12 Aprile 2026 - 06:17

Gli Stati Uniti dichiarano ‘guerra’ a tutti, ma saranno i primi loro a rimetterci

Come i dazi di Trump potrebbero colpire l’industria del gambling in Europa

08 Agosto 2025

Ad inizio maggio, ci chiedevamo quali effetti avrebbe avuto sull’industria del gaming l’applicazione dei nuovi dazi sulle importazioni imposti da Trump.

Le varie trimestrali delle aziende quotate in borsa uscite fra aprile e maggio non manifestano sintomi di disagio. Ma in questo clima di attesa, rimane viva l’incertezza generale dei mercati, che nel nostro caso hanno visto ridurre la propensione al rischio. Proprio per questo, le operazioni di merging&acquisitions hanno subito un forte rallentamento sin dall’inizio dell’anno.

Secondo alcuni analisti, le preoccupazioni sui dazi sono più forti nelle aziende di gaming terrestri che si riforniscono di hardware dalla Cina, piuttosto che nelle aziende del comparto online, dove l’impatto è ritenuto più psicologico che operativo. In concreto, più che i costi dei componenti conta la volatilità del mercato. Va da sé che nel momento in cui la volatilità è elevata, i mercati possono resistere laddove posseggano un elevato grado di liquidità. La liquidità e la volatilità, quindi, sono concetti strettamente interconnessi: la liquidità si riferisce alla facilità con cui un asset può essere acquistato o venduto senza influenzare significativamente il suo prezzo; la volatilità, d’altra parte, misura la variabilità dei prezzi di un asset nel tempo. In sostanza, un mercato liquido ha molti acquirenti e venditori, il che tende a ridurre la volatilità, mentre un mercato illiquido può vedere grandi oscillazioni di prezzo a causa di poche transazioni.

Comunque sia, anche gli operatori online hanno di che temere l’aumento dei costi della componentistica. Infatti, sebbene gran parte dell’esperienza di gioco front-end sia digitale, il back-end funziona ancora su macchine fisiche. Sono inclusi server, router, firewall e l’hardware di rete che gestisce il tutto, dalle scommesse in-play alla verifica dell’identità. E non dimentichiamo che una parte significativa di quell’hardware proviene da Paesi sotto il radar tariffario di Washington.

Nel momento in cui i dazi vanno a colpire componenti provenienti da Cina, Taiwan o Corea del Sud – tutti importanti produttori di tecnologie critiche per l’iGaming – gli operatori potrebbero assistere a un’impennata dei costi infrastrutturali. Un aumento del 20-30% dei costi di apparecchiature o manutenzione può mettere a dura prova i budget tecnologici e ritardare il lancio di nuove funzionalità, che sono vitali in un comparto come questo.

Ora, le tariffe potrebbero non riguardare direttamente il software, ma se l’amministrazione Trump dovesse estendere i dazi ai servizi digitali o limitare gli accordi sul flusso di dati transfrontalieri, gli operatori americani che lavorano con partner internazionali potrebbero dover affrontare costi di conformità elevati, rinegoziazioni dei contratti o addirittura la perdita improvvisa di integrazioni essenziali.

In apparenza, una piattaforma di scommesse sportive potrebbe funzionare normalmente, con i feed delle quote sincronizzati e i mercati aperti puntualmente, ma molti di questi servizi si basano su API in tempo reale fornite dall’estero. Se dazi o controversie legali interrompessero questo flusso, le conseguenze potrebbero essere immediate, naturalmente anche per i fornitori.

C’è poi da considerare l’infrastruttura cloud. Molti operatori con licenza statunitense si affidano a servizi cloud di terze parti ospitati o supportati all’estero, in particolare per quanto riguarda la scalabilità, l’analisi, la gestione del rischio o i componenti dell’interfaccia utente.

Se le azioni di ritorsione dei governi stranieri prendessero di mira le aziende americane, gli operatori potrebbero ritrovarsi esclusi dalle funzionalità principali o costretti ad assorbire improvvisi aumenti dei costi su servizi che ritenevano sicuri.

Le guerre commerciali digitali sono notoriamente imprevedibili. Proprio come l’UE ha iniziato a tassare le grandi aziende digitali statunitensi – un esempio notevole è l’imposta francese del 3% sui servizi digitali applicata ad aziende come Google, Amazon e Facebook – si sta diffondendo la speculazione che gli Stati Uniti potrebbero rispondere con la stessa moneta. Ciò porterebbe le piattaforme di gioco d’azzardo in una situazione di stallo globale sull’accesso al cloud, sulle tasse SaaS e sul controllo dei dati.

In definitiva, dai contratti con i fornitori agli accordi di hosting dei dati, i fili che tengono insieme le piattaforme di gioco d’azzardo sono molto più esposti alla volatilità internazionale di quanto molti siano disposti ad ammettere.

Persino l’American Gaming Association (AGA), nota per il suo forte impegno in materia di tassazione e regolamentazione federale, non ha ancora rilasciato dichiarazioni significative su come una nuova ondata di tariffe potrebbe influenzare le attività di gioco e i fornitori che le supportano.

Questa assenza di dialogo potrebbe essere dovuta al fatto che molti operatori danno per scontato che i servizi digitali non saranno influenzati dalle politiche commerciali. O forse riflette qualcosa di più profondo: il settore è impreparato ad affrontare rischi geopolitici più ampi. In ogni caso, si tratta di una lacuna a cui vale la pena prestare attenzione e che va affrontata.

Estendendo la visuale, gli effetti dei dazi sono particolarmente evidenti nel settore tecnologico. Apple sta trasferendo le sue attività produttive dalla Cina in paesi come India e Vietnam, mentre giganti del gaming come Sony, Microsoft e Nintendo hanno lanciato l’allarme sulle gravi ripercussioni che il provvedimento di Trump avrà sull’intero settore. Nvidia ha aumentato il prezzo delle sue GPU fino al 15% per compensare l’impatto dei dazi, e Trump starebbe valutando un’imposta generalizzata del 25% su tutte le importazioni di semiconduttori, che potrebbe colpire ancora più duramente i produttori di chip.

Ad alimentare il malcontento generale, ci si mette anche l’accusa che Trump ha varato i nuovi dazi su misura per i vari partner commerciali degli Stati Uniti, come Regno Unito, Cile e Brasile, che sono relativamente bassi, mentre quelli rivolti a Cina, Cambogia, Vietnam, Taiwan, India e Tailandia, vanno dal 26% al 49% (Trump ha preso di mira anche isole che di fatto non sono nemmeno indipendenti). Ma il tycoon ce l’ha pure con l’UE, che, a suo avviso, “è stata creata con lo scopo primario di trarre vantaggio dagli Stati Uniti in termini commerciali, ed è molto difficile da gestire. Ha forti barriere commerciali, l’Iva, sanzioni aziendali ridicole, barriere commerciali non monetarie, manipolazioni monetarie, cause legali ingiuste contro le aziende americane”. Le prospettive non sono rosee, con il presidente che dice di “non star cercando un accordo” con Bruxelles. Cosa significherebbe in concreto l’applicazione di un dazio del 50% su tutte le merci europee che entrano nel territorio degli Stati Uniti?

Resta da vedere se l’approccio di Trump riuscirà a rimodellare il commercio globale a favore dell’America o porterà a una frammentazione economica ancora più profonda. Ma con i rapporti diplomatici in difficoltà, le controversie legali in aumento e le aziende che corrono a rimettersi in pari, ciò che sappiamo è questo: le regole del commercio globale sono cambiate.

 

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