Parte la procedura di infrazione contro la norma blocca-risarcimenti, mentre i giocatori fanno causa agli AD delle compagnie
Sono passati oltre 25 anni da quando la Corte di Giustizia europea ha iniziato a occuparsi di regolamentazione del gioco, ma il dubbio se la libera prestazione di servizi dia diritto a una compagnia di uno Stato di operare anche nel resto d’Europa è sempre lì. L’unica differenza è che l’epicentro sembra essersi spostato dall’Italia a Malta, La Valletta oltretutto è finita sotto il tiro incrociato dei giocatori nord-europei e della Commissione Ue.
I primi a muoversi – scrive Gioel Rigido sulle pagine di PressGiochi MAG di luglio – agosto – sono stati i giocatori – in particolare quelli austriaci e tedeschi -, ma adesso il fenomeno si sta allargando a macchia d’olio anche in altri Paesi come Svezia e Olanda. Da tempo hanno intrapreso delle azioni legali nei confronti degli operatori di gioco maltesi per farsi restituire le somme che hanno perso. Nelle cause sostengono appunto che, visto che quelle compagnie non hanno licenza tedesca o austriaca, non potrebbero raccogliere gioco in quei Paesi: le puntate e le scommesse che accettano sono nulle, e di conseguenza vanno rimborsate.
I giudici tedeschi e austriaci hanno spesso dato ragione ai giocatori e hanno condannato gli operatori. Il problema è che le compagnie hanno sede a Malta, e quindi occorre rivolgersi a un giudice maltese per recuperare materialmente il denaro. Ora, per tutte le materie in cui possano sorgere problemi del genere, l’Unione europea aveva già adottato da tempo il Regolamento 1215/2012, obbligando i vari Stati membri a riconoscere e dare applicazione alle sentenze emesse dai giudici di altri Paesi Ue. Malta però ha cercato di correre ai ripari e nel 2023 ha emendato la propria legge sul gambling, in sostanza per questa materia specifica i giudici maltesi non devono dare applicazione alle sentenze degli altri Paesi comunitari. Anche perché le cause di risarcimento sembrano ormai fuori controllo: secondo alcuni conteggi i giocatori che si sono già rivolti ai giudici sarebbero già più di 50mila, e ognuno di loro chiede decine e decine di migliaia di euro. Il conto finale potrebbe arrivare a un miliardo di euro, forse anche di più.
Per aggirare lo scudo maltese, un giocatore austriaco si è aggrappato a un cavillo: la norma blocca le sentenze che condannano le compagnie, e lui con la scusa che la società – la Titanum, per la cronaca – nel frattempo è finita in liquidazione ha fatto causa anche agli amministratori. La Oberster Gerichtshof – la Suprema Corte austriaca – ha però sollevato l’intervento della Corte di Giustizia, chiedendo se abbia o meno competenza sulla controversia, o se la causa piuttosto debba essere intentata direttamente a Malta. Nelle scorse settimane l’Avvocato Generale della Cge ha emesso il proprio parere, si tratta di un atto che aiuta i giudici comunitari a dirimere la controversia, ma non è vincolante: la Corte resta sempre libera di decidere in maniera del tutto differente.
Secondo l’avvocato Nicholas Emiliou, comunque, la competenza spetta ai giudici austriaci, visto che il danno si è verificato in quel Paese. Ci sono una serie di fattori che portano a questa conclusione: “l’attività di Titanium era diretta verso l’Austria, il giocatore ha partecipato ai giochi d’azzardo controversi da tale Paese, ha trasferito il denaro dal suo conto bancario austriaco, la sua residenza abituale e il ‘centro dei suoi interessi’ si trovano in tale Paese e la sua richiesta si basa sulla presunta violazione della legge austriaca sul gioco d’azzardo”. Questa soluzione oltretutto “soddisfa anche l’obiettivo della certezza del diritto e della prevedibilità”, anche perché “una società di gambling maltese che indirizza la propria attività verso un determinato Stato membro può ragionevolmente aspettarsi che la legge di tale Stato possa applicarsi agli illeciti connessi a tale attività”.
L’Avvocato generale però solleva due dubbi di fondo. Si chiede infatti se la richiesta del giocatore sia legittima. In fin dei conti, “egli stesso ha contribuito alle perdite o comunque ha commesso un illecito scegliendo di partecipare ai giochi d’azzardo offerti dalla Titanium”.
E poi, ancora un volta torna alla questione originale, ovvero se il principio della libera prestazione dei servizi si applichi o meno anche al gambling.
Insomma, nemmeno l’Avvocato generale della Cge richiama qualcuna delle tante pronunce che la Corte di Giustizia ha già emesso. Ma d’altro canto è anche vero che i giudici non hanno affermato un principio in modo netto: si sono limitati a dire che gli Stati possano adottare delle restrizioni – proporzionate e non discriminatorie – visto che sul gambling ognuno ha una sensibilità differente. E magari, la Corte sperava che fosse la politica a tracciare il confine. Peraltro, una quindicina di anni fa ci si è anche provato con il Libro Verde, ma il confronto si è ben presto arenato. Da allora, ogni Paese membro è andato per la propria strada, sapendo di poter contare su questa ambiguità di fondo.
Adesso però si ripresenta la necessità di mettere un punto fermo. Magari qualche indicazione potrebbe arrivare con questa nuova sentenza – presumibilmente verrà emessa nel giro di sei o otto mesi – più probabilmente verrà dall’altro fronte, quello aperto dalla Commissione europea. Bruxelles ha infatti inviato una lettera di messa in mora a Malta, si tratta del primo provvedimento che apre una procedura di infrazione. Il pomo della discordia è sempre lo scudo del 2023, La Valletta adesso ha due mesi per fornire chiarimenti, se la Commissione riterrà la replica non sufficiente, si rivolgerà anch’essa alla Cge.
Il governo maltese ha già fatto sapere che risponderà nei termini previsti, la Mga – l’ente regolatore – ha invece immediatamente pubblicato un comunicato, spiegando che la regolamentazione del gioco è pienamente in linea con il diritto comunitario e si è sempre basata sul principio di libera prestazione dei servizi. La norma del 2023 “non introduce nuovi motivi per rifiutare il riconoscimento o l’esecuzione delle sentenze, rispetto a quelli già previsti dal Regolamento Ue 1215/2012. Piuttosto, traduce in legge la consolidata politica pubblica di Malta in materia di gioco d’azzardo”. Inoltre, se si limita la libera prestazione dei servizi, “si ostacola il corretto funzionamento del mercato interno e si limita la capacità delle imprese stabilite a Malta e in altri Stati membri di offrire i propri prodotti”. Che ricorda un po’ l’allarme che gli operatori ripetono da tempo: se quella norma venisse cancellata, l’industria maltese del gioco potrebbe subire ripercussioni pesantissime. Certo, vale anche il contrario: se la libera prestazione di servizi non ammettesse deroghe, tutti quei Paesi – Italia in primis – che hanno cercato di blindare il mercato a suon di licenze e concessioni, dovrebbero ripartire da zero.
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