18 Maggio 2026 - 15:11

Gioco minorile a Napoli, il 34% dei ragazzi ha giocato nell’ultimo anno e il 50% non distingue legale e illegale

Napoli – Il gioco con vincita in denaro tra i minori si conferma una delle principali criticità sociali emergenti nel contesto urbano napoletano. È questo il quadro emerso nel corso

16 Aprile 2026

Napoli – Il gioco con vincita in denaro tra i minori si conferma una delle principali criticità sociali emergenti nel contesto urbano napoletano. È questo il quadro emerso nel corso della presentazione della ricerca “Valutazione del fenomeno del gioco minorile con vincita in denaro a Napoli”, realizzata dal Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II con il coordinamento di Laura D’Angeli e il supporto di Noto Sondaggi.

Lo studio, illustrato nel corso di un convegno ospitato presso il Chiostro dei Santi Marcellino e Festo, ha offerto una lettura approfondita del fenomeno, analizzandone le dinamiche sociali, territoriali ed educative, e proponendo possibili linee di intervento in chiave preventiva e multidisciplinare.

A sottolineare la rilevanza dei risultati per l’azione amministrativa è stata l’assessora ai Giovani del Comune di Napoli, Chiara Marciani, che ha evidenziato il valore dello studio come strumento operativo per le istituzioni: “Dai risultati della ricerca emerge come il gioco tra i minori a Napoli sia un fenomeno diffuso in tutti i contesti sociali. Si tratta di una criticità importante che richiede attenzione e interventi mirati”.

Marciani ha rimarcato l’importanza di disporre di dati scientifici solidi per orientare le politiche pubbliche: “Avere uno studio che ci aiuta anche come amministrazione ad avere dati di partenza per un lavoro importante da portare avanti insieme a psicologi ed educatori è sicuramente fondamentale. È importante avere tutti gli strumenti a disposizione per intervenire prima possibile”.

L’assessora ha poi richiamato l’attenzione sulla necessità di agire in chiave preventiva e educativa, anche alla luce dei cambiamenti sociali e tecnologici: “Si parla spesso di ludopatia, anche se è una parola che non esiste più, ma è importante intervenire per evitare questo fenomeno e offrire ai giovani percorsi alternativi”.

Tra i fattori che incidono sull’avvicinamento dei minori al gioco, Marciani ha indicato anche il ruolo dell’ambiente digitale e della comunicazione commerciale: “Le tecnologie e le proposte, spesso veicolate anche attraverso la pubblicità, possono invogliare in maniera molto più semplice i giovani a cadere nella trappola del gioco d’azzardo, partendo da comportamenti abitudinari fino ad arrivare a forme più gravi come scommesse e altre attività”.

La coordinatrice della ricerca Laura D’Angeli ha evidenziato come l’indagine non si sia limitata alla dimensione quantitativa, ma abbia cercato di individuare soprattutto le cause del fenomeno: “Esistono già numerose ricerche, anche del CNR, ma il nostro obiettivo è stato capire perché i ragazzi si avvicinano al gioco”.

Dall’analisi emergono una pluralità di fattori di influenza, che vanno dal contesto sociale e familiare fino a quello educativo e territoriale. “Nel caso di Napoli – ha spiegato D’Angeli – emerge un substrato culturale che in parte favorisce il gioco minorile. Allo stesso tempo, però, la ricerca indica la necessità di un approccio multifattoriale e multilivello”.

In questo quadro, un ruolo centrale viene attribuito alla famiglia e al sistema educativo. “I genitori dovrebbero avere una funzione di disincentivo, ma spesso si osserva un atteggiamento di accompagnamento verso il gioco”, ha sottolineato. Un ulteriore elemento critico riguarda la carenza di alternative sociali e ricreative: “La mancanza di strutture sportive, sociali e di spazi di intrattenimento rappresenta un fattore che può spingere i ragazzi verso il gioco con vincita in denaro”.

La ricerca ha inoltre evidenziato la necessità di intervenire anche sull’offerta di gioco fisico, attraverso una maggiore qualificazione dei punti vendita, formazione degli esercenti e strumenti di comunicazione più chiari e uniformi sul divieto di accesso ai minori. “Manca una segnaletica standard, facilmente riconoscibile, che renda immediato il divieto”, ha aggiunto D’Angeli, richiamando anche l’importanza di strumenti comunicativi più vicini ai linguaggi giovanili, come video e podcast.

Sul fronte dell’analisi socio-demografica, il direttore di Noto Sondaggi Antonio Noto ha spiegato come il fenomeno sia stato studiato suddividendo il territorio in aree omogenee: “Abbiamo ipotizzato che il fenomeno potesse avere una rilevanza diversa in base al ceto sociale, e in parte i dati lo confermano, ma senza differenze particolarmente marcate”.

In particolare, ha osservato Noto, si riscontra una minore propensione al gioco online tra gli studenti dei licei rispetto a quelli degli istituti tecnici, così come una maggiore incidenza nelle aree socioeconomiche più fragili. Tuttavia, le distanze restano contenute: “Le differenze esistono, ma non sono così nette da delineare confini rigidi tra le diverse aree sociali”.

Per il ricercatore, il dato più significativo riguarda la natura complessiva del fenomeno: “È un fenomeno trasversale nella popolazione giovanile, nel quale non si percepisce la dimensione dell’illegalità”. Secondo Noto, infatti, l’accesso al gioco online tramite account familiari contribuisce a normalizzare il comportamento: “Un minore che utilizza l’identità del padre o del fratello non percepisce il gesto come trasgressivo, ma come qualcosa di ordinario. Questo è un elemento grave e indica che le politiche di contrasto devono essere molto più profonde e partire dal basso”.

Il prof. Gianfranco Pecchinenda ha spiegato che “il tema del gioco è centrale negli studi sociologici, tanti studiosi hanno messo il gioco al centro dei saggi sulla costruzione della realtà. Gioco si fonda sul comportamento psicologico originario che ci porta ad agire come se ciò che facciamo fosse veramente serio. Il gioco e l’esperienza ludica sono al fondamento di tutte le organizzazioni sociali. L’inizio del 2000 rappresenta un momento storico in cui si affacciano nei processi di socializzazione e scolarizzazione i videogiochi che, per me, sono stati il ‘cavallo di Troia’ attraverso cui la cultura digitale si è introdotta nelle organizzazioni sociali. Nel corso degli ultimi due decenni sono successe cose fondamentali: lo sviluppo e la diffusione degli strumenti informatici e il loro legame con internet e lo sviluppo di conoscenze in ambito neuroscientifico su come si sviluppa il cervello. E oggi sappiamo che le dipendenze dal gioco sono dipendenze del tutto simili alle esperienze che si hanno con sostanze come alcol, droghe, ma anche semplicemente con gli zuccheri. Le tecnologie hanno reso più disponibile l’accesso al gioco e ciò lo rende più che mai oggetto di ricerca determinante per spiegare il comportamento umano”.

“La ricerca – ha spiegato ancora Noto – non ha obiettivo di analizzare quanti giovani giocano, ma i loro comportamenti. Abbiamo diviso il territorio della città di Napoli in 3 aree cluster: Fascia A quartieri con reddito maggiore; Fascia B quartieri con redditi medie; Fascia C quartieri con redditi più bassi. Analizzate le fasce d’età tra 15-17; tra 18 e 24; genitori; stakeholder. Abbiamo analizzato che il fenomeno ha una trasversalità territoriale, non c’è demarcazione netta tra quartieri più ricchi e quartieri più poveri e coinvolge dunque vari ceti.

La distribuzione per genere, il fenomeno interessa più gli uomini che le donne che, tuttavia, non sono completamente marginali. Il livello di istruzione ci dice che chi segue licei ha minore propensione al gioco rispetto a chi frequenta istituti tecnici o a chi non prosegue gli studi, ma anche qui non c’è netta demarcazione e pertanto livello istruzione determina il fenomeno ma non è determinante. Azioni di correzione sono difficili proprio perché il fenomeno è trasversale.

Altro elemento analizzato è la familiarità: chi ha adulti che praticano il gioco d’azzardo è più propenso, ma anche qui non c’è netta demarcazione. Le amicizie rappresentano rete di avvicinamento al fenomeno. C’è una significativa correlazione tra il gioco d’azzardo e l’assumere alcol e droghe. Il problema non è solo il gioco d’azzardo ma è uno dei fattori che influenza gli stili di vita. Le scommesse calcistiche sono l’ambito in cui si gioca maggiormente sia tra i minori che tra la fascia d’età tra 18 e 24 (percentuale attorno al 30 per cento), seguite dal Gratta e Vinci (15 per cento) e dalle scommesse virtuali (attorno al 16). I minori preferiscono il gioco dal vivo rispetto all’online. L’emulazione è risultata la principale motivazione che avvicina al gioco: oltre un terzo dei minori infatti gioca per ottenere accettazione sociale. L’età media di inizio è intorno ai 17 anni. Da una parte c’è la volontà di correre il rischio ma contestualmente c’è la paura di indebitarsi e/o diventare dipendente. il 90 per cento dei minori sa che il gioco è illegale ma comunque lo pratica sapendo che è vietato agli under 18″.

“Lo studio – ha spiegato D’Angeli nel suo intervento – è nato grazie a un gruppo di lavoro composto da competenze multidisciplinari. Dall’analisi emerge un significativo disallineamento nella percezione del rapporto tra genitori e figli: il 90% dei genitori dichiara di avere un ottimo rapporto con i propri figli, mentre circa il 50% dei ragazzi non condivide la stessa valutazione, segnalando una distanza relazionale più ampia di quanto percepito dagli adulti.

Un ulteriore elemento critico riguarda la consapevolezza normativa: il 51% dei giovani intervistati dichiara di non conoscere la differenza tra un punto di gioco legale e uno illegale, evidenziando una fragilità informativa che incide direttamente sui comportamenti.

Per quanto riguarda il quadro regolatorio, la Campania dispone della legge regionale del 2 marzo 2020, considerata tra le più avanzate a livello nazionale, mentre il Comune di Napoli è intervenuto già nel 2015 con un proprio regolamento in materia. Tuttavia, secondo i ricercatori, la sola cornice normativa non è sufficiente senza una strategia integrata.

L’indagine indica infatti la necessità di un approccio multilivello, che agisca contemporaneamente sull’offerta, sulle condizioni di vulnerabilità sociale e sui processi educativi che coinvolgono famiglie e scuole. In particolare, le linee di intervento individuate comprendono: educazione e prevenzione, regolamentazione e controllo, supporto psicologico e familiare, e coinvolgimento attivo della comunità.

Il contesto educativo della città di Napoli restituisce inoltre un quadro di fragilità strutturali che contribuiscono a delineare il fenomeno. Gli esiti scolastici evidenziano difficoltà significative nelle competenze di base: in terza media il 57,7% degli studenti presenta competenze numeriche insufficienti (contro una media nazionale inferiore di 13,5 punti percentuali) e il 46,1% mostra difficoltà in lettura e scrittura. Nel territorio napoletano si registrano i valori più critici, con il 61% di competenze numeriche inadeguate e il 49,1% in ambito alfabetico.

Queste fragilità si riflettono anche nella transizione verso l’età adulta: in Campania il 26,9% dei giovani tra i 15 e i 29 anni è NEET (Not in Education, Employment or Training), un dato superiore di oltre 11 punti rispetto alla media nazionale. Inoltre, solo il 39,2% dei diplomati si iscrive all’università nell’anno successivo, con un divario di 12,5 punti rispetto al dato italiano complessivo. Tra i cittadini tra i 25 e i 64 anni, solo il 56,8% possiede almeno un diploma, contro una media nazionale del 65,5%.

Nonostante alcuni segnali di miglioramento, il tasso di dispersione scolastica resta ancora elevato, contribuendo a delineare un contesto educativo complesso che incide direttamente sui percorsi di crescita e sulle vulnerabilità dei più giovani”.

Il dott. Antonio Baselice, dell’Osservatorio regionale campano, nel suo intervento ha sottolineato il valore dello studio come base per la definizione di politiche di intervento più efficaci e strutturate.

“Credo che la ricerca sia una grande risorsa per poter attuare strategie di intervento. Noi operatori del settore socio-sanitario dobbiamo fare un salto di qualità”, ha affermato Baselice, evidenziando come l’impatto del gioco online abbia profondamente modificato lo scenario di riferimento: “L’online ha scombussolato il settore”.

Secondo Baselice, la dimensione più rilevante del fenomeno non riguarda esclusivamente la vincita economica, ma la componente emotiva e comportamentale: “La questione più importante non è la vincita, ma l’adrenalina che scorre nelle vene”. A ciò si aggiunge anche una lettura legata al contesto sociale: “Il gioco può essere legato all’incertezza del futuro”.

Il rappresentante dell’Osservatorio regionale ha inoltre evidenziato la mancanza di una strategia nazionale organica di contrasto, sottolineando come a livello territoriale siano già state avanzate proposte concrete: “Quello che manca è una strategia nazionale d’intervento. L’Osservatorio regionale ha presentato un’agenda all’assessorato e alla nuova Presidenza della Regione Campania”.

Tra le priorità indicate figurano educazione, formazione del personale socio-sanitario e rafforzamento dei presidi di legalità. Particolare attenzione è stata rivolta anche al ruolo delle famiglie e alla prevenzione: “Bisogna lavorare sull’educazione, sulla formazione personale socio-sanitaria e sulla tutela della legalità. È fondamentale investire anche sulla formazione delle famiglie”.

Baselice ha quindi richiamato l’attenzione sui dati regionali, evidenziando come la Campania presenti una situazione di particolare esposizione al fenomeno: “La Campania è leader nel gioco online e questo deve far riflettere. L’allarme sul gioco minorile vede la regione in posizione di forte criticità. Gli adolescenti campani hanno un rischio doppio di cadere nel gioco rispetto ai coetanei di altre regioni”.

Infine, un riferimento alle politiche regionali già in essere: “La Regione Campania ha investito 4 milioni di euro nell’ultimo piano approvato lo scorso febbraio, con il sostegno ai servizi di presa in carico”. Tuttavia, ha concluso, “è necessario proseguire il lavoro avviato, con maggiore incisività e capacità di analizzare un quadro profondamente cambiato rispetto al 2020”, nel contesto del confronto scientifico e istituzionale ospitato dall’Università degli Studi di Napoli Federico II.

A chiudere l’evento, l’intervento del dott. Mario Lollobrigida, direttore ai Giochi in ADM. “Il fenomeno del gioco minorile – ha detto – nasce da una consapevolezza del rischio da parte dei ragazzi, che spesso conoscono il divieto ma vivono l’esperienza come qualcosa di iniziatico ed emulativo, legato al bisogno di sentirsi più grandi. In questo contesto pesa anche la familiarità con il gioco: se un minore vede il padre fare scommesse online, può arrivare a farle insieme a lui, ed è per questo che il ruolo delle famiglie e del gruppo dei pari è centrale. A incidere è anche la cultura digitale, perché attraverso i videogiochi i ragazzi si abituano progressivamente a spendere denaro, e questo può rappresentare un primo passo verso il gioco d’azzardo, fino a un passaggio quasi automatico. Si tratta comunque di un fenomeno trasversale che riguarda tutte le classi sociali, e tra le forme più diffuse tra i minori ci sono le scommesse sportive sul calcio, che è lo sport più seguito. Per questo la formazione è fondamentale a tutti i livelli: non solo nelle famiglie, ma soprattutto nelle scuole, insieme a campagne di sensibilizzazione. È inoltre essenziale formare gli operatori del settore, non solo i titolari dei punti vendita ma tutto il personale, perché devono essere consapevoli dei livelli di rischio, soprattutto quando è coinvolto un minore. Come Agenzia svolgiamo anche un’attività di controllo costante sul territorio: lo scorso anno abbiamo effettuato oltre 30mila verifiche sui punti vendita, perché il controllo repressivo resta importante per garantire il rispetto delle regole. Il gioco online illegale, invece, è una delle sfide più difficili da contrastare a livello globale, vista la sua volatilità. Per questo, secondo noi, la priorità resta la formazione, sia degli operatori sia nelle scuole: siamo tutti sullo stesso fronte per far conoscere i rischi e proteggere soprattutto i minori.”

Lo studio. Valutazione del fenomeno del gioco minorile con vincita in denaro a Napoli

La ricerca analizza il fenomeno del gioco con vincita in denaro tra i minori e i giovani adulti (18-24), adottando una prospettiva multidisciplinare che integra dimensioni sociologiche, culturali e comportamentali. Il gioco emerge come pratica socialmente normalizzata e, al contempo, come indicatore delle disuguaglianze, capace di riflettere e amplificare vulnerabilità economiche, educative e relazionali.
L’analisi evidenzia il ruolo determinante dei fattori familiari e dei pari, della disponibilità economica e dell’accessibilità ai contesti di gioco, fisici e digitali, nel favorire l’avvicinamento precoce all’azzardo. In particolare, il 34% dei minori dichiara di aver giocato almeno una volta nell’ultimo anno. L’ingresso nel
gioco è principalmente determinato da fattori relazionali, in particolare dall’influenza dei pari (51,4%) e dal contesto familiare (37,5%), mentre una quota significativa (36,8%) associa il gioco a dinamiche di accettazione sociale. Il fenomeno si configura, inoltre, come parte di un più ampio cluster di
comportamenti a rischio, risultando associato, tra l’altro, a una maggiore frequenza di consumo di energy drink e tabacco.
Emergono elementi rilevanti legati all’ambiente digitale: circa un quarto dei minori partecipa a challenge online e il 14% ha acquistato o richiesto loot box nei videogiochi; tali comportamenti risultano più diffusi tra i soggetti con maggiore frequenza di gioco d’azzardo. Il digitale non sostituisce il contesto fisico, ma contribuisce ai processi di esposizione, familiarizzazione e normalizzazione del gioco. Permangono criticità sul piano della consapevolezza: circa la metà dei minori dichiara di non saper distinguere tra punti di gioco legale e illegale, mentre la percezione e visibilità dei divieti risultano non omogenee nei diversi contesti. Il tema dei rischi è affrontato prevalentemente in ambito familiare (52,9%), mentre la scuola e i pari rivestono un ruolo più limitato. Si evidenzia inoltre una discrepanza tra la percezione dei genitori e quella dei figli rispetto alla qualità delle relazioni familiari, nonché
l’incidenza del finanziamento del gioco tramite risorse familiari.
Alla luce di tali evidenze, la ricerca propone un modello di intervento multilivello, fondato sull’integrazione tra dimensione educativa, regolatoria e socio-territoriale. In particolare, si delineano:

• il rafforzamento degli interventi educativi strutturati nelle scuole, con programmi continuativi di prevenzione e sviluppo delle competenze critiche;
• il coinvolgimento attivo delle famiglie, attraverso iniziative di informazione e formazione orientate alla gestione dei comportamenti a rischio e all’uso consapevole delle risorse economiche;
• la qualificazione della rete dei punti di gioco legale, mediante standard omogenei di riconoscibilità, comunicazione del divieto e formazione degli operatori;
• il potenziamento delle azioni di comunicazione istituzionale, con messaggi chiari, coerenti e mirati ai diversi target;
• l’integrazione con strumenti di monitoraggio e analisi dei comportamenti, anche in ambiente digitale, al fine di intercettare precocemente situazioni di rischio.
Nel contesto specifico di Napoli, tali strategie assumono particolare rilevanza in considerazione delle fragilità socio-economiche e della forte componente culturale del fenomeno. La ricerca evidenzia, pertanto, la necessità di un approccio sistemico e coordinato, capace di coniugare tutela dei minori,
responsabilizzazione degli attori coinvolti e qualificazione dell’offerta legale, in coerenza con il quadro normativo vigente.

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