Ha preso il via questo pomeriggio a Roma, presso il MoMeC, l’incontro “Persone in gioco. Connessioni, intrattenimento e nuove forme di partecipazione”, nuovo appuntamento dell’Osservatorio sul gioco pubblico di SWG
Ha preso il via questo pomeriggio a Roma, presso il MoMeC, l’incontro “Persone in gioco. Connessioni, intrattenimento e nuove forme di partecipazione”, nuovo appuntamento dell’Osservatorio sul gioco pubblico di SWG “Giocare da grandi”, il progetto di ricerca attivo dal 2020 che analizza, attraverso dati empirici, l’evoluzione del gioco pubblico in Italia. Al centro del confronto istituzioni, studiosi ed esperti del settore, chiamati a riflettere sul rapporto tra gioco, trasformazioni sociali e nuove modalità di partecipazione. L’edizione di quest’anno pone particolare attenzione alla dimensione generazionale del fenomeno, approfondendo come cambiano le abitudini di intrattenimento, le aspettative e le progettualità delle diverse fasce della popolazione in un contesto sociale in continua evoluzione.
«Con questa edizione dell’Osservatorio abbiamo voluto offrire una lettura diversa dal solito, ponendo al centro le persone e il significato della partecipazione», ha spiegato Riccardo Grassi, ricercatore di SWG, illustrando i risultati dell’indagine condotta su oltre 3.000 italiani. «I dati ci dicono anzitutto che non assistiamo a un aumento del numero dei giocatori. Al tempo stesso emerge un elemento molto significativo: solo il 10% degli italiani non ha mai giocato almeno una volta nella vita. Significa che il 90% degli italiani ha avuto un’esperienza di gioco, anche occasionale, e questo dovrebbe indurre a guardare il fenomeno in modo più ampio, senza concentrarsi esclusivamente sugli aspetti patologici, che pure esistono e vanno affrontati, ma che non esauriscono la realtà».

Grassi ha poi evidenziato come la ricerca metta in discussione alcuni stereotipi consolidati. «L’immagine del giocatore chiuso nel proprio cellulare o davanti a una macchina, isolato e privo di relazioni, dal punto di vista statistico non regge. I nostri dati mostrano invece che i giocatori parlano più spesso con gli amici di politica, cronaca ed economia, condividono più frequentemente opinioni e previsioni sugli eventi e, soprattutto, si informano molto più della media della popolazione e dei non giocatori». Anche sul fronte della partecipazione sociale emergono risultati inattesi: «Su quasi tutti gli indicatori analizzati – dalla partecipazione a eventi fino al sostegno economico ad associazioni e progetti sociali – i giocatori registrano livelli di coinvolgimento superiori. Quando abbiamo visto questi numeri abbiamo voluto ricontrollare tutti i dati perché ci sembravano sorprendenti, ma le verifiche hanno confermato il risultato. Il giocatore abituale si dimostra tutt’altro che un soggetto asociale: è una persona che manifesta un livello di partecipazione e di interesse verso ciò che accade intorno a sé decisamente elevato».

Un passaggio dell’intervento è stato dedicato anche al concetto di “mettersi in gioco”, che secondo Grassi rappresenta la chiave interpretativa dell’intera ricerca. «Viviamo in un contesto in cui è sempre più difficile coinvolgere le persone attraverso gli strumenti tradizionali della partecipazione. Eppure esistono meccanismi che riescono ancora a catturare l’attenzione perché danno la percezione che il proprio contributo possa incidere realmente sul risultato finale. Il tema del gioco si inserisce proprio in questa dimensione: non riguarda soltanto il rischio, ma anche il desiderio di partecipare, di prendere posizione, di essere parte di qualcosa. Quando parliamo di giocatori dobbiamo avere la consapevolezza di trovarci di fronte a un fenomeno molto più complesso, articolato e diffuso di quanto venga normalmente rappresentato».
Infine, soffermandosi sul tema dei mercati predittivi, Grassi ha osservato come l’indagine evidenzi un interesse tutt’altro che marginale. «È un fenomeno che sta attirando molta attenzione e che presenta un potenziale importante. Proprio per questo, anziché ignorarlo, occorre interrogarsi su quale debba essere il quadro regolatorio. Dalla ricerca emerge che una parte significativa degli italiani ritiene più opportuno disciplinare questi strumenti piuttosto che vietarli, riconoscendo che si tratta di una realtà già esistente e destinata a crescere».






