiesta avanzata dalle Regioni in sede di Conferenza Stato-Regioni, durante l’audizione sul Documento di Finanza pubblica 2026, merita più di una riflessione. L’ipotesi di una compartecipazione stabile al gettito derivante dagli apparecchi da gioco non è un passaggio meramente tecnico nella discussione sulle risorse territoriali: introduce, piuttosto, un elemento politico e istituzionale di rilievo, perché lega direttamente una parte della finanza pubblica alla redditività dell’azzardo”.

Secondo Filippo Torrigiani di Mettiamoci in gioco e membro del comitato parlamentare dedicato alle infiltrazioni mafiose nel calcio, è precisamente questo il punto che dovrebbe interrogare.

“Le Regioni non sono amministrazioni qualsiasi. A loro è affidata la tenuta dei sistemi sanitari, la programmazione socio-sanitaria, la prevenzione e il contrasto delle dipendenze patologiche. Accettare che questi stessi soggetti diventino beneficiari strutturali di una quota dei proventi dell’azzardo significa collocarli in una posizione non neutrale: quella di istituzioni chiamate, nello stesso tempo, a curare gli effetti di un fenomeno e a ricavare vantaggio dalla sua permanenza.

Non è difficile cogliere il cortocircuito.
Negli ultimi anni, proprio i territori hanno rappresentato il presidio più avanzato nel contenimento dell’espansione del gioco d’azzardo: ordinanze comunali, regolamenti urbanistici, limitazioni orarie, campagne di sensibilizzazione, percorsi terapeutici. Un patrimonio di iniziative costruito su un presupposto chiaro: l’azzardo non è una normale attività di consumo, ma un fattore di impoverimento economico e sociale, spesso concentrato nelle aree più fragili.

Per questa ragione, la richiesta odierna appare come un mutamento di paradigma. Quando un’istituzione pubblica incorpora stabilmente il gettito dell’azzardo nella propria architettura finanziaria, la distanza che dovrebbe separarla dal mercato che genera quel gettito tende inevitabilmente ad attenuarsi. Non è necessario immaginare forme esplicite di sostegno alla diffusione del gioco: è sufficiente osservare che, da quel momento in poi, ogni misura restrittiva finirà per incidere anche su una fonte di entrata. E quando il contrasto a un fenomeno produce un costo per chi dovrebbe esercitarlo, la qualità e la coerenza della scelta pubblica rischiano di indebolirsi.

È in questo chiaroscuro che la compartecipazione fiscale mostra la sua ambivalenza. Non si tratta semplicemente del fatto che lo Stato — o le sue articolazioni territoriali — tragga entrate da attività lecite ma socialmente problematiche. Questo avviene già in altri ambiti. Il nodo, piuttosto, riguarda il passaggio da una tassazione “passiva” a una dipendenza, anche parziale, dalla continuità di quel gettito. Quando il buon andamento dei bilanci pubblici si lega alla persistenza della raccolta, l’amministrazione non è più soltanto soggetto regolatore: diventa, di fatto, parte di una convenienza economica che rischia di orientarne le scelte.
È una dinamica che richiederebbe particolare cautela, soprattutto in un Paese in cui il volume della raccolta continua a crescere fino a raggiungere cifre impressionanti — 165 miliardi di euro nel solo 2025 — e in cui il gioco si concentra con maggiore intensità nei contesti sociali più vulnerabili.

In questo quadro, considerare l’azzardo come un capitolo ordinario di compartecipazione fiscale rischia di produrre una normalizzazione istituzionale che dovrebbe invece preoccupare. Perché la questione non è soltanto contabile: è culturale, prima ancora che amministrativa. Inserire stabilmente queste entrate nei bilanci pubblici significa, in qualche misura, riconoscerle come strutturali, attenuando la percezione della loro problematicità.

La contraddizione diventa ancora più evidente se si osserva che, parallelamente, le stesse istituzioni investono — giustamente — in prevenzione, cura e presa in carico del disturbo da gioco d’azzardo. Da un lato si combattono gli effetti; dall’altro si accetta che la base economica che li genera contribuisca agli equilibri finanziari. Una coesistenza che non può essere liquidata come una semplice incoerenza amministrativa, perché tocca la credibilità stessa dell’azione pubblica.
La politica, soprattutto quando riguarda la salute collettiva, dovrebbe mantenere una gerarchia chiara tra fini e mezzi. Se il mezzo diventa, anche indirettamente, trarre beneficio dalla perdita economica dei cittadini più esposti, allora è il fine stesso a risultare meno limpido.
Per questo, la proposta avanzata in Conferenza Stato-Regioni non può essere archiviata come una legittima rivendicazione di autonomia finanziaria. Essa chiama in causa un principio più essenziale: la necessità che le istituzioni restino esterne — e non progressivamente coinvolte — nei meccanismi economici delle dipendenze che sono chiamate a governare.

È su questa linea sottile che si misura non solo una scelta di bilancio, ma la qualità morale e politica della presenza pubblica”.