10 Aprile 2026 - 17:08

Giocare da grandi. Focus su generazioni a confronto, tra sogni e realismo

Osservatorio SWG: Italia prudente, giovani disillusi e sogni sempre più rari

04 Marzo 2026

Si concentrerà sulla dimensione generazionale del gioco il convegno in programma questo pomeriggio a Roma, presso l’Hotel Nazionale – Sala Capranichetta. L’incontro, dal titolo “Giocare da grandi. Generazioni a confronto tra sogni e realismo”, rappresenta il nuovo appuntamento dell’Osservatorio sul gioco pubblico di SWG e si inserisce nel solco di un percorso di analisi avviato nel 2020 con il progetto “Giocare da grandi”.

Nato con l’obiettivo di approfondire in chiave empirica i principali aspetti del gioco pubblico, il progetto ha costruito negli anni un patrimonio di dati e rilevazioni periodiche che hanno consentito di leggere l’evoluzione del fenomeno attraverso temi di volta in volta centrali e di stretta attualità. Ogni tappa ha favorito un confronto informato tra istituzioni, esperti e operatori del settore, contribuendo a delineare una riflessione strutturata e basata su evidenze.

La tavola rotonda di oggi prosegue su questo filone concentrandosi sul rapporto tra generazioni, aspettative e cambiamenti sociali. Al centro del dibattito il legame tra progettualità individuale, percezione del rischio e desiderio di realizzazione, in un contesto segnato da trasformazioni culturali e nuove incertezze economiche che incidono in modo diverso sulle varie fasce d’età.

Riccardo Grandi, responsabile ricerche di SWG, ha presentato i risultati di un’indagine condotta su oltre 3mila interviste, offrendo uno spaccato articolato sul rapporto degli italiani con il rischio, i sogni e il gioco.

“Gli italiani non si caratterizzano come un popolo predisposto al rischio”, ha spiegato. “Chi mostra una reale propensione si colloca tra l’8% e il 10%”. Dalle risposte emerge una forte preferenza per scelte prudenti nella vita quotidiana, pur nella consapevolezza che, per raggiungere determinati obiettivi, talvolta sia necessario assumersi qualche rischio. Tuttavia, anche l’inseguimento di sogni e traguardi ambiziosi non rappresenta un atteggiamento diffuso.

Alla domanda “Ha sogni importanti che vorrebbe realizzare nei prossimi dieci anni?”, nove italiani su dieci hanno risposto di non averne. Solo il 26% dichiara di coltivare un sogno ambizioso. Tra i giovani la situazione non appare molto diversa: appena il 35% afferma di avere tre obiettivi rilevanti nella propria vita. “Ad avere obiettivi di lungo periodo sono soprattutto le persone più aperte al rischio, perché porsi traguardi significa anche accettare la possibilità di non raggiungerli”, ha osservato Grandi. “Ma in una società in cui cinque persone su sei ritengono che i sogni non siano utili, le prospettive di crescita si riducono. E il dato più sorprendente è che a dichiarare di avere sogni da realizzare sono soprattutto gli over 55”.

Per la maggior parte degli italiani, i grandi obiettivi non devono mettere a repentaglio le piccole soddisfazioni quotidiane. Un’eccessiva prudenza che, secondo l’analisi, si riflette anche sulla denatalità: fare figli implica fiducia nel futuro, elemento oggi meno diffuso, soprattutto tra gli under 35, tra i quali emerge un sentimento di disillusione riassunto in una domanda ricorrente: “A che serve avere sogni se poi in Italia non ti lasciano fare nulla?”.

E cosa sognano, allora, i pochi che dichiarano ambizioni? Ai primi posti compaiono il viaggiare e il “vivere di rendita per tutta la vita”. Al quinto posto si colloca la possibilità di accedere a una formazione di qualità o di garantirla ai propri figli. Si tratta di desideri che precedono l’acquisto della casa di proprietà e i consumi di lusso, non più considerati prioritari.

Alla base della rarefazione di sogni ambiziosi sembra esserci la precarietà economica. Alla domanda su cosa farebbero con una somma di denaro guadagnata improvvisamente, la maggioranza risponde che la metterebbe da parte. L’ipotesi di investirla è tra le meno considerate. Solo di fronte a una cifra molto significativa, come un milione di euro, gli intervistati iniziano a valutare la possibilità di destinare una parte a un progetto rischioso.

Infine, dal confronto con i dati dello scorso anno emerge un peggioramento della percezione sociale del gioco con vincite in denaro. Il 28% degli italiani ritiene che chi gioca sia una persona malata, una quota in crescita rispetto alla precedente rilevazione. Solo il 30% della popolazione associa invece il gioco al divertimento e al tempo libero.

LA RICERCA

Dai dati presentati dall’Osservatorio sul gioco pubblico di SWG emerge il ritratto di un Paese prudente, poco incline al rischio e con una progettualità di medio-lungo periodo piuttosto contenuta. L’indagine, condotta su 3.012 maggiorenni tra dicembre 2025 e gennaio 2026, evidenzia come solo una minoranza – tra l’8% e il 10% – si definisca realmente aperta al rischio, mentre prevale un atteggiamento improntato alla cautela nelle scelte quotidiane. Una prudenza che convive con la consapevolezza che, per raggiungere determinati obiettivi, qualche rischio sia inevitabile, ma che raramente si traduce in slanci ambiziosi.

Sul fronte della progettualità personale, un italiano su dieci dichiara di non avere alcun sogno o progetto per i prossimi 5-10 anni e soltanto uno su quattro afferma di averne più di due. La maggioranza tende a privilegiare obiettivi compatibili con la stabilità e con la tutela delle piccole soddisfazioni quotidiane. Non a caso, quasi un giovane su tre ritiene che in Italia i propri obiettivi personali non siano realmente realizzabili, segnale di una diffusa percezione di vincoli strutturali e opportunità limitate. Interessante anche il dato generazionale: per gli over 55 i sogni rappresentano soprattutto un modo per dare senso alla propria vita, mentre per i più giovani sono uno strumento per definire priorità, pur in un contesto percepito come poco favorevole.

Tra i desideri più citati emergono il viaggiare, l’avere una casa e il vivere di rendita. Tuttavia, l’unico obiettivo percepito come concretamente raggiunto o raggiungibile resta la casa di proprietà, mentre le altre aspirazioni appaiono più lontane. Anche in caso di maggiore sicurezza finanziaria, l’atteggiamento non cambierebbe automaticamente: la disponibilità di risorse aggiuntive non si tradurrebbe necessariamente in un maggiore impegno verso traguardi ambiziosi, ma dipenderebbe dall’orientamento progettuale individuale. Se destinatari di una vincita o di un’eredità, gli italiani tenderebbero infatti a privilegiare casa, risparmio e viaggi, confermando un approccio più orientato alla protezione che all’investimento.

Significativo, infine, il capitolo dedicato alla percezione sociale del gioco con vincite in denaro. La visione appare polarizzata: solo il 30% degli italiani associa il gioco al divertimento e al tempo libero, mentre una quota rilevante mantiene una lettura critica o negativa del fenomeno. La percezione cambia sensibilmente tra chi gioca in modo assiduo, che tende a esprimere giudizi più neutrali o positivi. Quanto alle motivazioni attribuite al gioco, al primo posto resta la possibilità di vincere denaro, seguita dal desiderio di adrenalina, dalla sfida al destino e dal divertimento.

Nel complesso, i risultati delineano una società cauta, attraversata da incertezze economiche e culturali, in cui la dimensione del sogno e del rischio si confronta con un forte bisogno di stabilità e protezione.

Nel corso del convegno “Giocare da grandi” dell’Osservatorio sul gioco pubblico di SWG è intervenuto anche Stefano De Vita, Direttore Generale della Fondazione FAIR, che ha affrontato i temi dell’intelligenza artificiale, del gioco illegale e della necessità di accrescere la consapevolezza dei consumatori. Il suo intervento ha spostato l’attenzione su un aspetto meno esplorato del settore: non solo chi gioca abitualmente, ma anche chi sceglie di non esporsi al rischio.

“Gli addetti ai lavori nel mondo del gioco tendono a concentrarsi sui giocatori abituali”, ha osservato De Vita. “Mancano invece analisi approfondite su chi non ama il rischio della puntata e decide di non partecipare. Anche questo è un dato che meriterebbe di essere studiato con maggiore attenzione”.

Rispondendo a una domanda sull’intelligenza artificiale, De Vita ha sottolineato le potenzialità della nuova tecnologia: “L’IA ci consentirà di costruire un modello più controllato e più sostenibile. Tuttavia, solo le grandi aziende strutturate, che operano nell’ambito della legalità, possono permettersi investimenti così impegnativi. Chi agisce fuori dal perimetro legale non ha alcun interesse a destinare risorse a questi strumenti”.

Sul fronte del gioco online illegale, il DG della Fondazione FAIR ha evidenziato che oggi le società dispongono di strumenti più efficaci per intervenire, anche grazie a una normativa che finalmente offre un quadro di riferimento più chiaro.

Infine, De Vita ha richiamato il tema della consapevolezza del consumatore, proponendo un paragone con altri comparti produttivi: “Se guardiamo all’automotive o all’agroalimentare, il livello di consapevolezza è cresciuto moltissimo. Chi consuma un pacchetto di patatine sa quante calorie sta assumendo. Dobbiamo arrivare a questo livello di consapevolezza anche nel gioco”. Un obiettivo che, secondo De Vita, rappresenta una delle sfide centrali per la sostenibilità futura del settore.

Laura D’Angeli, ha invece offerto una riflessione sul rapporto tra rischio, generazioni e trasformazione digitale. Il suo contributo ha ampliato l’analisi emersa dalla ricerca, soffermandosi in particolare sulla scarsa propensione al rischio non solo degli italiani, ma più in generale degli europei, soprattutto se confrontati con il modello statunitense.

“Gli italiani, così come molti europei, mostrano una limitata propensione al rischio, soprattutto se paragonati agli statunitensi”, ha osservato D’Angeli, sottolineando come questa tendenza si inserisca in un contesto culturale più ampio.

L’attenzione si è poi spostata sulla trasformazione dell’intrattenimento e del gaming: “Anche nel settore dei giochi abbiamo ormai superato la distinzione tra mondo fisico e digitale. L’intrattenimento è sempre più ibrido e questo riguarda anche il gaming. I giovani sono immersi in una realtà completamente diversa e non si pongono nemmeno il problema se stiano partecipando a un evento digitale o reale. E se non si è consapevoli dell’evento che si sta vivendo, non si è neppure in grado di valutare i rischi che si possono correre”.

D’Angeli ha quindi richiamato l’attenzione sul tema della consapevolezza nelle attività online: “Quando si svolge un’attività come l’e-commerce basta un clic per acquistare o effettuare un’operazione. La consapevolezza arriva dopo, magari quando si riceve l’estratto conto. Questo sfalsamento temporale rappresenta un problema, perché comporta una perdita di percezione immediata del rischio”.

Un intervento che ha messo in luce come la dimensione generazionale e l’evoluzione tecnologica incidano non solo sui comportamenti di consumo, ma anche sulla capacità di riconoscere e gestire il rischio in un contesto sempre più fluido tra reale e digitale.

Nel dibattito del convegno è intervenuto anche Giuseppe Carrus, psicologo sociale, che ha provato a rispondere a una delle domande centrali emerse dalla ricerca: perché gli italiani sembrano non essere più un popolo di sognatori?

Secondo Carrus, a incidere sono innanzitutto fattori personali e tratti psicologici individuali, ma non solo. “La bassa propensione al rischio rilevata dall’indagine non è sorprendente”, ha spiegato. “In generale la mente umana tende a essere più avversa al rischio che orientata al guadagno”. Una caratteristica strutturale che può essere amplificata da condizioni contingenti, come l’attuale situazione economica.

Il dato che desta maggiore preoccupazione, però, riguarda i giovani. “Ciò che mi preoccupa di più è la bassa fiducia tra le nuove generazioni. Quando viene meno la fiducia, si perde anche la capacità di porsi e raggiungere obiettivi”. Un elemento che, secondo lo psicologo, contribuisce a spiegare anche lo scarso interesse per le materie scientifiche: “Spesso è legato a una ridotta fiducia nelle proprie capacità”.

Carrus ha sottolineato l’importanza di intervenire per rafforzare l’autostima e la fiducia nei giovani, così da non disperdere la propensione all’iniziativa. Ha ricordato inoltre che, dal punto di vista biologico, fino ai 25 anni le aree del cervello deputate al controllo degli impulsi non sono ancora pienamente sviluppate. “Ma se emergono segnali di sfiducia così marcati anche in questa fascia d’età, è un dato che deve far riflettere”.

Resta aperto l’interrogativo sulle cause profonde di questa dinamica: “Non sappiamo quanto dipenda dal momento turbolento che stiamo vivendo o quanto, invece, sia legato a un modello sociale sempre più competitivo, in cui la pressione alla performance è costante”. In ogni caso, ha concluso, la questione della fiducia rappresenta un nodo centrale per comprendere la riduzione di sogni e progettualità nel Paese.

«Sul territorio il gioco è aumentato, soprattutto online», ha ricordato in apertura del suo intervento la senatrice Elena Murelli, della Commissione Affari Sociali.
Riguardo al problema delle norme che variano da regione a regione, ha sottolineato che servono regole uniformi, pur tenendo conto delle specificità territoriali e dei comportamenti di chi si trova di fronte all’opzione del gioco.

«Il gioco è anche legato all’educazione culturale e finanziaria: i giovani devono capire quando fermarsi e riconoscere il momento in cui non si tratta più di un gioco, ma di dipendenza», ha aggiunto.
Ha inoltre ribadito l’importanza di tutelare il settore e le aziende coinvolte, contrastando il gioco illecito che va regolamentato a livello nazionale. «La tecnologia ci aiuta – ha concluso – e oggi esistono strumenti capaci di individuare i giocatori a rischio prima che sviluppino una dipendenza».

Per Andrea Quartini, deputato e membro della Commissione Affari Sociali, «prima di diventare parlamentare operavo come medico e mi occupavo proprio di dipendenze. Dovremmo tutti modificare il nostro atteggiamento nei confronti dell’azzardo. Io smetterei di chiamarlo “gioco”: il termine corretto è scommessa, azzardo. Il gioco si fa per divertirsi, l’azzardo non è divertente».

«L’Italia è al quarto posto mondiale per il gioco d’azzardo, con un record di 160 miliardi di raccolta all’anno – ha aggiunto Quartini –. È l’industria non produttiva più redditizia del Paese, persino più della sanità, che vale 140 miliardi. L’80% della raccolta proviene da chi soffre di disturbo da gioco d’azzardo e da circa 4,5 milioni di persone problematiche».

«È stato un errore eliminare l’osservatorio sul gioco, tentando di sostituirlo con un organismo che è passato dal Ministero della Salute all’Economia e che vede al suo interno anche la presenza delle lobby del gioco», ha concluso.

Per Andrea Barabotti, deputato, «dobbiamo recuperare la fiducia nelle istituzioni. Veniamo dalla generazione di chi diceva “vedere per credere”, ma oggi vedere non basta più. È fondamentale che il Parlamento, come tutto il mondo della politica, torni a essere autorevole».

«La politica deve accompagnare i processi rivoluzionari che stiamo affrontando, come l’intelligenza artificiale, definendo norme e limiti etici nell’uso di queste tecnologie. Lo stesso vale per i social network, che per alcune fasce d’età sono spesso l’unico strumento di socializzazione».

«Anche l’educazione finanziaria e l’educazione al gioco possono aiutare ad aumentare le opportunità. Togliere spazio alle opportunità significa dare spazio ai pericoli», ha concluso.

Il gioco è anche lo specchio delle incertezze nel lavoro e nelle politiche sociali? Secondo Fabrizio Formicola, vice capo di gabinetto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, «bisognerebbe indagare quali fasce sociali hanno una maggiore propensione al rischio, compreso quello del gioco. Nella mia percezione, il gioco d’azzardo richiama soprattutto chi ha difficoltà economiche o chi cerca di cambiare la propria situazione. Nelle aree più disagiate, c’è maggiore fragilità e si corre il rischio di cadere in dinamiche perverse».

«La scarsa fiducia nel futuro da parte dei giovani non riguarda solo gli italiani, ma è un fenomeno presente anche nel resto d’Europa. In una ricerca di qualche anno fa sulla natalità, che vedeva l’Italia fanalino di coda tra i Paesi europei, emerse che a condizionare la media erano soprattutto gli immigrati che vivono situazioni particolari. Escludendo questa quota, le percentuali sarebbero simili a quelle della Germania».

«Mi chiedo, quindi, se non ci siano differenze rilevanti nelle risposte considerando le varie condizioni socioeconomiche degli intervistati», ha concluso.

«Quello che abbiamo valutato quando, come consigliere della Lombardia, ho contribuito alla definizione di una legge contro la ludopatia oggi non ha più molto significato, perché sono cambiati gli strumenti tecnologici, i comportamenti e le relazioni sociali», ha detto Gianantonio Girelli, membro della Commissione Affari Sociali della Camera.

«Non dimentichiamo che il gioco online è molto più pervasivo delle sale slot – ha aggiunto – e spesso chi deve educare è meno preparato rispetto a chi deve essere educato. Anche il rapporto con il denaro è un problema, perché le vecchie logiche non hanno più lo stesso valore».

«La scuola può certamente fare la sua parte», ha continuato Girelli, «ma i momenti educativi possono essere molti altri: un allenatore sportivo, per esempio, può essere molto più persuasivo con i giovani rispetto agli insegnanti. La scrittrice autrice di Geronimo Stilton una volta mi ha detto: non dimenticate l’importanza di educare al bello, allo stare insieme, al giocare nel vero senso della parola. Questo è il vero antidoto alle derive che i giovani rischiano». «Il Parlamento è pronto?», ha concluso.

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