14 Gennaio 2026 - 06:04

‘Il gioco e l’azzardo’, il caposaldo della letteratura sul gioco patologico

A quasi 25 anni dalla sua uscita ‘Il gioco e l’azzardo’ di Croce e Zerbetto è ancora di grande interesse, innanzitutto per la retrospettiva che offre sul trattamento del ‘problem

24 Dicembre 2025

A quasi 25 anni dalla sua uscita ‘Il gioco e l’azzardo’ di Croce e Zerbetto è ancora di grande interesse, innanzitutto per la retrospettiva che offre sul trattamento del ‘problem gambling’, partendo dalle origini più remote sino ad arrivare agli albori del nuovo millennio, attraversando gli snodi cruciali dell’inserimento del gioco compulsivo nel DSM-III (1980), ovvero la terza edizione revisionata del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, a cura della American Psychiatric Association (APA), e del passaggio al DSM-IV (1994).

In realtà, questa dovremmo definirla un’opera omnia, in quanto i due autori principali sono affiancati da tutti i massimi esperti dell’epoca, i cui pareri si incrociano e in parte si sovrappongono, dando all’opera una completezza di carattere enciclopedico.

Nella prima parte, sono descritte le principali fasi dell’approccio alla materia da parte della psicanalisi, che non poterono non essere, per una lunga fase, puramente empirici, ovvero derivati soltanto dall’osservazione dei comportamenti del giocatore d’azzardo. Le tappe basilari sono, in ordine di tempo: l’analisi di Freud sul giocatore di Dostoevskij (1928), che permise lo sbarco del gambling nella psicopatologia; la teoria di Bergler del gioco come nevrosi (1957), col tracciamento dei comportamenti fondamentali del giocatore d’azzardo; la definizione dei programmi di trattamento (Custer, 1970), sulle tracce di quanto era già applicato sugli alcolisti. L’approccio scientifico, comunque, era ancora in embrione. Partendo dal concetto che il giocatore ‘patologico’ avesse alla base una ‘debolezza’ psichica, bisognava necessariamente individuare un modello medico di intervento, che presupponesse anche l’utilizzo di farmaci.

Del resto, nel momento in cui si riconosce l’esistenza di una vera e propria patologia, il discorso si estende automaticamente alla sfera sanitaria, con tutte le implicazioni, anche ordinamentali, che ne conseguono, e persino all’ambito giudiziario. Infatti – come segnalano gli autori parlando degli sviluppi del discorso negli States – nel momento in cui gli imputati agiscono non sulla base di una cosciente condotta criminale, ma di problemi di tipo psicopatologico, non sono punibili. Pertanto, alla stessa maniera dovrebbero essere trattati quei giocatori che commettono reati non tanto nelle fasi di gioco, quanto nei momenti successivi. Siamo ben oltre il considerare il gioco soltanto come un vizio, e quindi ininfluente sulla condotta dei soggetti.

Questa svolta fu siglata, per l’appunto, nel 1980, con il riconoscimento nel DSM-III del gioco d’azzardo patologico (GAP) come disturbo mentale, classificato nella categoria dei Disturbi del controllo degli impulsi. Dicono A. Milesi e M. Clerici: “Il quadro complessivo che viene definito nel DSM-IV è dunque quello di una perdita di controllo nel comportamento di gioco che conduce a una catena di perdite e a una progressiva pervasività del gioco nella vita del soggetto: costui s’impegna in una serie di inganni per nascondere o minimizzare le perdite e, contemporaneamente, ottenere il denaro necessario per continuare a giocare, con rapida disgregazione dell’ambiente familiare e lavorativo”.

L’inclusione del gioco d’azzardo nel DSM ha fatto sì che “gli studi relativi all’eziologia, ai fattori di rischio e di vulnerabilità e alle cause e concause biologiche hanno avuto un impulso enorme”, sottolineano gli autori. E questa evoluzione porterà dapprima a una versione revisionata del DSM-III (1987) e poi al DSM-IV del 1994, che definisce il gioco d’azzardo patologico come caratterizzato da un comportamento persistente e ricorrente non funzionale. In sostanza, le modifiche principali sono state apportate sui criteri diagnostici. Nel DSM-IV, in particolare, figura un elenco di 10 comportamenti tipici del giocatore, fissando come condizione per l’effettiva rilevazione di una patologia psichiatrica la presenza di almeno 5.

Di ulteriore interesse sono, poi, gli approfondimenti sulla profilazione del giocatore e sul rapporto fra gambling e tossicodipendenza, abuso di alcolici, depressione e alexitimia, ecc., più i vari orientamenti diagnostici e terapeutici che si sono succeduti fino al DSM-IV-R (2000).

Inoltre – per quanto siano inaccessibili da parte di chi non ha basi di medicina, biologia, chimica e psichiatria – il libro contempla delle parti prettamente scientifiche, in cui si riportano gli studi che mettono in evidenza come alcune alterazioni fisiche, come quelle di metabolismo, noradrenalina, dopamina e serotonina (facendo solo qualche esempio) possono incidere sulle dipendenze comportamentali e quindi anche sul GAP.

Ci sarebbe molto altro da dire su ‘Il gioco e l’azzardo’, ma ci limiteremo ad affermare che un qualsiasi professionista di settore, sia esso un progettista, un programmatore, un operatore di marketing o quant’altro, farebbe bene a leggerlo, se non altro per capire quale è la psicologia del giocatore.

In conclusione, giusto per chiudere il cerchio, è doveroso un cenno al DSM-5, di cui il libro non ha potuto parlare in quanto l’aggiornamento è stato pubblicato nel 2013. Qui la denominazione è stata modificata da gioco d’azzardo patologico (GAP) a ‘Disturbo da Gioco d’Azzardo’ (DGA) collegato all’uso di sostanze. Molte ricerche hanno infatti dimostrato che il quadro sindromico, il correlato cerebrale, la comorbilità, la fisiologia e il trattamento del DGA sono molto simili a quelli dei comportamenti di abuso e dipendenze, sebbene non comporti l’assunzione di sostanze psicoattive. In pratica, il gambling in sé è come una droga: non è l’effetto ma la causa. Un cambiamento di visuale radicale, che ha portato le prospettive terapeutiche ad un approccio multidimensionale, in cui la farmacoterapia viene integrata con percorsi psicologici e psicoeducativi.

 

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