La recente sentenza della Corte Suprema austriaca sulle lootbox di FIFA Ultimate Team è non solo innovativa, ma soprattutto capace di condizionare i giudizi di altre giurisdizioni europee. I pacchetti
La recente sentenza della Corte Suprema austriaca sulle lootbox di FIFA Ultimate Team è non solo innovativa, ma soprattutto capace di condizionare i giudizi di altre giurisdizioni europee. I pacchetti non sono giochi a sé stanti e gli oggetti digitali non hanno alcun valore monetario ufficiale. E qualsiasi cosa i giocatori possano fare su siti web di terze parti è, di fatto, estraneo a valutazioni di merito.Dunque, le richieste di rimborso sono state respinte.
Ma resta una domanda chiave: fino a che punto un’attività di cash-out economicamente significativa diventa parte del sistema, anche se formalmente avviene altrove?
Non si tratta di un enigma nuovo. Il Giappone lo ha risolto decenni fa con il pachinko, gioco che si basa quasi interamente sulla fortuna, ma ufficialmente non è un gioco d’azzardo. Il trucco è la separazione. I giocatori acquistano palline, giocano alle slot machine e scambiano le vincite con premi. Questi premi non sono in denaro e di solito non hanno alcuna utilità. Il denaro non cambia mai di mano in sala. Invece, i giocatori portano determinati oggetti designati fino a un negozio di cambio “completamente estraneo” nelle vicinanze, dove vengono convertiti in denaro. Tutti capiscono cosa succede, ma si insiste nel trattare ogni fase come distinta. E il sistema continua a funzionare.
Ciò che rende il pachinko particolarmente interessante non è solo la separazione, ma la circolarità che si cela dietro di essa. Il modello di business dell’acquirente del premio presuppone la rivendita nella filiera del pachinko. Il denaro esce, il denaro torna e il ciclo si chiude. La legge sul gioco d’azzardo è sempre stata più incerta in presenza di circuiti chiusi, luoghi in cui il denaro circola continuamente attraverso la stessa struttura, e il pachinko si adatta a questo schema quasi perfettamente.
A prima vista, le lootbox di FIFA sembrano molto simili. I giocatori acquistano FIFA Points, li usano per aprire i pacchetti e ricevono oggetti digitali casuali. I termini e le condizioni sono espliciti: questi oggetti non hanno alcun valore monetario e non possono essere scambiati con denaro. I tribunali, inclusa la Corte Suprema austriaca, si sono accontentati di dare per scontato questo aspetto. Se avviene una rivendita, avviene altrove. Se compare denaro, compare dietro le quinte. Dal punto di vista legale, il sistema termina quando il pacchetto viene aperto.
Eppure tutti sanno che esistono mercati secondari, dove avvengono vendite e scambi. Ma i comportamenti delle persone, a quanto pare, sfuggono alla definizione “di azzardo” di un gioco o di una sua componente. Nel caso di FIFA, poi, c’è una bella differenza col pachinko, perchè il gioco sopravvivrebbe perfettamente se ogni mercato secondario scomparisse. Gli oggetti continuerebbero ad avere un’utilità nel gioco e per l’editore, EA, sarebbe un vantaggio che il valore della loot box non esca dal sistema. EA, infatti, non riacquista gli oggetti e il ciclo rimane aperto.
In coerenza con detto principio, nessuna rilevanza legale assume il lavoro degli influencer di acquistare le loot box e metterle all’asta sulle piattaforme di streaming. L’influencer pubblicizza la scatola con enfasi, facendo riferimento a estrazioni rare, successi passati e prezzi da capogiro sul mercato secondario, senza che nessuno la veda. Solo dopo la chiusura dell’asta viene aperta in streaming, tra suspense collettiva e reazioni di gioia o disperazione.
Come appena detto, è fondamentale che il cerchio non si chiuda del tutto. Il valore delle carte si muove lateralmente sul mercato o rimane ai collezionisti. Il denaro esce, ma non rientra, e la mancanza del riacquisto non è un dettaglio banale, anzi, è il più forte muro di protezione rimasto tra questi modelli e la classificazione come gioco d’azzardo tradizionale.
Finora, i tribunali hanno mostrato scarsa propensione a turbare questo equilibrio. Per farlo, sarebbero necessarie indagini sulla dipendenza economica, sull’applicazione selettiva delle norme e sul ruolo della liquidità esterna nel guidare la domanda. Ma ciò solleverebbe anche la scomoda possibilità che alcuni sistemi assomiglino meno a dei giochi, una volta che i mercati circostanti vengono presi sul serio.
Il che ci riporta, inevitabilmente, alla questione irrisolta a cui la Corte Suprema austriaca non ha dovuto rispondere: a che punto un’attività di cash-out economicamente significativa diventa parte del sistema, anche se formalmente esula dai termini e dalle condizioni? O, in altre parole, quando un sistema aperto inizia ad assomigliare in modo sospetto a uno chiuso?
Al momento, la risposta è ancor interlocutoria. I mercati secondari rimangono legalmente invisibili, per quanto visibili possano essere nella pratica. E il pachinko dimostra quanto a lungo la legge possa convivere con questa finzione. Lootbox e breakbox, al tempo stesso, dimostrano quanto facilmente la stessa logica possa essere rivoluzionata nell’era digitale. Se la separazione senza circolarità sarà sempre sufficiente è una domanda a cui la legge sul gioco d’azzardo non è ancora stata costretta a rispondere, ma prima o poi dovrà farlo.
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