Si è tenuto a Roma, presso l’Hotel Nazionale – Sala Capranichetta in Piazza Montecitorio, il nuovo appuntamento firmato “Giocare da Grandi”, dedicato al gioco pubblico e alle altre forme di
Si è tenuto a Roma, presso l’Hotel Nazionale – Sala Capranichetta in Piazza Montecitorio, il nuovo appuntamento firmato “Giocare da Grandi”, dedicato al gioco pubblico e alle altre forme di intrattenimento. L’evento, organizzato da Formiche in collaborazione con SWG e Brightstar, ha rappresentato una nuova tappa del percorso avviato nel 2020 dall’Osservatorio sul Gioco Pubblico, con l’obiettivo di analizzare empiricamente i principali aspetti legati al gioco lecito in Italia.
Ogni incontro ha approfondito un tema di attualità, promuovendo un confronto aperto e informato tra rappresentanti istituzionali, esperti e operatori del settore. Anche questa edizione ha proseguito il cammino di analisi sull’evoluzione del fenomeno, concentrandosi in particolare sulle abitudini di consumo e sul rischio patologico, in un momento storico in cui il gioco torna centrale nel dibattito pubblico.
A inaugurare l’incontro è stata Marina Di Cecca, responsabile Relazioni Istituzionali di Brightstar, che ha ripercorso la storia del gruppo nato nel 1990: “Un percorso che testimonia la capacità del settore di evolvere in chiave innovativa e responsabile”.
La presentazione della nuova ricerca è stata affidata a Riccardo Grassi, che ha illustrato i risultati dell’ultima indagine dell’Osservatorio “Giocare da Grandi”, dedicata quest’anno al fenomeno della ludopatia. Lo studio ha coinvolto psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, per offrire una lettura più approfondita e qualitativa del problema.
Secondo Grassi, “la percentuale dei giocatori a rischio – circa l’8,2% – è rimasta sostanzialmente stabile rispetto ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità del 2017”, ma “è cambiato il rapporto soggettivo con il rischio: oggi i giocatori mostrano una minore prudenza, pur mantenendo un livello di soddisfazione simile agli anni precedenti”.
Un aspetto centrale della ricerca ha riguardato la percezione dei professionisti. “Il 60% degli psicologi intervistati ha avuto contatti diretti con giocatori patologici, mentre solo uno su quattro non ha mai affrontato il tema nella propria attività clinica”, ha spiegato Grassi. Inoltre, “nel 70% dei casi, l’avvio della terapia è avvenuto su iniziativa dei familiari, e nel 72% dei pazienti sono presenti altre dipendenze, segno evidente di una comorbidità complessa”. In particolare, ha sottolineato, “nel 78% dei casi si registra un’alterazione del sistema della gratificazione, spesso accompagnata da depressione”.
La ricerca ha anche esplorato il tema della regolamentazione e delle proposte di intervento. “Abbiamo voluto indagare la percezione sulla possibilità di vietare completamente il gioco con vincita in denaro, ma la risposta degli operatori è stata chiara: una misura del genere rischierebbe di peggiorare la situazione, spostando il fenomeno nel sommerso e aggravando le condizioni di chi già presenta vulnerabilità”. Secondo Grassi, “la vera risposta sta nella prevenzione, nell’educazione, nella costruzione di reti sociali e servizi territoriali capaci di intercettare i segnali di disagio prima che si manifestino in forme patologiche”. E ha concluso: “Il problema non si risolve mettendo al bando il gioco, ma affrontando la questione nella sua complessità, con un approccio multidisciplinare e coordinato”.
Il confronto si è arricchito con gli interventi di esponenti politici e rappresentanti del settore. L’on. Andrea De Bertoldi ha denunciato un clima “illiberale e proibizionista”, affermando: “Siamo liberali e vogliamo tutelare le libertà dei cittadini. Le derive proibizioniste rischiano solo di alimentare l’illegalità”.
L’on. Ettore Rosato (Azione) ha ribadito la necessità di un riordino organico: “Solo con un disegno complessivo possiamo far emergere una nuova immagine del gioco legale”, sottolineando l’urgenza di regolare in modo più equilibrato anche il tema della pubblicità.
Mario Lollobrigida, direttore ai Giochi dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ha sottolineato l’importanza delle ricerche sulla dipendenza da gioco per intervenire efficacemente sia nel gioco online che in quello fisico. Nel settore online, grazie al decreto n. 41/2024, si pone accento sul comportamento dei giocatori per attuare interventi personalizzati, anche grazie all’uso dell’AI, fino alla sospensione dal gioco in caso di un approccio inadeguato. Nel gioco fisico, la prevenzione si basa su una formazione seria degli operatori, con il coinvolgimento delle associazioni di categoria e il supporto delle istituzioni, che devono agire presto per rafforzare gli strumenti di prevenzione.
Laura D’Angeli ha posto l’attenzione sull’importanza di agire prima che si manifesti la patologia: “Le misure generaliste non bastano. Dobbiamo intervenire sui soggetti vulnerabili, individuandoli per tempo”.
Il sen. Dario Damiani (Forza Italia) ha invocato l’uscita dalla frammentazione normativa: “Serve un ordinamento unico. I tavoli ci sono stati, ora è il momento di agire”.
Emilio Zamparelli (STS FIT) ha ricordato il lavoro svolto dal settore: “Senza una normativa chiara si consegna il giocatore all’illegalità. Il comparto ha già fatto molto, ma spesso non viene riconosciuto”.
Infine, Emmanuele Cangianelli (EGP Fipe) ha posto l’accento sull’adeguamento tecnologico: “La rete terrestre ha bisogno di un upgrade normativo e digitale. L’ADM ha fatto il suo lavoro, ora serve l’intervento del legislatore”.
La ricerca presentata durante il convegno “Giocare da Grandi” ha messo sotto osservazione il fenomeno della ludopatia dal punto di vista degli psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, offrendo una fotografia chiara – seppur esplorativa – di come il gioco d’azzardo patologico si manifesti nella pratica clinica.

Dall’indagine emerge che la percentuale di giocatori problematici in Italia, pari all’8,2%, è stabile rispetto ai dati del 2017 dell’ISS, ma si registra una maggiore tendenza dei giocatori a comportamenti meno prudenti. Il fenomeno della ludopatia risulta diffuso e trasversale: il 60% dei professionisti ha avuto contatti con pazienti affetti da disturbo da gioco, e solo uno su quattro non ha mai affrontato il tema nella propria carriera. La maggior parte delle persone arriva in terapia non per iniziativa diretta, ma su impulso di familiari, amici o altri servizi. Non di rado il problema emerge solo nel corso della terapia, come aspetto secondario.
L’identikit del giocatore patologico tracciato dai professionisti evidenzia soggetti prevalentemente maschi, lavoratori, spesso non consapevoli del proprio disturbo, con un profilo multiproblematico. Il gioco si intreccia frequentemente con altre condizioni, come depressione, disturbi del sonno, dipendenza da sostanze o da internet, e alterazioni del sistema della gratificazione. In alcuni casi, si osservano anche tratti di disturbo ossessivo-compulsivo o antisociale.
Riguardo all’efficacia della terapia, solo una minoranza dei pazienti riesce a superare completamente la dipendenza: ciò conferma la natura complessa e resistente del disturbo. Alla domanda su una possibile messa al bando totale del gioco con vincita in denaro, la maggioranza degli intervistati ha espresso scetticismo, ipotizzando un aggravamento delle patologie esistenti e un aumento del ricorso all’illegalità.
Le conclusioni della ricerca sottolineano come il disturbo da gioco d’azzardo non possa essere affrontato con approcci semplicistici. Prevenzione, educazione, rafforzamento della rete sociale e dei servizi territoriali, oltre a una regolamentazione intelligente, sono strumenti imprescindibili per rispondere in modo efficace a un fenomeno che non può essere ridotto a una questione meramente normativa.
Un confronto denso e articolato che ha messo in luce l’urgenza di una visione chiara e condivisa per il futuro del gioco pubblico in Italia, capace di tenere insieme responsabilità sociale, innovazione e tutela del cittadino.
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