15 Gennaio 2026 - 19:02

Giocare da Grandi: la prospettiva dell’analisi sul gioco mette a confronto Italia ed Europa

«Solo il 30% degli italiani percepisce il gioco come positivo, il 56% lo considera un rischio»

19 Novembre 2025

Si è svolto oggi, mercoledì 19 novembre, presso l’Hotel Nazionale, Sala Capranichetta di Roma, il nuovo incontro dell’Osservatorio sul gioco pubblico di SWG Giocare da grandi, in collaborazione con Brightstar,dedicato all’analisi della percezione del gioco con vincita in denaro in una prospettiva comparata tra Italia ed Europa.

L’evento, dal titolo “Le regole del Gioco. Italia ed Europa a confronto tra libertà individuale e responsabilità pubblica”, ha rappresentato un’importante occasione di dialogo tra istituzioni, esperti e operatori del settore. Durante il convegno, i partecipanti hanno approfondito le diverse modalità con cui il gioco viene percepito, gestito e regolato nei vari Paesi europei, promuovendo una riflessione informata sul delicato equilibrio tra libertà del singolo, tutela collettiva e responsabilità pubblica.

La nuova ricerca realizzata da SWG offre una fotografia dettagliata di come i cittadini europei percepiscono i giochi con vincita in denaro e di quale sia il livello di rischio tra i giocatori italiani. Lo studio, condotto su un ampio campione europeo e con un focus specifico sull’Italia (oltre 4.000 intervistati, di cui 2.130 giocatori).


« La prima ricerca che abbiamo condotto – ha spiegato Riccardo Grassi di SWG – riguarda la percezione dei giochi con vincita in denaro in Europa. Abbiamo voluto ampliare lo sguardo oltre l’Italia per capire cosa pensano i cittadini europei: per farlo abbiamo intervistato più di 5.000 persone in tutta Europa. I dati sono molto interessanti, perché mostrano una netta peculiarità italiana.

A livello europeo prevale una percezione leggermente positiva del gioco – il 47% lo considera un’attività legata al divertimento o alla possibilità di ottenere una vincita, contro il 40% che lo vede come un pericolo o una perdita di tempo. In Italia la situazione è completamente diversa: solo il 30% degli italiani attribuisce al gioco una percezione positiva, mentre il 56% ne dà una visione negativa. Il nostro è il Paese che più di ogni altro identifica i giochi con vincita in denaro come un rischio.

Il secondo aspetto che abbiamo analizzato riguarda l’approccio che l’Europa dovrebbe avere verso il gioco. Anche qui si osserva una forte divisione: il 48% dei cittadini europei ritiene che la protezione della salute debba prevalere sulla libertà individuale, mentre il 40% sostiene il contrario. In Italia questa posizione è ancora più marcata: il 67% considera prioritaria la tutela della salute rispetto alla libertà. È un dato significativo, soprattutto in un Paese in cui spesso si attribuiscono allo Stato le colpe e agli individui i meriti.

Se mettiamo insieme questa sensibilità e la percezione della diffusione della ludopatia — che in Italia è quasi doppia rispetto alla media europea — arriviamo a un risultato chiaro: l’Italia è il Paese europeo in cui si attribuisce allo Stato la responsabilità più alta nella diffusione della ludopatia. È quasi un cortocircuito: si chiede allo Stato di limitare la libertà per proteggere la salute, ma quando il fenomeno persiste, lo si accusa due volte — per favorirlo, e per non saper intervenire. Non è un caso che il 77% degli italiani giudichi inefficace il contrasto alla ludopatia.

Dopo questa prima parte, abbiamo introdotto un secondo approfondimento, un’indagine molto ampia sulla propensione al rischio dei giocatori italiani. Abbiamo utilizzato tre strumenti: il PGSI, che misura il livello di rischio del giocatore ed è usato anche dall’Istituto Superiore di Sanità; il Positive Play Scale, che rileva il grado di consapevolezza dei rischi; e l’Implicit Association Test, sviluppato con uno spin-off della Sapienza, che misura la distanza tra ciò che si dichiara e ciò che si pensa realmente in modo implicito.

I risultati evidenziano alcuni aspetti importanti. Intanto, i diversi segmenti di giocatori mostrano un livello simile di soddisfazione per la propria vita, ma un indice di trasgressione e perdita di controllo molto diverso: i grandi giocatori — quelli che dichiarano circa 150 minuti di gioco al mese, quindi verosimilmente anche di più — hanno un livello di perdita di controllo triplo rispetto agli altri. Questo conferma quanto emerso anche in studi precedenti, cioè che i problemi di gioco spesso si inseriscono in un contesto più ampio di fragilità personali.

Osservando i comportamenti effettivi, vediamo che i piccoli giocatori hanno spese e tempi di gioco molto contenuti, mentre i grandi giocatori dichiarano importi più elevati ma percepiscono la propria spesa come simile a quella dei giocatori abituali di lotterie. È interessante notare come la percezione non corrisponda sempre alla realtà.

Gli indicatori di rischio confermano quanto rilevato dall’Istituto Superiore di Sanità: tra i piccoli giocatori il rischio è praticamente nullo, mentre cresce nei grandi giocatori, pur ricordando che più della metà di questi non presenta alcuna condizione di rischio. Sul fronte della consapevolezza emerge un dato che considero particolarmente rilevante: il 32% dei piccoli giocatori mostra un livello di consapevolezza bassissimo. Questo succede in un sistema in cui la comunicazione sul gioco è sostanzialmente vietata e l’unico messaggio ammesso è quello sul rischio. Abbiamo quindi un paradosso: proprio chi gioca poco è spesso quello meno consapevole.

Il test implicito è forse il dato più sorprendente: tra i piccoli giocatori, il 40% dichiara che il gioco non piace, ma il loro atteggiamento implicito dice il contrario. E un altro 39% afferma che il gioco non è così positivo, ma a livello inconscio risulta comunque attratto. In altre parole, tra ciò che si dice e ciò che si fa esiste uno scarto evidente. Questa confusione è ancora più forte tra i giocatori medi, dove il 46% presenta una significativa incoerenza tra percezione esplicita e attrazione implicita. Complessivamente, quasi la metà dei giocatori italiani vive una distanza cognitiva tra il proprio pensiero dichiarato e il proprio comportamento reale.

Non significa che siano irresponsabili o che “non sappiano quello che fanno”: significa che sul tema del gioco manca serenità, c’è stigma, c’è conflittualità interna. Tutti elementi che rendono complessa la relazione con il gioco stesso.

L’ultima evidenza riguarda la correlazione tra rischio, consapevolezza e tempo di gioco: chi presenta problemi seri ha un livello di trasgressione cinque volte superiore ai giocatori non problematici, e un’esposizione in termini di tempo giocato più che doppia rispetto ai giocatori coerentemente positivi, pur a fronte di una spesa simile.

In conclusione, questi dati confermano ciò che abbiamo sostenuto a lungo: esiste una distinzione netta tra gioco patologico e gioco non problematico. Per mantenere questa distinzione è fondamentale costruire una narrazione basata su dati oggettivi e scientifici. Oggi, purtroppo, quando si parla di gioco i numeri vengono spesso tirati per la giacchetta e utilizzati in modo strumentale. Servono invece analisi solide, capaci di orientare il dibattito in modo serio e responsabile.


Dopo la presentazione dei dati della ricerca si è tenuto un tavolo di tecnici e uno di politici.

Per la parte dei tecnici, Laura D’Angeli ha sottolineato che i giocatori percepiscono lo Stato come primo responsabile, insieme agli operatori, rispetto alle criticità del gioco. «Da tempo propongo di superare il concetto di “gioco responsabile” e adottare quello di player protection, protezione del giocatore», ha spiegato. «L’Italia è il primo mercato europeo del gioco, insieme al Regno Unito rappresenta circa il 30% del totale. La digitalizzazione sta cambiando le abitudini dei consumatori, rendendo il gioco più accessibile ovunque. È importante considerare l’esperienza complessiva, dal pre-acquisto al post-gioco, e utilizzare strumenti digitali anche a supporto della protezione dei giocatori».

Emilio Zamparelli di STS–FIT ha ricordato il ruolo storico delle ricevitorie come presidio dello Stato e della legalità: «Il loro ruolo non è cambiato negli ultimi 80 anni, ma la percezione pubblica sì. Quello che una volta era considerato un luogo sano oggi viene talvolta visto come luogo di perdizione. La differenza tra legale e illegale non è più evidente, soprattutto con l’espansione del gioco online, e la ricevitoria rimane il principale punto fisico su cui si concentra l’attenzione».

Gennaro Schettino, presidente di AGIC, ha evidenziato la necessità di conciliare gli interessi delle aziende con la protezione del consumatore. «Tutte le imprese hanno programmi per la tutela del giocatore. Il nuovo processo online, avviato il 13 novembre, introduce strumenti utili per contemperare gli interessi in gioco. Nel nostro campione, un quinto degli utenti utilizza piattaforme non autorizzate, dimostrando quanto sia importante un intervento coordinato. La riforma deve proseguire senza interruzioni».

Mario Lollobrigida dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha richiamato l’attenzione sulla narrazione pubblica: «Spesso i dati vengono interpretati male. Il settore online è controllato e solo alcuni conti presentano livelli di rischio. Estendere queste cifre all’intero comparto genera allarmismo ingiustificato. La prevenzione passa da operatori e formazione del personale, e serve comunicazione di livello. La demagogia degli ultimi anni ha danneggiato l’immagine complessiva del settore».

Armando Iaccarino, presidente del Centro Studi AS.TRO, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di basare il dibattito pubblico su dati reali, evitando narrazioni sensazionalistiche. «Abbiamo condotto un’indagine presso i SerD italiani: le persone in carico per problemi legati al gioco sono circa 18mila. Non vogliamo dire che il problema riguardi solo loro, ma è evidente che questi numeri sono molto lontani dai titoli allarmistici che spesso leggiamo. Si tratta di vere e proprie castronerie, che finiscono per alimentare una narrazione semplicistica del tipo “Piove, Governo ladro”».

Iaccarino ha sottolineato che il gioco non gode di buona reputazione e viene spesso visto solo come nocivo. «L’unico modo per contrastare questa percezione è affidarsi alla scienza. I concessionari dello Stato tutelano la legalità e, grazie a un approccio scientifico, cercano di affrontare i problemi legati al gioco, mantenendolo come deve essere: puro intrattenimento».

Sul fronte politico, l’on. Andrea De Bertoldi della Lega ha ribadito l’importanza di strumenti concreti per proteggere i giocatori, mentre l’on. Alessandro Cattaneo di Forza Italia ha evidenziato il ruolo della tecnologia nel rendere il settore più sicuro. «Online la percezione è più emotiva che razionale. Negli anni passati ci concentravamo sulle slot nelle strade, ma il gioco si stava spostando online e le misure fisiche hanno perso efficacia», ha spiegato Cattaneo. «Oggi serve un patto tra Stato e operatori sani. Il web rende più difficile tracciare e sanzionare chi opera fuori dalle regole, ma il settore ha dimostrato capacità di innovazione e maturità. La sfida è trovare un equilibrio tra legislatori, governo e operatori».

Stefano Cavedagna, deputato al Parlamento europeo per Fratelli d’Italia, ha sottolineato la necessità di bilanciare gli interessi delle imprese e del monopolio nazionale con la tutela dei giocatori. Ha evidenziato come concentrarsi esclusivamente sulle patologie legate al gioco rischi di oscurare il quadro complessivo, e ha ricordato che il giocatore va considerato anche come consumatore, con diritti garantiti da normative europee come il Digital Market Act e il Digital Services Act.

Cavedagna ha inoltre richiamato l’importanza della tecnologia e della lotta all’illegalità: strumenti digitali e intelligenza artificiale possono migliorare trasparenza e sicurezza, ma senza un contrasto efficace alle attività illegali le problematiche legate al gioco rischiano di crescere, influendo sul mercato e sul controllo fiscale.


 

 I DATI DELLA RICERCA (Scarica studio)

Secondo la ricerca, quasi la metà degli europei associa al gioco con vincita in denaro una connotazione positiva: un’attività vista principalmente come forma di intrattenimento o divertimento. Tuttavia, un europeo su quattro lo considera invece un rischio per la persona e per la società.

Alla domanda su quale debba essere l’approccio dell’Unione Europea quando si parla di gioco, emergono due visioni contrapposte: da un lato, chi chiede rispetto della libertà individuale, lasciando al cittadino la responsabilità delle proprie scelte; dall’altro, una quota numericamente superiore che ritiene prioritaria la protezione della salute, anche a scapito della libertà personale.

Questa posizione è particolarmente forte in Italia, dove il 67% dei rispondenti invoca un approccio più restrittivo e tutelante.

Molti cittadini europei ritengono che nel proprio Paese la ludopatia sia un fenomeno in aumento o comunque preoccupante. La responsabilità dell’espansione dei comportamenti di dipendenza viene attribuita principalmente a giocatori stessi (ritenuti maggiormente responsabili); concessionari e operatori del settore, indicati al secondo posto, con oltre metà del campione che assegna loro un livello elevato di responsabilità.

Sul fronte della capacità degli Stati di contrastare efficacemente il problema, prevale il pessimismo: la maggioranza degli intervistati ritiene che i governi non siano in grado di affrontare la ludopatia in maniera efficace. In Italia questo giudizio negativo raggiunge il 77%.

Focus Italia: chi sono davvero i giocatori?

Il segmento dedicato all’Italia analizza in profondità il comportamento dei giocatori. Sul tema dei giochi i giocatori manifestano poca serenità. Il dato più significativo: oltre la metà dei giocatori italiani (51,9%) manifesta una dissociazione tra atteggiamento implicito ed esplicito, segno di un forte impatto emotivo e di difficoltà nel riconoscere correttamente il proprio rapporto con il gioco.

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