16 Settembre 2021 - 12:35

Loot box, gioco d’azzardo e tassazione: servono più regole

Le loot box sono rapidamente diventate una delle principali fonti di reddito nell’industria dei videogiochi. Ma cosa sono esattamente le loot box? Nell’universo del gaming online – scrive Giovambattista Palumbo su

13 Settembre 2021

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Le loot box sono rapidamente diventate una delle principali fonti di reddito nell’industria dei videogiochi. Ma cosa sono esattamente le loot box?

Nell’universo del gaming online – scrive Giovambattista Palumbo su L’Eurispes – le loot box sono oggetti virtuali che contengono premi non monetari, con i quali il giocatore può migliorare la propria esperienza di gioco o avanzare di livello. Per fare ciò, il giocatore deve acquistarle, spesso con un pagamento in moneta reale. Vero è che non tutte le loot box sono uguali: alcune richiedono un pagamento in moneta reale, altre sono gratuite, altre ancora offrono la possibilità di guadagnare denaro, permettendo lo scambio di premi in cambio di altri oggetti o di denaro reale. In ogni caso si tratta di una fattispecie oggi non regolamentata, che non può più restare in una zona grigia priva di disciplina.

La loot box ad oggi non è regolamentata, resta in una zona grigia priva di disciplina

In particolare, sotto l’aspetto fiscale, sarebbe opportuno chiedersi se possano o meno essere qualificate come gioco d’azzardo, laddove l’articolo 110 del decreto legislativo 18 giugno 1931, n. 773 (testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), stabilisce che l’uso di apparecchi e congegni da gioco d’azzardo – ovvero quelli che hanno insita la scommessa o vincite puramente aleatorie di un premio in denaro o in natura – sono vietati, a meno che non ci sia un’autorizzazione amministrativa. L’aspetto da approfondire è dunque quello per cui il giocatore non ha modo di sapere quale sia il premio contenuto nella loot box prima di averne pagato il prezzo: l’acquisto avviene al buio, da parte di un utente che ha la speranza, ma non la certezza, di trovarvi il vantaggio desiderato. E che cosa è questo se non gioco d’azzardo (virtuale), con indubbia prevalenza della componente della fortuna su quella dell’abilità?

L’acquisto avviene al buio, da parte di un utente che ha la speranza di trovarvi il vantaggio desiderato

Come per i giochi d’azzardo tradizionali (quali, per esempio, le slot machines), anche per le loot box gli individui spendono denaro reale nell’incerta aspettativa di ottenere un premio di valore. E dunque perché tale fattispecie non dovrebbe essere sottoposta alla medesima disciplina? Come peraltro già è stato fatto anche in sede internazionale.

Le loot box in Olanda e Belgio

Nel 2018 la Commissione belga e l’Autorità olandese per il gioco d’azzardo hanno classificato alcune forme di loot box come gioco d’azzardo e le hanno assoggettate alle leggi regolanti le lotterie e le slot machine. Secondo la valutazione della Belgian Gaming Commission la ricompensa che si può ottenere da un’attività di gioco non deve necessariamente essere di valore monetario, essendo sufficiente che abbia un valore per il giocatore. Non è quindi neppure necessaria una ricompensa in denaro reale.

In Olanda, invece, pur essendo comunque considerate gioco d’azzardo, il fatto che la ricompensa abbia un valore individuale per il giocatore non è sufficiente affinché una loot box soddisfi tale definizione. La ricompensa, pur non essendo necessariamente monetaria, deve avere un valore di mercato, come avviene quando può essere scambiata con altri giocatori.

La Germania regolamenta le loot box simili al gioco d’azzardo

Da ultimo, poi, durante la seduta dello scorso 9 marzo, il Bundestag – la Camera bassa del Parlamento tedesco – ha votato a favore di una riforma del Young Protection Act, atta a regolamentare dinamiche “simili al gioco d’azzardo” presenti in videogiochi con target inferiore ai 18 anni, tra cui anche le loot box. Nel 2019, il Comitato britannico per digitale, la cultura, i media e lo sport ha raccomandato che le loot box siano regolamentate come forma di gioco d’azzardo. E nel 2020, una delle commissioni speciali istituite dalla Camera dei Lord ha presentato il proprio rapporto sull’impatto sociale ed economico del gioco d’azzardo, con paragrafi specificatamente dedicati proprio alle loot box, concludendo che esiste una ricerca accademica che dimostra l’esistenza di una connessione tra la spesanelle loot box e il gioco compulsivo. Il punto principale sollevato dal report è che “se un prodotto ha l’aspetto del gioco d’azzardo e sembra essere un gioco d’azzardo, dovrebbe essere regolamentato come gioco d’azzardo” e quindi raccomanda di qualificarlo come tale.

Le linee guida del Parlamento europeo sulla classificazione del gioco d’azzardo

La Commissione interna al Parlamento europeo per il mercato interno e la protezione dei consumatori (IMCO), nel 2020, ha poi pubblicato uno specifico studio sulle loot boxes, che potrebbe legittimare la loro qualificazione come gioco d’azzardo. Lo studio fornisce delle linee guida agli altri Stati che intendano regolamentare la questione, raccomandando la qualificazione delle loot boxes come gioco d’azzardo nei casi in cui sia possibile riscontrarvi le tre caratteristiche principali caratterizzanti il gioco d’azzardo e cioè: un corrispettivo per l’acquisto del “bottino” virtuale, l’elemento della casualità nel risultato dell’acquisto, la possibilità di vincere un premio che abbia valore monetario.

Analogie tra loot box e slot machine

Quello che è certo è che nel caso delle loot box la strategia di monetizzazione riguarda proprio l’elemento dell’incertezza. Peraltro, si tratta di micro-transazioni, spesso dell’ordine di un euro o anche meno, ma proprio questo facilita la perdita di percezione di quanto si stia effettivamente spendendo. In sostanza, la dinamica delle loot boxes è associabile a quella delle slot machine:

  • entrambi i sistemi puntano su transazioni molto piccole e frequenti;
  • la vincita non è certa;
  • in entrambi i casi, le giocate e le vincite vengono accompagnate da luci, colori, suoni e fuochi d’artificio.

Sicuramente le analogie esistono. Tanto è vero che a riguardo si è recentemente espressa anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che ha adottato nuovi standard di trasparenza per i videogiochi in cui sono presenti acquisti in-game, con particolare attenzione a quelli con sistemi di loot box, imponendo l’obbligo di rendere chiaramente visibile il logo PEGI (che indica il rating del gioco) e di esporre un avviso che informi l’utente della possibilità di ulteriori esborsi di denaro durante il gioco. AGCM ha chiuso senza infrazione i procedimenti avviati nei confronti delle case da gioco, accettando gli impegni adottati per rendere più chiari e trasparenti i meccanismi di acquisto delle loot boxes oggetto di istruttoria.

Nuovi standard di trasparenza per i videogiochi in cui sono presenti acquisti in-game

Sul fronte fiscale, dunque, la soluzione più immediata sembra essere quella di sottoporle all’imposta sugli intrattenimenti, specificando che anche le loot box rientrano in tale imposta, magari rifacendosi a un meccanismo analogo alla web tax. Insomma, come sempre quando si parla di evoluzioni tecnologiche e sociali, lo Stato deve cercare di seguire la velocità delle stesse evoluzioni; pena, il rischio di “falle” giuridiche sempre più difficili da colmare.

 

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