22 Settembre 2020 - 20:31

Relazione DIA: la criminalità si è dotata di “strutture parallele” per esercitare l’offerta illegale di giochi e scommesse

I risultati di diverse indagini svolte sul settore attestano come la criminalità organizzata si sia dotata di “strutture parallele” con le quali esercita l’offerta illegale di giochi e scommesse, sia attraverso centri scommesse occultati da meri centri di trasmissione dati, sia mediante siti per il gioco e le scommesse on line, i cui server sono spesso posti in Paesi off-shore o a fiscalità privilegiata, che il più delle volte non offrono forme di collaborazione giudiziaria o di polizia.

17 Luglio 2020

Print Friendly, PDF & Email

Il contrasto coerente, efficace e determinato alla criminalità organizzata, è soprattutto oggi una sfida che non può prescindere dal potenziamento degli strumenti di prevenzione e contrasto, tanto a livello nazionale che sovranazionale.

 

Per quanto riguarda il comparto dei giochi e delle scommesse, con la sospensione delle attività di raccolta “fisica” di gioco è stata registrata un’espansione della domanda nel comparto dei giochi on line. Pertanto, è possibile ipotizzare che la criminalità, organizzata ed economica, possa ampliare la propria offerta nel settore in parola, attraverso piattaforme telematiche e siti di gioco non autorizzati. I risultati di diverse indagini svolte sul settore attestano come la criminalità organizzata si sia dotata di “strutture parallele” con le quali esercita l’offerta illegale di giochi e scommesse, sia attraverso centri scommesse occultati da meri centri di trasmissione dati, sia mediante siti per il gioco e le scommesse on line, i cui server sono spesso posti in Paesi off-shore o a fiscalità privilegiata, che il più delle volte non offrono forme di collaborazione giudiziaria o di polizia.

Queste le considerazioni scritte nella Relazione semestrale della DIA riferita al secondo semestre 2019.

 

Il capitolo 13 della relazione propone, questa volta, un focus di approfondimento sul rapporto “Mafia & giochi”, un settore che, dopo quello degli stupefacenti, è diventato forse il più remunerativo ed al quale puntano indistintamente tutte le organizzazioni criminali.

 

Mafia & giochi nel centro e nord Italia – Il presente paragrafo offre una fotografia della pervasiva infiltrazione del settore in esame da parte della criminalità mafiosa nelle regioni del centro e del nord del Paese. Per agevolare la lettura, si è ritenuto utile delineare, in primis, la situazione del Lazio e, in particolare di Roma, per poi passare in rassegna le altre regioni partendo dal nord Italia.

Nel Lazio, le possibilità di investimento costituiscono una potenziale attrattiva per la criminalità mafiosa che, al di fuori delle aree d’origine, è particolarmente interessata a riciclare e reinvestire capitali. La compresenza sul territorio laziale di varie consorterie mafiose (autoctone ed extraregionali) è caratterizzata da un clima di tendenziale pacifica convivenza. In tale contesto, il fenomeno criminale in esame si affianca al narcotraffico e alla gestione dello spaccio di droghe quale una delle attività più redditizie. Di seguito si riportano, a titolo esemplificativo, alcune operazioni che, negli ultimi anni, hanno riguardato diverse  consorterie, iniziando dalla criminalità autoctona. Emblematica, al riguardo, l’operazione “Vento dell’Est” , conclusa dalla Guardia di finanza di Roma il 22 luglio 2015 con l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 9 appartenenti al clan GUARNERA di Acilia (RM). Al centro delle indagini un’organizzazione criminale che, potendo contare su soggetti appartenenti alla disciolta BANDA DELLA MAGLIANA e al clan FASCIANI di Ostia, operava in via esclusiva nel comprensorio di Acilia, ove tra l’altro deteneva il monopolio del settore delle slot machines, imposte a esercenti abilitati e autorizzati, sulla base di un accordo stretto tra i GUARNERA con un gruppo criminale di matrice albanese.

 

Recentissima, poi, l’indagine “Jackpot”, con la quale l’11 febbraio 2020 Carabinieri di Roma hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 38 persone, indagate per associazione a delinquere finalizzata alla frode telematica per il gioco d’azzardo illegale, riciclaggio, intestazione fittizia di beni ed estorsione, aggravate dal metodo mafioso. L’indagine ha documentato come l’organizzazione, capeggiata da un ex boss della BANDA DELLA MAGLIANA – di origine siciliana ma ormai da decenni trasferitosi nella Capitale, considerato tra gli esponenti di maggior rilievo della criminalità romana – avesse assunto con modalità mafiose il controllo monopolistico, nell’area Nord della Capitale, del settore della distribuzione e gestione delle apparecchiature per il gioco d’azzardo (slot machines, video lottery, giochi e scommesse on line), imposte con carattere di esclusività alle attività commerciali. Contestualmente è stato eseguito un decreto di sequestro, riguardante beni, mobili e immobili, utilizzati per la commissione dei reati o comunque acquisiti con proventi illeciti, per un valore complessivo stimato di circa 15 milioni di euro. Nella Capitale insisteva anche la sede legale di una società operante nel settore dei giochi, in ambito nazionale, attinta nel 2017 da un provvedimento di sequestro per evasione fiscale. Rivolgendo l’attenzione ai sodalizi mafiosi tradizionali, sicuramente la camorra ha dimostrato, nel tempo, maggiore capacità di inserirsi nel settore dei giochi e delle scommesse (rispetto alle altre matrici mafiose), sfruttando efficacemente tutte le opportunità offerte dal territorio. Infatti, il Lazio, anche per ragioni di vicinanza geografica alla Campania, è una delle regioni che più ricorre nelle indagini prese in esame.

 

Ne è esempio l’operazione “Pasha”, conclusa il 4 febbraio 2014 dal Centro Operativo DIA di Roma e dalla Polizia di Stato, in esecuzione di un provvedimento cautelare che disponeva l’arresto di 16 appartenenti al clan ZA-ZA-MAZZARELLA. Contestualmente, veniva eseguito un decreto di sequestro preventivo di beni per un valore di 400 milioni di euro. Gli arrestati si erano resi responsabili di associazione di tipo mafioso, truffa ed estorsione aggravata dal fine di agevolare l’organizzazione camorristica che faceva capo alla famiglia ZAZO, legata ai primi due gruppi. Tale sodalizio aveva realizzato, nel tempo, una fitta rete di investimenti, in varie regioni d’Italia, reimpiegando risorse finanziarie prodotte della gestione delle proprie attività illecite, come traffico di stupefacenti, estorsioni a commercianti e imprenditori nel quartiere napoletano di Fuorigrotta. In tal modo, acquistava immobili nelle città di Roma, Gorizia, Genova, Caserta, fondando numerose società nel settore immobiliare ed edilizio, alberghiero, della ristorazione, del commercio di auto, della gestione patrimoniale e finanziaria, del gioco e scommesse, della gestione di scuderie di cavalli da corsa. Diversi immobili sono risultati ubicati a Roma e dintorni: tra questi figurano un locale notturno, risultato di proprietà della famiglia ZAZO, collegata, come già detto, agli ZA-ZA – MAZZARELLA. Nel giugno 2015, l’operazione “Alsium” ha fatto luce su una serie di attività illecite legate all’usura e al gioco d’azzardo nell’area di Ladispoli, in provincia di Roma, gestite da un’organizzazione che faceva capo a un pregiudicato, già elemento di vertice del clan GIULIANO di Napoli, trasferitosi a Ladispoli negli anni ’80, insieme al suo nucleo familiare e a un altro pluripregiudicato di origini romane, anche lui residente a Ladispoli. Sono stati acquisiti elementi probatori sul coinvolgimento di un altro complice del posto, gravato da numerosi precedenti penali, in un vasto giro di scommesse clandestine. Taluni giocatori si rivolgevano all’organizzazione per ottenere prestiti a tassi usurai, non potendo far fronte ai debiti di gioco.Proseguendo l’analisi, in altre due indagini sono stati coinvolti soggetti legati al cartello dei CASALESI, uno dei gruppi campani con maggiori ramificazioni nel Lazio. Si tratta delle operazioni “Imitation game” e “Game over” dalle quali sono emerse complicità tra affiliati al suddetto cartello casertano e soggetti criminali autoctoni o legati ad altre consorterie mafiose.

 

L’ inchiesta “Imitation game”, conclusa dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di finanza il 13 gennaio 2016, ha riguardato una complessa struttura associativa transnazionale, dedita al controllo del gioco d’azzardo, attraverso una rete illegale, nazionale ed estera, di giochi on line e video lottery che consentiva di aggirare la normativa di settore e, omettendo fraudolentemente il versamento dei tributi erariali per la concessione di gioco, di realizzare plurime truffe ai danni dello Stato.

Il gioco illecito veniva realizzato attraverso la costituzione di siti (per il poker on line) non autorizzati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ai quali si accedeva da remoto, cioè da servercollocati all’estero e riferibili a società operanti ancora in altri Paesi (Romania, Georgia, Turchia, Kenya, Malta, Cipro, Americhe, Australia), gestite dagli indagati. L’organizzazione, che faceva capo al più volte citato imprenditore potentino, da anni residente a Roma, era composta da soggetti vicini alla camorra (CASALESI, gruppo ZAGARIA, e altri clan napoletani), alla ‘ndrangheta (cosca MAZZAFERRO di Marina di Gioiosa Jonica-RC) e alla criminalità romana.

Il sodalizio, oltre a gestire numerose apparecchiature situate soprattutto in locali ubicati a Roma e Ostia, era attivo in altre regioni (Lombardia, Emilia Romagna, Campania, Puglia, Calabria), dove operava in accordo con gruppi criminali locali. La complessa vicenda processuale ha avuto origine dalle indagini su un omicidio ed un tentato omicidio verificatosi a Ostia il 18 aprile 2011, all’interno di una sala giochi gestita da due degli indagati. I successivi approfondimenti hanno consentito di accertare l’operatività di un’organizzazione criminale alla quale faceva capo un complesso sistema che utilizzava siti di gioco non autorizzati dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, gestiti da un server localizzato a Tampa (Florida, Usa), mentre in Romania aveva sede una società dove fisicamente lavoravano sia il personale dell’assistenza ai siti, sia gli “esperti informatici” che avevano la possibilità di accedere direttamente al server. Come già detto, le società facevano riferimento all’imprenditore potentino, già coinvolto nell’inchiesta “Rischiatutto” e in altre ancora, indicato come vera e propria cerniera tra gli interessi della criminalità organizzata (quella romana, calabrese e casalese), con la quale collaborava pur non essendone affiliato, e il mondo della tecnologia informatica, in virtù delle sue capacità di realizzare “chiavi in mano” risorse web dedicate al gioco online, e per questo ricompensato con una percentuale che oscillava tra 10% ed il 20% degli incassi. Ai servizi accedeva “da remoto”, ossia da apparecchiature installate in numerose sale gioco presenti sul territorio di Roma, di Ostia, sul litorale laziale e su altre parti del territorio nazionale, dove sono risultate collocate le apparecchiature da gioco (VLT). Tra gli indagati figura anche il più volte citato esponente del gruppo FEMIA, contiguo alla famiglia MAZZAFERRO di Marina di Gioiosa Ionica (RC), al quale facevano capo alcune società operanti nel settore dei video giochi, con sede in Emilia Romagna, coinvolto nelle attività di poker on line praticato su siti illegali. L’organizzazione riusciva ad incassare ingenti guadagni illeciti, che venivano successivamente versati su conti correnti esteri per poi rientrare in Italia attraverso l’acquisizione di beni, oggetto di un sequestro del valore di circa 10 milioni di euro, tra i quali spiccano società che avevano tra i propri assets sale gioco e attività di ristorazione, oltre ad autovetture, conti correnti e depositi bancari.

 

Nell’operazione “Game over”, conclusa il 13 aprile 2016 dalla Guardia di finanza, sono stati invece coinvolti soggetti ritenuti affiliati ai CASALESI, gruppo IOVINE e al contiguo ma autonomo sodalizio GUARNERA di Acilia (RM), di cui si è già argomentato. Il provvedimento ha tratto spunto da diverse inchieste su un esponente del clan IOVINE che – trasferitosi ad Acilia nel 2003 in applicazione del provvedimento dell’obbligo di soggiorno – aveva stretto rapporti con la famiglia GUARNERA, con la cui complicità aveva acquisito la gestione di numerose sale gioco. L’operazione ha condotto anche al sequestro di un ingente patrimonio, stimato in circa 23 milioni di euro, che ha a riguardato numerose società che operavano in attività di concessione di apparecchi da gioco, attività edilizie, gestione di bar e sale da giochi e biliardi, beni mobili registrati e diversi beni immobili, tra i quali alcune ville di lusso, ubicate a Roma e provincia, Budoni (OT) e Lucoli (AQ).

I beni, risultati intestati a prestanome delle citate famiglie IOVINE e GUARNERA, sono stati oggetto di confisca nel marzo 2018. Nella Capitale, negli ultimi anni, si è infatti assistito, soprattutto in alcune zone, al proliferare di esercizi commerciali adibiti al gioco (slot machine e videolottery), h 24. Una di queste aree, concepita nei precedenti decenni come “polo tecnologico”, è situata lungo la via Tiburtina: qui diverse strutture, prima occupate da imprese commerciali, artigiane o da industrie, sono state riconvertite in case da gioco, tanto che la stessa zona, per la quale era stato coniato il nome “Tiburtina valley”, è ora nota anche come “game valley” o come “borgata Dubai” (dall’insegna di uno dei più grandi locali di intrattenimento presenti). Alcuni di questi esercizi sono stati sequestrati nell’ambito dell’operazione “Babylonia”, a conclusione della quale, il 23 giugno 2017, i Carabinieri e la Guardia di finanza hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 23 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di appartenere a due distinte associazioni per delinquere finalizzate all’estorsione, usura, riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, fraudolento trasferimento di beni e valori, con l’aggravante del metodo mafioso.

L’operazione ha riguardato due sodalizi criminali con base a Roma e Monterotondo (RM). Il primo gruppo criminale era riconducibile a un personaggio di spicco nel settore del narcotraffico internazionale, contiguo al clan camorristico partenopeo AMATO-PAGANO (cd. scissionisti), la cui veste “imprenditoriale” emerge a partire dal 2011, in concomitanza della sua liberazione dal carcere romano di Rebibbia, ove era detenuto per traffico di stupefacenti tra l’Olanda e l’Italia. Da quel momento, il pregiudicato  avrebbe costruito un vero e proprio impero, creando attorno a sé un’articolata organizzazione criminale dedita al riciclaggio e al consequenziale reimpiego di proventi illeciti, con la complicità di professionisti tra i quali commercialisti e alcuni impiegati di banca. Negli ultimi anni, il gruppo imprenditoriale aveva, infatti, ampliato in maniera esponenziale gli investimenti nel settore commerciale dell’esercizio di bar, ristoranti, gelaterie, pasticcerie, sale slot e tabacchi, gestiti tramite numerose società intestate fraudolentemente a prestanome.

La seconda organizzazione criminale era invece capeggiata da un pregiudicato di origine pugliese (successivamente deceduto), contiguo al gruppo CELLAMARE di Bari e da anni trasferitosi nei pressi della Capitale. Legata al primo gruppo tramite un imprenditore, l’organizzazione è risultata particolarmente attiva nella commissione di gravi delitti contro il patrimonio, commessi a Monterotondo (RM), tra i quali estorsioni e usura realizzate con il metodo mafioso, e nel successivo impiego dei proventi illeciti in bar e sale giochi, fraudolentemente intestati a prestanome. Nel corso delle indagini, è emerso infatti come il sodalizio si fosse imposto nel comune di Monterotondo (RM), avvalendosi della condizione di assoggettamento derivante dalla “fama criminale” del suo capo, ripetutamente affermata con atti di violenza compiuti dai suoi membri per recuperare i crediti delle estorsioni e dell’usura. L’operazione ha anche condotto al sequestro di un patrimonio composto da esercizi commerciali (bar, ristoranti, pizzerie e sale slot), immobili, rapporti finanziari/bancari, auto e moto, società e quote societarie, operato in varie parti del territorio nazionale – Roma, Milano, Salerno, Pescara, L’Aquila e Potenza – tra i quali figurano storici bar della Capitale e noti locali da intrattenimento. Si ricorda, inoltre, che il 26 gennaio 2018, la DIA di Roma e l’Arma dei carabinieri hanno eseguito un decreto di confisca di beni, del valore di circa 100 milioni di euro, disposto dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma, nei confronti di 5 soggetti, residenti a Ladispoli (RM), ritenuti responsabili, a vario titolo, di far parte di un’associazione criminale dedita all’usura in danno di cittadini e imprenditori locali in crisi economica, molti dei quali con dipendenza dal gioco d’azzardo. Del sodalizio facevano parte un nutrito numero di soggetti di origine campana, radicatisi da tempo a Ladispoli (RM), che avevano trasferito in quel territorio il modus operandi della camorra napoletana per la diffusione e la gestione di traffici illeciti. La Capitale è stata, inoltre, toccata dagli interessi criminali, nel settore dei giochi e delle scommesse, anche della ’ndrangheta. Si rammenta l’operazione “Scramble”, del 24 gennaio 2018, nel cui ambito la Guardia di finanza ha tratto in arresto, tra il Lazio, l’Emilia Romagna e la Calabria, 3 affiliati alla matrice calabrese, ritenuti responsabili, sul territorio emiliano-romagnolo di un’attività estorsiva che, per una delle vittime, aveva avuto inizio quando ancora gestiva una sala giochi a Roma.

La Capitale è stata inoltre marginalmente interessata anche dalle già citate inchieste “Monopoli”, come area di riciclaggio dei proventi illeciti, e “Galassia”, per il rintraccio e l’arresto di alcuni tra gli indagati . Si è già evidenziato come i sodalizi mafiosi siciliani, e Cosa Nostra in particolare, abbiano da tempo ampiamente praticato il lucroso settore delle scommesse, della gestione delle sale giochi e dell’alterazione delle cosiddette macchinette, giungendo fino all’organizzazione e alla gestione di competizioni non autorizzate. I riflessi di tali attività nel Lazio si sono tendenzialmente concretizzati, come accennato in premessa, nel riciclaggio di capitali illeciti, come emerso nell’operazione “Wood bet” che, nel luglio 2017, ha colpito un gruppo criminale riconducibile al mandamento di Brancaccio, a Palermo, che utilizzava i proventi delle attività illecite, tra le quali il gioco d’azzardo, per alimentare un gruppo di imprese, 2 delle quali in provincia di Roma, operanti nel commercio di imballaggi industriali.

Tirando le somme, nella regione è la camorra ad avere evidenziato un’operatività estesa, attraverso la diretta gestione (talvolta d’intesa con soggetti criminali appartenenti a matrici diverse) di attività imprenditoriali correlate al settore dei giochi e delle scommesse, costituite o rilevate con il reinvestimento di attività illecite, ma a propria volta produttrici di ulteriore ricchezza in favore della consorteria criminale. Le risultanze inerenti alla ‘ndrangheta e a Cosa nostra hanno invece palesato come il territorio della Capitale e la provincia sia stata individuata dai sodalizi come area di riciclaggio dei proventi illeciti, provenienti anche dall’infiltrazione nel settore dei giochi e delle scommesse, la cui raccolta era però stata esercitata in altre aree. La criminalità pugliese è risultata inoltre in posizione di partnership con altre matrici criminali, in particolare di origine campana ed autoctone della Capitale.

In conclusione, l’analisi delle risultanze investigative evidenzia come il rischio d’infiltrazione della criminalità organizzata nel settore delle scommesse sportive e dei giochi on line nel Lazio sia concreto e vede proprio nelle associazioni di tipo mafioso (sia che si tratti delle “mafie tradizionali” sia dei sodalizi autoctoni che agiscono con il metodo mafioso) una spiccata capacità di penetrazione, sia in ragione del pervasivo controllo esercitato sul territorio, sia perché il settore è particolarmente funzionale al reinvestimento dei patrimoni illecitamente accumulati.

In Piemonte, andando indietro nel tempo, sin dagli anni ’70, in corrispondenza dell’insediamento o del consolidamento di gruppi criminali di matrice calabrese e catanese, il settore del gioco ha sempre attratto gli interessi della criminalità organizzata. I contrasti per la gestione delle attività del gioco d’azzardo (collegate al controllo di una porzione di territorio) hanno determinato la commissione di gravi delitti e, all’inizio degli anni 2000, a Torino, si sono persino registrati due omicidi. In tale contesto, le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia erano poi confluite nelle indagini della Polizia di Stato, concluse il 21 aprile 2008, a Torino, nell’ambito dell’operazione “T. T. – Giuoco Duro” con l’arresto di 6 esponenti della cosca calabrese CREA, per associazione di tipo mafioso, estorsione e reati concernenti l’esercizio del gioco d’azzardo.

L’attività investigativa – coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Torino – consentiva di far luce su una ramificata organizzazione criminale di matrice calabrese che “taglieggiava” diverse sale da gioco illegali del capoluogo piemontese. In particolare, soggetti legati alla cosca CREA obbligavano i gestori di bische clandestine a versare “quote” in denaro per le esigenze degli appartenenti all’organizzazione criminale in stato di detenzione. Contestualmente, venivano sottoposti a sequestro preventivo 6 circoli privati utilizzati dai gruppi criminali per la gestione del gioco d’azzardo.Sempre nei primi anni 2000, si era anche osservato il tentativo posto in essere da Cosa nostra palermitana di riconquistare un ruolo attivo nel torinese, come dimostrato dagli esiti delle indagini conseguite alla cattura del boss latitante Salvatore LO PICCOLO. Cosa nostra stava tentando di realizzare una presenza di tipo economico-imprenditoriale, in settori ristretti e bene individuati, quali quelli dei giochi e delle scommesse sportive, attraverso pratiche estorsive nei confronti dei titolari di una sala bingo di Moncalieri, definita la più grande di Europa.

 

La conferma di tale interesse veniva dall’operazione conclusa il 9 gennaio 2008 dalla Squadra Mobile di Palermo che, in collaborazione con l’omologo ufficio investigativo di Torino, sottoponeva a fermo di indiziato di delitto un noto pregiudicato torinese e un esponente della famiglia mafiosa palermitana di Resuttana, ritenuti responsabili di un tentativo di estorsione in pregiudizio di un imprenditore palermitano, gestore con il figlio della citata sala bingo. Nel corso delle indagini il pregiudicato palermitano era stato individuato quale autore di un “pizzino” manoscritto, indirizzato al LO PICCOLO, riguardante proprio la gestione della citata azione estorsiva.

Successivamente, tra le inchieste che hanno portato alla luce gli interessi delle consorterie calabresi verso il lucroso settore del gioco vi è senza dubbio la “Minotauro”, conclusa l’8 giugno 2011 dai Carabinieri con l’esecuzione di 150 misure restrittive e di sequestri preventivi per un valore di circa 50 milioni di euro. Dalle indagini è emerso come i proventi utilizzati per il sostegno dei detenuti derivassero anche dalla gestione delle sale da gioco e dall’installazione dei videopoker e slot machine all’interno dei locali pubblici ad opera di alcune ditte vicine ai sodalizi ‘ndranghetisti insistenti sul territorio piemontese, attivi in particolare nel locale di Volpiano e riconducibili alle famiglie AGRESTA-MARANDO.

La compagine delinquenziale, attraverso il costante utilizzo di prestanome, gestiva, inoltre, vere e proprie bische in cui si praticavano giochi d’azzardo. Gli approfondimenti investigativi hanno dimostrato come sia per le bische che per l’installazione delle apparecchiature da gioco fossero necessari accordi preventivi tra vari affiliati proprio in relazione alla corresponsione dei proventi che sarebbero spettati al locale “competente” per quel determinato territorio.Il 18 marzo 2019, nelle provincie di Torino, Cuneo e Vibo Valentia, i Carabinieri e la Guardia di finanza, nell’ambito dell’operazione “Carminius” hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 17 soggetti inseriti nelle famiglie ARONE- DEFINA-SERRATORE, collegate alla cosca vibonese BONAVOTA, responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso finalizzata alla produzione e al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, emissione di fatture per operazioni inesistenti e truffa. Gli investigatori hanno ricostruito l’operatività della ‘ndrina vibonese, impegnata in un controllo capillare su un territorio che dal Comune di Carmagnola si estende sino ai confini della provincia di Cuneo.

Dalle indagini è emersa anche l’esistenza di un sodalizio “allargato”, composto da esponenti ‘ndranghetisti che avevano stretto un patto di alleanza con elementi della Cosa nostra siciliana, attivi proprio a Carmagnola. Uno degli indagati, secondo le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, rappresentava l’anima siciliana di un accordo di collaborazione con esponenti della ‘ndrangheta ed era deputato a reinvestire grosse quantità di denaro dell’associazione nel settore dei dispositivi VLT, implementandone, in misura esponenziale, la “cassa”. In tal modo, i mafiosi hanno potuto gestire, di comune accordo, numerose attività illecite nei settori del traffico di stupefacenti e delle estorsioni.

Nel corso delle operazioni, sono stati sottoposti a sequestro numerosi immobili, società (finanziarie, immobiliari, concessionarie di autoveicoli, imprese edili), conti correnti e cassette di sicurezza per un valore complessivo pari a oltre 45 milioni di euro. Le investigazioni hanno, tra l’altro, fatto luce sugli attentati compiuti fra il 2016 e il 2018 in danno del vicesindaco di Carmagnola e di un assessore, ai quali vennero incendiate le automobili, verosimilmente per il loro impegno volto a limitare l’utilizzo delle slot machine, fra i business più redditizi in mano all’organizzazione criminale.

Il 5 novembre 2019, nell’ambito dell’operazione “Cerbero”, i Carabinieri e la Guardia di finanza, a Torino, Reggio Calabria, Milano e Catania hanno eseguito 71 misure restrittive nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti contigui al locale di Volpiano ed al locale di San Giusto Canavese, colpevoli, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso e traffico internazionale di sostanze stupefacenti, con l’aggravante delle finalità mafiose, nonché di riciclaggio e trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori. Uno dei filoni dell’ampia inchiesta ha riguardato l’interesse del locale di Volpiano nel settore dei giochi e ha ricostruito numerose fittizie intestazioni di beni a terzi a vantaggio della famiglia AGRESTA. Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso e traffico internazionale di ingenti quantità di stupefacenti, provenienti dal Brasile, con l’aggravante della finalità mafiosa, i cui proventi venivano reimpiegati, tra l’altro, anche nel noleggio di slot machine e nel gioco d’azzardo. Per eludere i controlli le aziende erano intestate a diversi prestanome. Tra gli arrestati figura un soggetto col presunto grado di “camorrista” all’interno della cosca BONAVOTA di Vibo Valentia. L’indagine ha altresì coinvolto alcuni “colletti bianchi”, tra i quali un legale torinese.

Analogamente al Piemonte anche in Lombardia si è assistito, sin dagli anni ’70, in concomitanza con l’insediamento di gruppi criminali di matrice calabrese e catanese, alla forte attenzione rivolta dalla criminalità organizzata verso il settore del gioco. Negli anni ‘80 e ’90, qualificate proiezioni siciliane, come quella dei cd. CURSOTI MILANESI – frangia della Cosa nostra etnea uscita sconfitta nel corso di una guerra di mafia – avevano assunto il controllo del gioco d’azzardo nel centro-nord, operando in modo pervasivo soprattutto in Lombardia ed Emilia Romagna. Una serie di arresti eccellenti e le pesanti condanne giudiziarie conseguenti anche alle propalazioni di alcuni collaboratori di giustizia hanno poi smantellato l’organizzazione, che ha ceduto il passo ad altre matrici criminali.

Epigoni dell’epoca sono risultati, tuttavia, attivi anche in tempi più recenti. Infatti, il 27 settembre 2007, nell’ambito dell’operazione “Old Games”, a Milano e nelle province di Lecco, Pavia e Catania, la Polizia di Stato ha eseguito un provvedimento restrittivo nei confronti di 34 indagati, responsabili, a diverso titolo, di associazione per delinquere finalizzata all’esercizio clandestino di scommesse e concorsi e di altri gravi delitti. Le indagini, avviate nel 2005, hanno evidenziato l’operatività di uno storico gruppo criminale, strettamente collegato ai citati CURSOTI MILANESI, dedito alle scommesse clandestine sui concorsi ippici effettuate presso numerosi punti scommesse legali e presso l’ippodromo cittadino di San Siro.

Gli indagati erano anche attivi nel controllo del gioco d’azzardo praticato all’interno di bische, create dagli stessi sodali, in circoli privati e bar. Più di recente, tra le principali inchieste che hanno portato alla luce gli interessi delle cosche nel settore in argomento, si ricorda quella conclusa dalla Polizia di Stato, il 30 novembre 2011, tra le province di Milano (Cisliano), Como (Fino Mornasco) e Reggio Calabria, che portava all’arresto di 10 esponenti della famiglia LAMPADA, da anni stanziata in Lombardia quale espressione dei reggini DE STEFANO, impegnati nel tentativo di condizionare la vita amministrativa ed economica nei citati territori lombardi e nella provincia di Reggio Calabria.

Le indagini, infatti, rivelavano i meccanismi di reinvestimento, in Lombardia, dei proventi illeciti della cosca LAMPADA, tramite imprese compiacenti operanti, in particolare, nel settore dei giochi elettronici da intrattenimento, dall’installazione delle apparecchiature, alla gestione delle società esercenti la specifica attività. Per tali scopi le cosche si sarebbero avvalse del “sostegno” di esponenti politici e di soggetti istituzionali.

Nell’area del lecchese, poi, l’operazione “Metastasi” del 2 aprile 2014 faceva luce, grazie alle indagini della Guardia di finanza, sui tentativi d’infiltrazione nel mondo economico, politico e amministrativo della provincia da parte della cosca di origine catanzarese facente capo alla famiglia TROVATO. Il gruppo mirava a imporre la propria egemonia in alcuni settori produttivi (ristorazione e distribuzione di terminali per il gioco all’interno dei locali pubblici) e lo faceva avvicinando e condizionando appartenenti ad enti pubblici locali. In provincia di Lecco venivano eseguite dieci misure cautelari nei confronti di soggetti indiziati, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, di estorsione, porto abusivo di armi, corruzione, turbata libertà degli incanti e spaccio di sostanze stupefacenti. Nel corso delle indagini è emersa la pressione del sodalizio sulla concorrenza e sui titolari di esercizi commerciali, per l’installazione di macchinette per il gioco.

Più di recente, il 30 luglio 2019, la Polizia di Stato ha eseguito un provvedimento di sequestro nei confronti di un soggetto riconducibile alla famiglia MAZZAFERRO, condannato a 14 anni per associazione di tipo mafioso quale esponente della ‘ndrangheta di Fino Mornasco (CO). Il patrimonio sottoposto a sequestro è costituito da 28 immobili, due società – una che gestiva a Cadorago (CO) una sala di videogiochi e un’azienda agricola con sede a Oltrona San Mamette (CO), proprietaria di 20 cavalli – una piccola abitazione, alcuni mezzi di trasporto e due conti correnti. Il territorio del Veneto costituisce un potenziale centro di interesse in ragione del volume di denaro investito dalla popolazione nel settore dei giochi e delle scommesse. In merito alle infiltrazione della criminalità mafiosa si segnala la già citata operazione “Jonny” del maggio 2017, nel cui ambito le indagini di Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di finanza hanno fatto luce sugli interessi delle cosche ARENA e NICOSCIA di Isola Capo Rizzuto (KR) verso il settore delle scommesse on line (per il tramite di una società operante in tale ambito), con “punti gioco” anche a Verona, oltre che a Crotone, Prato, Bologna e Milano.

Gli investimenti nel settore venivano gestiti per il tramite di alcuni soggetti contigui, residenti anche nel territorio della citata provincia veneta. Anche l’Emilia Romagna, regione che annovera infiltrazioni mafiose soprattutto di matrice campana, calabrese e siciliana, ha fatto da sfondo per importanti indagini. Nel settore in esame, per quanto concerne le infiltrazioni camorristiche l’inchiesta “Medusa” (9 marzo 2009), coordinata dalle DDA di Napoli e Bologna, faceva luce sull’operatività di circoli privati ubicati nelle province di Bologna e Modena, adibiti al gioco d’azzardo mediante apparecchiature elettroniche da intrattenimento, riconducibili al gruppo SCHIAVONE del clan dei CASALESI.

 

La Regione è stata interessata da una delle inchieste che ha maggiormente fatto luce sugli interessi della ‘ndrangheta nel nord Italia, con riguardo al settore criminale in esame: l’inchiesta “Black Monkey” della DDA di Bologna. Conclusa dalla Guardia di finanza il 23 gennaio 2013, l’indagine ha disarticolato una complessa organizzazione criminale riconducibile al più volte citato esponente di vertice del gruppo FEMIA (ora collaboratore di giustizia), contiguo ai MAZZAFERRO di Marina di Gioiosa Ionica (RC). Questi, emigrato dalla Calabria nel 2002 con il proprio nucleo familiare verso Conselice (RA), aveva creato un vero e proprio impero del gioco d’azzardo digitale tra l’Emilia Romagna, il Veneto, la Campania, la Puglia, la Calabria, l’Inghilterra e la Romania procurandosi alti profitti attraverso la gestione illecita del gioco on line e la manomissione delle video slot, eludendo i controlli dei Monopoli di Stato.

Più di recente, il 24 gennaio 2018, sempre la Guardia di finanza ha tratto in arresto, nell’ambito della citata operazione “Scramble”, tra l’Emilia Romagna, il Lazio e la Calabria, tre pregiudicati ritenuti affiliati alla ‘ndrangheta, responsabili di un episodio di estorsione in danno dei figli del predetto collaboratore di giustizia del gruppo FEMIA, maturato in un contesto di malavita organizzata sul territorio emiliano-romagnolo, da parte di alcuni soggetti di origine calabrese, riconducibili alla ‘ndrina BELLOCCO di Rosarno (RC).

Il successivo 15 novembre, la Guardia di finanza ha eseguito un provvedimento emesso dalla Corte d’Appello di Bologna che ha disposto la confisca del patrimonio, stimato in oltre 400mila euro, riconducibile ad un uomo di origine calabrese, particolarmente vicino al predetto boss contiguo al clan MAZZAFERRO. Anche il provvedimento ablativo in questione trae origine dall’operazione “Black Monkey”, che ha consentito di acquisire concreti e solidi elementi circa il coinvolgimento del soggetto sia in azioni intimidatorie ed estorsive per il recupero dei crediti illeciti, sia in ordine alla sua volontaria e consapevole intestazione fittizia di beni (fabbricati, società e autovetture) il cui reale dominus era il boss in argomento. I Giudici, pertanto, hanno ordinato a suo carico la confisca di un appartamento sito a Lido Adriano, in provincia di Ravenna, e di un’automobile, perché di valore sproporzionati rispetto ai redditi percepiti.

In Liguria si mantiene sostenuta la spesa relativa al gioco, settore che, al pari del narcotraffico, costituisce uno dei principali canali di arricchimento per la criminalità organizzata di tipo mafioso, facendo registrare tentativi di infiltrazione nel gioco legale e in quello illegale. Peraltro, tra le molteplici opportunità offerte dal mercato ligure del gaming, si annovera anche la presenza di una casa da gioco municipalizzata, il Casinò di Sanremo.

In tale contesto, si ricorda il coinvolgimento di un noto boss della camorra appartenente al sodalizio TAGLIAMENTO, attivo in diversi settori illeciti tra l’estremo ponente ligure e la riviera francese, in un’indagine che, oltre ad averne accertato la responsabilità per un tentativo di estorsione in danno di un porteur del Casinò, ha anche evidenziato la volontà di infiltrare uomini di fiducia all’interno della casa da gioco. Il dato storico attesta, anche per il passato, l’interesse delle diverse matrici mafiose nelle attività di gioco d’azzardo e nella gestione di bische clandestine.

Le inchieste “Ducato” (1998) e “Maglio” (2000), seppur con esiti giudiziari diversi, hanno testimoniato le cointeressenze dei gruppimafiosi nisseni (riferibili ai MADONIA) e calabresi verso l’azzardo. Per i sodalizi camorristici – come i FUCCI, presenti nel centro storico del capoluogo ligure sin dagli anni ‘60 – il “fare sistema” con gli altri gruppi coinvolti nel gambling è risultato strumentale per la spartizione del territorio. In proposito, l’indagine “Jackpot”, coordinata dalla DDA di Genova e conclusa il 14 aprile 2016 dalla Guardia di finanza, ha condotto al sequestro di sette sale da videolottery e gioco on line e alla contestazione dei reati di trasferimento fraudolento di valori, associazione per delinquere, truffa ai danni dello Stato, esercizio abusivo di attività di gioco o di scommessa, illeciti tutti perpetrati con l’aggravante della transnazionalità, atteso che in Romania ma anche a Malta sono risultati ubicati server utilizzati per il gioco illecito e le scommesse clandestine. Le indagini hanno dimostrato che gli amministratori di fatto delle società e delle sale gioco sottoposte a sequestro avevano gestito, su tutto il territorio nazionale, siti internet illegali, per conto di elementi di spicco del panorama criminale genovese, tra cui sodali del gruppo MACRÌ di Mammola (RC), del citato clan FUCCI di Napoli e appartenenti a Cosa nostra nissena.

 

Pochi giorni dopo, il 21 giugno 2016, nell’ambito operazione “I Conti di Lavagna”, la Polizia di Stato eseguiva una misura restrittiva nei confronti di 23 soggetti, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, abuso d’ufficio, voto di scambio ed altri gravi reati. Tra gli arrestati, figuravano anche esponenti della ‘ndrina NUCERA-RODÀ, originaria di Condofuri (RC). Le indagini accertavano il loro coinvolgimento, nella zona del Tigullio, in attività usurarie ed estorsive e nello spaccio di stupefacenti, i cui proventi venivano capitalizzati in investimenti nel settore immobiliare e delle videolottery, curatida un imprenditore – tratto in arresto – prestanome e uomo di fiducia del clan RODÀ.

Dalle indagini è emerso che una sala VLT veniva utilizzata anche per operazioni di riciclaggio che si concretizzavano nell’utilizzazione dei ticket emessi dalla apparecchiature elettroniche, in conseguenza dell’introduzione di denaro contante – anche senza giocare – come ricevute di credito al portatore. Anche la vasta inchiesta “Alchemia” (19 luglio 2016), conclusa dalla DIA e dalla Polizia di Stato con l’esecuzione di un provvedimento restrittivo nei confronti di 42 soggetti e del contestuale sequestro di beni per 40 milioni di euro, ha fatto luce sui forti interessi riposti da affiliati alle cosche RASO-GULLACE-ALBANESE di Cittanova (RC) e PARRELLO-GAGLIOSTRO di Palmi (RC) – ramificate in Liguria ed in altre aree del Paese – in diversi settori economici in Calabria, Piemonte, Liguria e Toscana, tra i quali la gestione di sale giochi e di piattaforme di scommesse on line, oltre al movimento terra, l’edilizia, l’import-export di prodotti alimentari, la lavorazione dei marmi, gli autotrasporti, lo smaltimento ed il trasporto di rifiuti speciali.

L’inchiesta ha disvelato l’alto profilo di pericolosità e il solido collegamento con la “casa madre” reggina, la partecipazione a diversi summitmafiosi da parte degli indagati e la rituale affiliazione di figli di ‘ndranghetisti al momento del compimento della maggiore età. In Toscana, i riscontri investigativi degli ultimi anni hanno confermato l’azione espansiva da parte della camorra, finalizzata soprattutto al riciclaggio di proventi illeciti, realizzato nella gestione di locali notturni e di esercizi pubblici per la raccolta di scommesse sportive.

La già citata operazione “Hermes”, conclusa dalla Guardia di finanza il 27 aprile 2009, aveva accertato gli interessi del clan dei CASALESI, dei napoletani MISSO e MAZZARELLA, nonché dei nisseni MADONIA nel settore del gioco lecito, finalizzati al riciclaggio di proventi illeciti nel bingo, nella raccolta delle scommesse sportive ed ippiche, nel videopoker e nelle cd. new slot.

L’attività, eseguita in 13 città, tra cui Lucca, portava, oltre all’esecuzione di 29 ordinanze di custodia cautelare in carcere, al sequestro di 39 società commerciali, 23 ditte individuali, 100 immobili, 104 autoveicoli, 140 tra quote societarie e rapporti bancari per un valore di oltre 150 milioni di euro. Poco dopo, il 10 giugno 2009 la Polizia di Stato di Firenze e Prato, in collaborazione con la Guardia di finanza, eseguiva un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 8 soggetti, per associazione di tipo mafioso, usura, estorsione, esercizio di scommesse clandestine e organizzazione del gioco d’azzardo. Nel corso dell’operazione venivano sottoposti a sequestro preventivo 55 immobili, 18 veicoli, 43 conti correnti bancari e quote di proprietà di 7 società, per un importo complessivo di circa 2 milioni e mezzo di euro.

L’articolata indagine, coordinata dalla DDA di Firenze, ha rivelato l’operatività di un sodalizio criminale che gestiva un vasto “giro” di scommesse clandestine, in diverse città del centro Italia, su corse di cavalli e altre manifestazioni sportive truccate, concedendo prestiti a usura a giocatori in difficoltà economiche, costringendoli, in alcuni casi, a cedere i propri beni per restituire il debito contratto. Tra gli arrestati figura un esponente del clan TERRACCIANO, che vanta, per il passato, stretti rapporti con la N.C.O. di Raffaele CUTOLO.

 

In Toscana – e, allo stato, sul resto del territorio nazionale – l’unica matrice criminale straniera con interessi nel settore dei giochi è quella cinese.

Emblematica, in tal senso, è l’operazione “China Truck”, conclusa il 18 gennaio 2018 dalla Polizia di Stato con la disarticolazione di un’associazione criminale, composta da 33 cittadini cinesi, che gestiva bische clandestine, oltre a praticare usura ed estorsioni in danno di aziende gestite da connazionali.

Il 29 gennaio 2019 è iniziato, nel Capoluogo toscano, il processo a carico dei soggetti coinvolti. Nel dicembre 2019, a Prato, la Polizia di Stato, nel corso delle attività di controllo sulle varie attività etniche localizzate nella zona industriale della provincia ha tratto in arresto un cinese, gestore di una bisca clandestina, con l’accusa di estorsione, denunciando altri 55 connazionali. L’arrestato, peraltro, era già rimasto coinvolto in altre indagini relative a scontri tra bande per il controllo della prostituzione. Il fenomeno risulta, quindi, al momento, limitato e intraneo alla comunità etnica, anche se sono emerse recenti cointeressenze tra imprenditori cinesi ed espressioni camorristiche originarie del napoletano, da tempo stanziate in alcune province toscane, coinvolte in indagini concernenti il gioco illegale.

Anche in Umbria si registrano proiezioni di interessi criminali nell’ambito del fenomeno delle scommesse e dei giochi on-line. Ne è riprova l’operazione “Doma”, con la quale, il 15 settembre 2015, la DIA ha eseguito nei confronti della famiglia RUSSO – organica al cartello dei CASALESI – un sequestro di beni, alcuni dei quali ubicati nella provincia di Perugia, ove sono state individuate 3 apparecchiature per il gioco d’azzardo, imposte in altrettanti esercizi commerciali.

Si richiama inoltre, ancora una volta, l’indagine “’Ndrangames”, del 2017, che ha rilevato gli interessi economici del clan potentino MARTORANO-STEFANUTTI (con connessioni operative con la ‘ndrangheta del crotonese nel settore del gioco illegale) verso esercizi commerciali pubblici della provincia di Perugia, ove erano state installate apparecchiature elettroniche per il gioco d’azzardo.

Per quanto riguarda la Sardegna, pur non evidenziandosi, nel territorio, il radicamento di organizzazioni italiane di tipo mafioso di provenienza extra regionale, è tuttavia evidente come la criminalità isolana non sia del tutto estranea ad instaurare, con loro, sinergie criminali.

Alcuni filoni investigativi hanno infatti rivelato l’inserimento di consorterie calabresi e pugliesi nel settore in esame, controllando, in maniera diretta o indiretta, giocate per ingenti somme ed accumulando capitali da reinvestire all’estero in posizioni finanziarie e patrimoni immobiliari intestati a prestanome.

Anche nel contesto della più volte ricordata indagine “’Ndrangames”, conclusa dai Carabinieri il 30 marzo 2017, era stato già disposto il sequestro preventivo delle apparecchiature elettroniche installate da società riconducibili agli indagati presso 9 esercizi pubblici delle province di Cagliari, Nuoro e Sassari. Le indagini avevano, in particolare, fatto luce sull’operatività anche in Sardegna del clan potentino MARTORANO-STEFANUTTI, di cui si è detto circa le connessioni operative con la ‘ndrangheta del crotonese nel settore del gioco illegale. Successivamente, nell’ambito della già citata operazione “Scommessa” del 14 novembre 2018, è stato disarticolato un sodalizio criminale nell’ambito del quale un imprenditore cagliaritano, in contatto con il clan barese CAPRIATI-PARISI, aveva assunto la funzione di collettore delle affiliazioni per la diffusione commerciale dei siti e brand dell’organizzazione, con il compito di creare nuove sale da gioco e per le scommesse on line in tutta l’isola.

 

 

PressGiochi