A poco più di un mese dall’entrata in vigore del limite di 100 euro settimanali per le ricariche in contanti dei conti di gioco online presso i Punti Vendita Ricariche
A poco più di un mese dall’entrata in vigore del limite di 100 euro settimanali per le ricariche in contanti dei conti di gioco online presso i Punti Vendita Ricariche (PVR), il settore sta verificando sul campo l’efficacia delle soluzioni adottate per garantire il rispetto delle nuove regole sulla tracciabilità dei pagamenti introdotte dal decreto legislativo n. 41 del 2024.
Se da un lato concessionari e rete distributiva hanno saputo organizzarsi rapidamente per adeguarsi alla normativa, dall’altro emergono alcune criticità legate proprio al comportamento dei giocatori. Ne parliamo con Francesco Cannatella, consulente ed esperto in materia fiscale e amministrativa nel settore del gioco legale. Conosce da vicino il mondo dei punti vendita fisici e dei PVR ed è responsabile dei contenuti di PVR.bet.
A un mese dall’entrata in vigore del limite alle ricariche in contanti, quale scenario emerge?
“Con l’introduzione del limite di 100 euro settimanali ci aspettavamo che le maggiori difficoltà si sarebbero concentrate sugli esercenti e, di riflesso, sui concessionari. In realtà abbiamo avuto una sorpresa: il vero problema è il cliente. Il giocatore non gradisce queste nuove procedure, non vuole sentir parlare di voucher nominativi, transazioni intermedie o strumenti finanziari aggiuntivi. Semplicemente non è ciò che desidera”.
Come hanno reagito i concessionari?
“Va riconosciuto che tutti i concessionari si sono preparati molto bene all’introduzione della norma. La rete ha individuato diverse soluzioni per consentire ai giocatori di continuare a ricaricare i propri conti nel pieno rispetto delle nuove regole.
Una delle strade più utilizzate è stata quella di appoggiarsi a wallet digitali, cioè istituti finanziari terzi attraverso i quali transitano le operazioni. È una soluzione efficace sotto il profilo normativo, ma presenta due criticità: da un lato comporta costi che possono arrivare a incidere per circa l’1% del transato, dall’altro richiede al cliente di aprire un wallet fornendo una serie di informazioni analoghe a quelle richieste per l’apertura di un conto corrente.
Ed è proprio questo il punto: il giocatore, per quanto possiamo osservare quotidianamente, non ha alcuna voglia di attivare strumenti finanziari aggiuntivi né di affrontare procedure che percepisce come complesse. In alcuni casi, inoltre, non può farlo per situazioni finanziarie o debitorie che rendono questi strumenti potenzialmente aggredibili”.
Quali altre soluzioni sono state adottate?
“La seconda strada è quella del voucher nominativo. In questo caso il cliente acquista un titolo nominativo direttamente associato alla propria identità e successivamente lo utilizza per ricaricare il conto di gioco. Dal punto di vista della compliance il sistema funziona perfettamente, perché la transazione è tracciata e riconducibile con certezza al titolare del conto.
Esiste poi una terza soluzione, adottata da alcuni operatori, che prevede l’utilizzo di carte di pagamento dedicate, ricaricabili presso numerosi punti sul territorio. In questo modo il PVR amplia anche la propria funzione, trasformandosi progressivamente in un centro servizi”.
Le soluzioni tecniche, quindi, esistono. Dove si concentra il problema?
“Il punto è che tutti questi strumenti consentono certamente di rispettare la norma, ma trasferiscono sul giocatore una serie di adempimenti che molti utenti non hanno né interesse né intenzione di gestire. Per il cliente diventa necessario interagire con wallet, voucher, carte dedicate e ulteriori passaggi finanziari, quando potrebbe operare direttamente online in qualsiasi momento della giornata.
È una soluzione tutta italiana: nei PVR si introducono strumenti che consentono di rispettare le norme sulla tracciabilità e di arginare il problema, ma obbligano giocatore e gestore a più passaggi, quello che ho definito “contante tracciato”, mentre nelle agenzie fisiche il contante continua a circolare senza vincoli e senza lo stesso livello di tracciabilità dei flussi, una differenza che, secondo me, merita attenzione”.
Qual è il rischio concreto?
“Il rischio è che una parte dell’utenza, di fronte a procedure percepite come troppo complesse, scelga percorsi alternativi, i più pericolosi per il player, per gli esercenti e per lo Stato, che incassa imposte solo dal gioco legale.
Il vero controllo andrà fatto a campionato iniziato, misurando l’eventuale perdita di raccolta e, aggiungo, di gettito fiscale. Già a ottobre potremo avere le prime proiezioni e capire se quella quota di gioco è rimasta fuori dal circuito regolamentato o, come spero non accada, è stata assorbita dal mercato parallelo”.
Cristina Doganini – PressGiochi






