08 Marzo 2026 - 08:07

Gioco pubblico. Cangianelli (EGP Fipe): “La vera protezione non nasce dai divieti, ma da regole efficaci e investimenti”

Per molti, parlare di gambling, di giochi “con denaro” significa partire da un giudizio. È lo stigma: un riflesso rapido, spesso emotivo, che riduce un fenomeno complesso a un’etichetta semplice.

10 Febbraio 2026

Per molti, parlare di gambling, di giochi “con denaro” significa partire da un giudizio. È lo stigma: un riflesso rapido, spesso emotivo, che riduce un fenomeno complesso a un’etichetta semplice. Nella pratica, però, questo riflesso può diventare una trappola: se lo stigma entra nella stanza dei decisori, orienta le scelte verso soluzioni “di facciata”, che danno un messaggio ma non migliorano davvero controllo, legalità e tutela.

È qui che si colloca il lavoro di chi fa advocacy nei giochi pubblici. Come in molti altri settori, non è un mestiere di relazione “fine a sé stessa”. È un mestiere di chiarimento e di progettazione istituzionale: aiutare le istituzioni a distinguere tra ciò che appare giusto e ciò che funziona; tra ciò che riduce “visibilità” e ciò che riduce rischio reale.

In Italia – scrive Emmanuele Cangianelli, presidente di EGP Fipe sulle pagine di Fortune Italia – il gioco è “pubblico” perché lo Stato ha scelto, fin dal 1948, di governare un fenomeno esistente: lo incardina in una cornice di legge, lo affida con concessioni, ne pretende controlli e responsabilità. La logica è semplice: se il fenomeno non può essere cancellato per decreto, allora va gestito con un sistema che massimizzi legalità e protezione dei consumatori e minimizzi l’illegale.

La fallacia dello stigma: confondere severità con tutela

Lo stigma produce una scorciatoia mentale: “Se è negativo, va ristretto”. È comprensibile. Ma non sempre è efficace. Nel nostro lavoro quotidiano, una parte importante dell’advocacy consiste nel portare i decisori su una domanda più utile: che cosa aumenta davvero la tutela? La tutela non è un’intenzione, è un risultato verificabile. È fatta di regole applicabili, controlli possibili, strumenti concreti di prevenzione, capacità di enforcement sul territorio.

Quando lo stigma guida la regolazione, il rischio è costruire misure che “sembrano” protettive ma che, nella realtà, possono spostare la domanda verso canali meno controllabili, indebolire la rete legale che garantisce standard e verifiche, aumentare frammentazione e incertezza, rendendo più difficile controllare. È successo spesso negli ultimi anni nel nostro Paese ed in alcuni suoi territori in particolare, con il sommarsi della regolamentazione regionale e comunale a quella statale.

Convincere un decisore di questa fallacia non significa “sminuire” i rischi. Significa, al contrario, prenderli molto sul serio. Significa affermare con chiarezza che l’obiettivo pubblico non è giudicare il fenomeno, ma contenerne i danni e ridurre gli spazi dell’illegale. Lo stigma, se diventa policy, rischia di fare l’opposto.

Il punto chiave delle concessioni: lo Stato non autorizza, affida

Nel sistema concessorio, la differenza è sostanziale: lo Stato non si limita a dire “si può fare”, affida. Affida la gestione di un perimetro legale, con obblighi, standard, responsabilità e controlli. È un modello in cui l’impresa svolge un’attività economica che ha un tratto tipico dell’interesse pubblico: contribuire alla governance del fenomeno. Per questo, nel settore dei giochi pubblici, la domanda corretta non è “quanto riduciamo?”, ma “quanto controlliamo?”.

E qui il professionista di advocacy ha un ruolo cruciale: tradurre un concetto complesso in una scelta la politica pubblica. Se vuoi più tutela, devi avere più capacità di controllo; se vuoi più controllo, devi avere operatori in grado di sostenerlo nel tempo.

In altre parole: il sistema funziona quando la concessione non è solo un titolo, ma un programma operativo fatto di investimenti, tecnologia, processi, audit, personale formato e responsabilità chiare.

Regolazione conveniente: perché premiare chi può investire è la migliore politica di protezione dei consumatori

C’è un equivoco frequente nel dibattito: trattare tutti gli operatori come se fossero uguali. Nel modello concessorio non è così. Non perché si voglia “favorire qualcuno”, ma perché la tutela costa: costa in tecnologia, compliance, controlli, aggiornamenti, cybersecurity, formazione, assistenza, manutenzione, governance.

Per questo la regolazione deve essere anche conveniente, non nel senso di “allentare”, ma nel senso di creare un quadro che renda possibile e ragionevolmente profittevole (per soggetti economici) investire in standard più elevati, sistemi di controllo più robusti, strumenti di protezione dei consumatori più efficaci.

Quando si parla di innovazione si pensa subito (e troppo banalmente) al digitale online, o nei termini legislativi “a distanza”. Ma la grande leva di innovazione oggi è portare il digitale anche nel retail, dove la relazione con il consumatore è diretta e dove l’offerta legale può diventare un vero presidio di tutela.

La tecnologia non può essere trattata come un accessorio. Nel modello concessorio è parte dell’“affidamento”: è l’infrastruttura che rende possibile l’interesse pubblico del sistema, perché rende la tutela concreta e misurabile.

E qui lo stigma si ribalta: la risposta più credibile non è “raccontare” che il settore è responsabile, ma dimostrare che il perimetro legale dispone di strumenti più avanzati di controllo e protezione per i soggetti più deboli (i minori ed i consumatori compulsivi) rispetto a qualsiasi alternativa illegale o opaca.

Quando la regolazione non incentiva gli operatori più strutturati – o peggio, crea condizioni che premiano la frammentazione e la debolezza organizzativa – il sistema perde un pezzo della sua funzione pubblica: la capacità di presidio. E un perimetro legale debole non è un vantaggio per nessuno: non per lo Stato, non per i territori, non per i consumatori né tantomeno per le imprese.

Il lavoro di advocacy, in modo molto concreto, è far comprendere ai decisori che “più tutela” non si ottiene solo con nuovi divieti, ma con migliori incentivi: spingere il mercato legale a investire in controllo e protezione. È una logica industriale al servizio di un obiettivo pubblico.

Le concessioni, in questo senso, sono uno strumento di maturità istituzionale: mettono l’impresa al servizio di un disegno pubblico, chiedendo investimenti e controllo in cambio della gestione del perimetro legale.

Ed in pochi ricordano che il nostro Paese ha adottato in questo approccio addirittura fin dall’età costituzionale, con il D.Lgs. 496 del 1948, arrivando poi, nei primi anni Duemila, ai sistemi di controllo telematico dell’offerta più estesi al mondo.

L’advocacy nel settore dei giochi pubblici serve a far funzionare il patto Stato – Concessionari: superare la fallacia dello stigma, costruire una regolazione incentivante per chi può investire e rendere la tecnologia il pilastro operativo della tutela.

In poche parole, chi lavora nell’advocacy dei giochi pubblici fa soprattutto una cosa: cambia le domande dei regolatori: da “come dimostro severità?” a “come aumento controllo e tutela?”, da “che segnale mando?” a “che risultato ottengo?”, da “quanto restringo?” a “quali standard alzo e come li faccio rispettare?”

Il Patto tra istituzioni ed aziende concessionarie richiede chiarezza, pazienza e responsabilità. Richiede anche una maturità che spesso manca nel dibattito pubblico: la capacità di accettare che il fenomeno esiste e che la soluzione non è negarlo, ma governarlo bene.

PressGiochi