25 Settembre 2020 - 15:25

Sui giochi, tra Stato e Regioni è guerra aperta

Se c’è una corsa certa, nel magma della politica italiana, è che il conflitto fra Stato e Regioni è uno dei fronti principali su cui si gioca il futuro, non

13 Maggio 2016

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Se c’è una corsa certa, nel magma della politica italiana, è che il conflitto fra Stato e Regioni è uno dei fronti principali su cui si gioca il futuro, non solo del Governo in carica ma di tutto il Paese.

Lo scenario è cruento come quello della battaglia di Waterloo; resta da vedere chi sarà il Napoleone di turno. Che il “generale” Renzi stia facendo di tutto per sedare la smania di autonomia delle Regioni è storia vecchia. Il referendum sulle trivelle, con tutti i conflitti che lo hanno preceduto, è stato solo il prologo della sfida che si disputerà nei prossimi mesi col referendum sulle riforme costituzionali, passando attraverso le elezioni amministrative, mai come stavolta autentico check-up della maggioranza di governo.

Vista dalla tribuna del gioco, la questione è ancora più scottante. Ben sappiamo che lo stralcio dell’articolo dedicato ai giochi nella delega fiscale fu dovuto proprio al mancato accordo sulle competenze di Stato e Regioni, col primo che avrebbe voluto mettere un bavaglio stringente alle singole realtà amministrative, sin troppo spavalde nel farsi beffe della riserva statale attraverso leggi sanitarie e disposizioni urbanistiche, e le seconde che hanno fatto leva sulla debolezza intrinseca di un Governo non legittimato dal voto popolare per costringerlo a mollare l’osso.

 

Il terreno naturale di conciliazione avrebbe dovuto essere la Conferenza Stato-Regioni-Enti Locali, con ADM a fare da corollario. Secondo quanto previsto dalla Stabilità 2016, entro il 30 aprile dovevano essere definite le caratteristiche dei punti vendita di gioco nonché i criteri per la loro distribuzione territoriale. Questo, anche per consentire ai bandi per le scommesse di dare delle certezze ai candidati; gli operatori attivi, infatti, si trovano a dover fare i conti con le ormai numerose leggi regionali (più quelle delle province di Trento e Bolzano) e con la miriade di ordinanze comunali che ne restringono l’attività economica, imponendo peraltro regole diverse da zona a zona: una jungla abominevolmente intricata, in cui è davvero difficile fare programmazione.

 

Poco male che la data sia slittata al 5 maggio; peggio sicuramente che l’appuntamento di giovedì scorso si sia risolto in un nulla di fatto. C’era da aspettarselo, perché nei giorni immediatamente precedenti erano giunte avvisaglie che si sarebbe trattato di un incontro puramente interlocutorio.

Da come si è mosso, il Governo sembra non avere fretta, e questo è incomprensibile considerando l’imminenza dei bandi di cui abbiamo fatto cenno. Nessun documento presentato: questo il motivo del rinvio. Che dovrebbe essere a questa settimana e non di più, secondo gli intendimenti comuni.

 

Resta da chiedersi che cosa possa cambiare o cosa passa maturare in un così breve lasso di tempo, ma presto lo sapremo. Il Sottosegretario Baretta, il “mazziere” della situazione, sprizza un ottimismo di cui nessuno si fida. Anche perché sentir parlare, per l’ennesima volta, di un “tavolo tecnico” per discutere la faccenda fa drizzare i capelli, ben sapendo, per esperienza, quanto sia illusoria una scelta di questo tipo. Nella circostanza, poi, c’è un’aggravante: le Regioni, come detto, si aspettavano un documento di sintesi; Baretta risponde che il documento si può fare solo se è condiviso. Della serie “prego, vuol ballare con me… grazie, preferisco di no”.

Per onestà intellettuale, bisogna dire che le colpe non devono essere date tutte alle Regioni. Per la prima volta (e probabilmente anche l’ultima) ci sentiamo di aderire al pensiero del sen. Endrizzi quando afferma che “dal decreto Balduzzi in poi non c’è stato un decreto attuativo e le Regioni sono dunque intervenute non in surroga ma nell’ambito delle loro competenze per normare il gioco”. La chiave è questa: lo Stato, insieme alla legge ha fatto l’inganno; i decreti non hanno mai visto la luce perché a Palazzo Chigi e dintorni non si ha alcuna intenzione di impegnare dei soldi per integrare nel SSN la prevenzione e la cura del GAP. E allora chi è causa del suo mal pianga se stesso… se non che questo male è soprattutto delle imprese che hanno investito capitali ingenti nel settore!

 

Ma non è solo questo. Ben ricordiamo che fu proprio la Balduzzi a varare il piano di riordino territoriale dei punti vendita di gioco e che nel fare questo furono tenuti in considerazione i diritti acquisiti dalle concessionarie. Tutto giusto e doveroso, anzi, sacrosanto. Il fatto è che ora i nodi sono giunti al pettine, in quanto siamo in prossimità del primo bando “post Balduzzi”.

Rileggiamo, per rinfrescarci la memora, quanto è scritto nel comma 10 dell’art.7 della legge di conversione 8 novembre 2012, n. 189.

  1. L’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e, a seguito della sua incorporazione, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, tenuto conto degli interessi pubblici di settore, sulla base di criteri, anche relativi alle distanze da istituti di istruzione primaria e secondaria, da strutture sanitari e ospedaliere, da luoghi di culto, da centri socio-ricreativi e sportivi, definiti con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della salute, previa intesa sancita in sede di Conferenza unificata, di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, da emanare entro cento venti giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, provvede a pianificare forme di progressiva ricollocazione dei punti della rete fisica di raccolta del gioco praticato mediante gli apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, letteraa),del testo unico di cui al regio decreto n.773 del 1931, e successive modificazioni, che risultano territorialmente prossimi ai predetti luoghi. Le pianificazioni operano relativamente alle concessioni di raccolta di gioco pubblico bandite successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e valgono, per ciascuna nuova concessione,  in funzione della dislocazione territoriale degli istituti scolastici primari e secondari, delle strutture sanitarie ed ospedaliere, dei luoghi di culto esistenti alla data del relativo bando. Ai fini di tale pianificazione si tiene conto dei risultati conseguiti all’esito dei controlli di cui al comma9, nonché di ogni altra qualificata informazione acquisita nel frattempo, ivi incluse proposte motivate dei comuni ovvero di loro rappresentanze regionali o nazionali.

 

Dire che siamo in ritardo è un eufemismo, e pure la ADM deve assumersi le proprie responsabilità. Pur volendo attribuire tutte le colpe alla mancata convocazione della Conferenza unificata – tanto che c’è voluta un’altra legge (Stabilità 2016) per porre l’aut aut – di sicuro da Piazza Mastai è mancata la spinta necessaria per favorire l’incontro fra le parti.

Forse si era confidato troppo nella delega fiscale per risolvere il problema, ma da quando è saltato l’articolo 14 è passato quasi un anno e nel frattempo l’unica iniziativa degna di nota è stata quella del sen. Mirabelli, che ha coraggiosamente tentato di rilanciare i contenuti di detto articolo con una proposta di legge che purtroppo, tra un rinvio e l’altro, è tuttora impantanato nella Commissione Finanze del Senato.

 

Tornando all’oggi, certo è che se non si dovesse arrivare all’accordo saranno guai seri. “Le intese raggiunte in sede di Conferenza unificata sono recepite con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le Commissioni parlamentari competenti”, dice il comma 936 della Stabilità 2016. In caso contrario, toccherà al Consiglio dei Ministri deliberare in merito. Però, tali deliberazioni non hanno la forza di condizionare le leggi regionali. E così si torna punto e a capo.

Le Regioni (e i Comuni), dal loro canto, hanno tutto l’interesse affinché si arrivi a tanto, anche perché mancano tutti i presupposti per l’elaborazione di una legge o di un decreto ad hoc, in accoglimento delle eventuali considerazioni del CdM.

Paradossalmente, i dati sulla raccolta 2015 che Baretta è stato “costretto” a dare a seguito di una interrogazione parlamentare, che sono estremamente positivi – anche al di là delle più rosee previsioni – fanno perdere al Governo uno dei cavalli di battaglia più rampanti a difesa del proprio fortino: quello di imputare alle legge regionali e alle ordinanze comunali un effetto dissuadente nei confronti dei giocatori, e quindi di provocare la contrazione dell’introito erariale.

 

In definitiva, il prossimo bando scommesse rischia, se non di andare a ramengo, di tener lontani un bel po’ di candidati. E questo significa perdita di introiti già messi a bilancio da parte dello Stato.

Marco Cerigioni – PressGiochi