“La Corte di Giustizia conferma che i cosiddetti hosting provider sono neutri per i contenuti che consentono di pubblicare nella loro veste di hosting, quindi senza un coinvolgimento. Tuttavia se
“La Corte di Giustizia conferma che i cosiddetti hosting provider sono neutri per i contenuti che consentono di pubblicare nella loro veste di hosting, quindi senza un coinvolgimento. Tuttavia se stringono degli accordi con i creator di profit sharing (e quindi come il caso che ha esaminato la Corte diffondono contenuti che sono fonte diretta di profitto) sono non solo interessati, ma anche obbligati a verificare quei contenuti”.
Così l’avvocato Stefano Sbordoni riassume la sentenza con cui la Corte di Giustizia ha di fatto confermato la multa da 750mila euro che l’AgCom ha inflitto a Google, dopo che un creator aveva pubblicato su Youtube una serie di video sponsorizzando casinò online e promozioni.
Per i giudici comunitari, è determinante il fatto che Google avesse un accordo commerciale con il creator, per disciplinare la divisione degli utili derivanti dalla pubblicità. “La Corte di Giustizia già nelle premesse assunte dal Consiglio di Stato afferma che il contratto, così come è, preveda una compartecipazione agli utili”. Di conseguenza, le attività di hosting provider “non ricadono nelle esenzioni previste dall’articolo 14 della direttiva 2000/31/CE, e le compagnie sono responsabili di quei contenuti”.
La Corte di Giustizia inoltre non dà alcun peso a come l’hosting provider effettui i controlli sui contenuti, è responsabile sia nel caso in cui si avvalga di persone fisiche, sia qualora utilizzi degli algoritmi che operano invia automatica. Anche in questo caso, il fattore determinante, spiega il legale, è il fatto che abbia “un accordo tale per cui trae profitto da quei contenuti – in base alla diffusione, al numero di visualizzazioni, etc. – e quindi viene considerato pienamente consapevole di quali contenuti vengano pubblicati”.
Sull’entità della sanzione, Sbordoni ricorda che “il Consiglio di Stato non ha sollevato dubbi sulla proporzionalità dell’importo, di conseguenza non è un aspetto che la Corte di Giustizia ha esaminato”. In ogni caso, “quello della proporzionalità è un aspetto diverso e ulteriore. L’AgCom avrà certamente graduato gli importi, anche perché il decreto Dignità prevede una sanzione di 50mila euro per ciascuna violazione. E nel caso di Google, l’Autorità ha contestato la pubblicazione di 630 video, se per ognuno si fosse applicata la norma alla lettera, l’importo complessivo avrebbe superato i 30 milioni di euro”.
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