Filippo Torrigiani, esponente della campagna Mettiamoci in gioco, torna a criticare duramente l’ipotesi che le Regioni possano compartecipare ai proventi del gioco d’azzardo, definendo questa prospettiva “una scelta scellerata” e
Filippo Torrigiani, esponente della campagna Mettiamoci in gioco, torna a criticare duramente l’ipotesi che le Regioni possano compartecipare ai proventi del gioco d’azzardo, definendo questa prospettiva “una scelta scellerata” e accusando la politica di voler “fare cassa sulla disperazione sociale”.
“Torno con ostinata caparbietà su un tema che non ammette silenzi né mediazioni al ribasso. Nei giorni scorsi, – scrive Torrigiani – intervenendo a un evento pubblico, ho ribadito la mia totale contrarietà a una scelta che considero scellerata: la richiesta, da parte delle Regioni italiane, di compartecipare ai proventi del gioco d’azzardo.
Di fronte ai rappresentanti politici presenti, ho voluto squarciare il velo del politicamente corretto, ricordando loro, senza giri di parole, che quel denaro porta con sé l’odore della disperazione e della povertà.
Troppo spesso si ha l’impressione che il decisore politico indossi la maschera di una finta innocenza. Si tratta di un’ignoranza strategica, una forma tanto raffinata quanto imperdonabile di ignavia istituzionale.
Questa indifferenza appare ancor più grave oggi, mentre i dati ISTAT fotografano un Paese in ginocchio, certificando una crescita allarmante della povertà assoluta.
Nel 2025, circa 11 milioni di individui — il 18,6% dei nostri concittadini — si trovano a rischio povertà; oltre un quinto della popolazione dichiara di non riuscire ad arrivare alla fine del mese e più di un quarto capitola di fronte a una spesa imprevista.
Dietro la freddezza dei numeri si nascondono 5,7 milioni di persone e 2,2 milioni di famiglie (l’8,4% del totale) prive del necessario, a cui si sommano un’insicurezza alimentare che colpisce il 9,3% della popolazione e una povertà energetica salita al 9,1%.
In questo scenario di diffusa e profonda drammaticità sociale, assistiamo a un paradosso grottesco.
Le Regioni — le cui leggi di contrasto all’azzardo nacquero, giova rammentarlo a chi ha la memoria corta, per blindare e supportare i Comuni nei ricorsi legali contro i colossi del gioco — hanno smesso i panni del custode della salute pubblica.
Invece di pretendere dal Governo riforme strutturali a tutela dei cittadini e di contrasto alle infiltrazioni criminali, scelgono di battere cassa, esigendo una quota di quei miliardi estratti proprio dalle tasche dei soggetti più vulnerabili.
Le giustificazioni addotte a difesa di questo sciacallaggio contabile oscillano tra il ridicolo e il cinico: la necessità di coprire i costi sanitari della ludopatia e la salvaguardia dell’equilibrio di bilancio in nome dell’autonomia finanziaria. Si cura il malato con i proventi del veleno che lo ha intossicato, e si trasforma lo Stato nell’azionista di minoranza del disagio sociale.
Sarebbe stato auspicabile attendersi una classe dirigente capace di uno scatto di dignità; una rappresentanza regionale in grado di pretendere da Roma e da Bruxelles una disciplina comunitaria severa e condivisa, capace di arginare il dilagare dei giochi fisici e telematici che stanno cannibalizzando vite ed economia reale.
Al contrario, salvo rare e meritevoli eccezioni, anche questa vicenda ratifica il definitivo tramonto della politica, ormai prigioniera di una parabola discendente in cui la difesa degli interessi ha rimpiazzato l’orizzonte del bene comune”.
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