17 agosto 2019
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Processo “Black Monkey“: si scopre come la ‘Ndrangheta gestiva slot taroccate e casinò online

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Processo “Black Monkey“: si scopre come la ‘Ndrangheta gestiva slot taroccate e casinò online

Un impero del gioco d’azzardo gestito dalla ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, minacce di morte al giornalista Giovanni Tizian, tentati sequestri, pestaggi, estorsioni, corruzione, intestazione fittizia di beni. Sono alcuni degli aspetti del processo “Black Monkey“, il cui secondo grado è iniziato poche settimane fa nel Tribunale di Bologna.

Alla sbarra la cosca che per l’accusa è guidata da Nicola ‘Rocco’ Femia, condannato in primo grado a 26 anni e 10 mesi per associazione mafiosa. Femia, che deve scontare anche altre condanne, tra cui una di 23 anni per narcotraffico internazionale, aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Poco prima della sentenza di primo grado, emessa a febbraio 2017, aveva saltato il fosso, decidendo di farsi pentito.

Come riporta ilFattoquotidiano.it – Negli interrogatori, sei in totale tra il marzo e il giugno 2017, il boss ha ripercorso anche i meccanismi del gioco d’azzardo illegale. Quello creato dalla famiglia mafiosa – trasferitasi nel 2002 a Conselice, in provincia di Ravenna, da Marina di Gioiosa Jonica – e dai sodali è stato definito dai giudici un vero e proprio “impero”, che si estendeva anche al di fuori dei confini nazionali e arrivava fino in Inghilterra e in Romania. Un impero legale e illegale: tutte le imprese di gioco d’azzardo che facevano capo a Femia avevano un “mercato parallelo” di schede (quelle che si inseriscono all’interno delle slot machine) contraffatte commercializzate in tutta Italia. “Con l’Arcade – racconta Femia parlando di una delle sue società – abbiamo distribuito solo schede di tipo ‘Black Monkey‘ (da cui prende il nome l’inchiesta, ndr) di cui 500 ‘normali’ ed il resto ‘taroccate’”.

 

 

Come avevano spiegato i periti nel corso del primo grado, le schede illegali, quelle “taroccate”, venivano contraffatte in due modi diversi: il primo prevedeva un meccanismo che faceva in modo che solo una parte dei soldi giocati risultasse ai Monopoli di Stato, ma in questa maniera era visibile che alcune schede avevano uno scarso volume e quindi era molto probabile un controllo dell’Amms (Amministrazione Autonoma Monopoli Statali). Il secondo modo era più efficace: ai Monopoli arrivava il dato corretto dei soldi giocati e vinti, ma parte delle vincite non risultava al giocatore: venivano, cioè, contabilizzate ma non erogate. Così, veniva superato il controllo dell’amministrazione finanziaria e a rimetterci non era più lo Stato, ma gli stessi giocatori che avevano una minore possibilità di vincita.

Ancora più evoluta era la struttura che gestiva il gioco d’azzardo online: nel 2007 Femia ha iniziato a distribuire un nuovo prodotto, “un casinò con tavoli e slot machines sempre però con vincite in denaro”.

“Ho iniziato a distribuire questo gioco – racconta negli interrogatori – in varie sale giochi in Italia, da Taranto fino al Nord. Le regioni in cui veniva distribuito questo nuovo prodotto erano Puglia, Marche, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Toscana”. Un business che poi si amplia anche alla Campania, intrecciandosi con esponenti della camorra: “Mi dicono che per lavorare in quella zona dovevo dargli 100.000 euro per “entrare” e in più riconoscergli una percentuale favorevole. Mi dissero espressamente che di questo denaro che dovevo dargli una percentuale del 10% era per i detenuti. Acconsentii”.

 

Il business del gioco d’azzardo era in continua evoluzione: nel 2012, dice Femia, “costituiamo una società di fatto per mettere a noleggio dei totem muniti di un programma di shopping online che in realtà consentiva l’accesso ad un sito di casinò online estero con vincita in denaro. Avevamo già installato 5 o 600 totem dalla Sicilia fino alle Marche, ma anche in Campania e in Sardegna, quando sono stato arrestato nel gennaio 2013″. Insomma, l’attività illecita era arrivata a non avere praticamente limiti territoriali. Gli affari di Femia nel gioco d’azzardo erano iniziati dieci anni prima, nel 2002, quando l’uomo da Marina di Gioiosa Jonica in Calabria si trasferisce a Conselice, in provincia di Ravenna: “Ci occupavamo della vendita di schede per macchinette videopoker. Nel giugno 2004 interviene la normativa nuova che introduce il comma 6 che impone il collegamento in rete di tutte le slot. In questo periodo entro in contatto con due soggetti che operavano in provincia di Varese e producevano un videogioco che in realtà celava una slot machines. La slot per l’esattezza si attivava digitando un certo codice sulla tastiera. Ho iniziato a vendere un gran numero di questi giochi guadagnando circa 20.000 euro al giorno. Gli acquirenti di queste schede erano tutti consapevoli del loro carattere illegale ed in effetti allora le sanzioni erano piuttosto blande“.

PressGiochi

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