21 Aprile 2026 - 11:59

‘Il giocatore’, l’insostenibile pesantezza dell’essere

Se l’obiettivo di Dostoevskij era quello di dissuadere il lettore dall’avvicinarsi solamente ai tavoli dei casino, allora è doveroso classificare ‘Il giocatore’ come la prima opera della storia dedicata alla

08 Aprile 2026

Se l’obiettivo di Dostoevskij era quello di dissuadere il lettore dall’avvicinarsi solamente ai tavoli dei casino, allora è doveroso classificare ‘Il giocatore’ come la prima opera della storia dedicata alla prevenzione del gioco patologico.

Resta però il dubbio che questo sia perlopiù un romanzo di carattere ‘espiatorio’, in cui D., carico di esperienze fallimentari sui tavoli da gioco, ha voluto metterle a nudo per cercare una via di fuga e di redenzione personale in una fase di ‘ritorno alla vita’, dopo un lungo periodo di disavventure, anche tragiche.

Senza indugiare nella lunga biografia dell’autore, va almeno detto che egli ha scritto questo romanzo per necessità di denaro e obblighi contrattuali con l’editore. Allora, nel momento in cui ti trovi costretto a scrivere un nuovo libro entro un mese, non puoi fare altro che ispirarti alla materia che conosci meglio: il gioco d’azzardo per l’appunto.

Il risultato finale è un racconto sicuramente sincero e attendibile su come si giocasse all’epoca (era il 1867), nel quale una serie di personaggi, perlopiù nobili e aristocratici decadenti, se non decaduti del tutto, di varie nazionalità, si incrociano nella ipotetica Roulettenburg (località termale della Renania, ovvero in Germania) dando vita a un’intricata rete di relazioni.

Il perno della storia è Aleksej Ivanovic, facilmente riconducibile all’autore stesso, nella duplice veste di attore e narratore. Anch’egli è afflitto dal vizio del gioco e ne pagherà le conseguenze come tutti gli altri, ma certamente molto meno di quella che diventerà la reale protagonista: tal Antonida Varilevna Taraseviceva, descritta come una vecchia proprietaria terriera e gran signora moscovita, ma che in realtà altro non è che una donna altezzosa, sprezzante e irascibile, fors’anche perché costretta sulla sedia a rotelle.

La sua storia di giocatrice parte proprio lì, a Roulettenburg, e lì finirà dopo aver perso l’ultimo rublo. La sua parabola è quella tipica di tanti giocatori d’azzardo, che cominciano per curiosità e si fanno inebriare dalle prime vincite, per poi illudersi di essere pienamente padroni del gioco, pur basando le loro strategie soltanto sulle proprie sensazioni e sulle immancabili, stupidissime scaramanzie. Non a caso, D. nel corso della storia dirà che il primo morbo che si contrae ai tavoli è proprio quello della scaramanzia!

Ma il guaio vero è che, nel momento in cui il giocatore comincia a perdere a rotta di collo, lui insiste, credendo – pur nella consapevolezza che ciò sia stupido – nel fatto che la sorte, tanto favorevole all’inizio, non possa avergli voltato definitivamente le spalle. E’ il classico miraggio del ‘rifarsi’, come se il gioco avesse una coscienza e così sia disposto a ridare a ciascuno il suo, nelle dovute proporzioni.

Ci sono momenti di pathos autentico, mentre si è ai tavoli, così come momenti di rabbia e frustrazione nel momento in cui ci si rende conto di quanto si è perso; ma poi c’è una successiva fase di rivalsa, dove il passato si azzera per cominciare un’avventura nuova, alla roulette o al trenta/quaranta che sia, mettendo in palio somme sempre maggiori. Il ciclo è ineluttabile, quanto vizioso; una spirale verso il basso da cui non si può sfuggire.

In effetti, al lettore può venire il pensiero che soggetti psicolabili, oziosi e indolenti, privi del benché minimo spessore morale, come quelli descritti e animati da D., siano condannati a diventare preda del gioco d’azzardo. Lo scrittore, invece, fa passare il messaggio che la vera colpa, il vero ‘morbo’ è nel gioco d’azzardo in sé, che esercita una terribile attrazione magnetica sugli astanti, annullandone il raziocinio. Dovranno passare 150 anni prima che questo principio, così rivoluzionario, venga recepito dalla psicologia, attraverso il DSM IV!

Il fattore ambientale, invece, sembra avere poco peso per Dostoevskij, almeno dal punto di vista del coinvolgimento dei visitatori. Anzi, l’ambiente che descrive sembrerebbe del tutto dissuasivo. “In primo luogo, tutto mi sembrò moralmente brutto e lercio. Non parlo affatto di quei volti avidi e inquieti che a decine, addirittura a centinaia, assediavano i tavoli di gioco (…) Particolarmente ripugnante, fin dalla prima occhiata, in tutta quella accozzaglia di biscaioli, era quell’atteggiamento di rispetto verso la loro occupazione, quella serietà e persino quella deferenza con cui tutti si accalcano ai tavoli.” Altro che lo sfarzo, i giochi di luce, i suoni, i design dei casinò moderni!

Allora, quale altra magia può esserci, se non quella del guadagno (presunto) facile, che può addirittura cambiarti la vita, sempre che tu non sappia fin dall’inizio che più vinci, più rigiochi, più perdi? E non si salva nemmeno quella limitata cerchia di giocatori convinti che si possa vincere col calcolo, segnandosi tutti gli eventi su carta e costruendovi attorno una ‘teoria’, che però si rivelerà anch’essa fallimentare. Alla fin dei conti, anche se lo dice timidamente, D. indica come unica strada per avere lunga vita nei casino è quella di giocare con moderazione.

Tuttavia, un ‘vero’ giocatore non ragiona così; anzi, non ragiona proprio. Perché se cerca di farlo non arriverà ad alcuna conclusione certa. “I quattrini sono tutto? Lo capisco, ma non capisco come si possa piombare in una tal follia, nel mentre la si brama.” … “Si, uno scopo c’è (nel gioco), ma non so spiegare quale”.

La spiegazione arriverà – del tutto fallace a ben vedere – proprio nelle ultime righe del romanzo. Aleksej Ivanovic, uscito dal casinò, si ritrovò un’ultima moneta in tasca, che poteva essere buona per pranzare, perlomeno. Ma dopo un centinaio di passi tornò indietro. Puntò la moneta sul manque e vinse, e dopo una ventina di minuti uscì di nuovo con 160 monete in tasca. “Ecco quel che in certe occasioni può significare l’ultima moneta! E che cosa sarebbe successo se quella volta non mi fossi perso d’animo, se non avessi avuto il coraggio di decidermi?”

 

Marco Cerigioni – PressGiochi MAG