22 Settembre 2020 - 20:03

Conti in tasca ai signori del gioco. Ecco a chi vanno i soldi degli scommettitori

Una montagna o un topolino? Questa la domanda che sorge spontanea quando si leggono le cifre del gaming in Italia: un mucchio di soldi che i giocatori puntano che poi

18 Maggio 2020

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Una montagna o un topolino? Questa la domanda che sorge spontanea quando si leggono le cifre del gaming in Italia: un mucchio di soldi che i giocatori puntano che poi sembrano diventare pochi spiccioli nelle tasche di chi lavora nel settore.

A sentir loro, stanno per fallire. A leggere i giornali, guadagnano milioni senza far nulla.

E intanto, il Governo, in piena emergenza nell’affrontare la crisi innescata dalla diffusione del Coronavirus, torna a tassare le scommesse con un prelievo dello 0,3% che dovrà nei prossimi tre anni finanziare il Fondo per il rilancio del sistema sportivo nazionale.

 

 

È legittimo chiedersi come stanno realmente le casse degli operatori delle scommesse. Così, PressGiochi ha deciso di andare a fare i conti in tasca a chi opera nel gioco legale, cercando di capire da che parte stia la verità.

 

 

I grandi numeri – Prima di fare i conti alle singole agenzie, diamo un’occhiata ai dati nazionali, in modo da avere una prima idea dell’ordine di grandezza. E gli ultimi dati ufficiali, il Libro Blu di Adm, riguardano il 2018. Tre cifre saltano all’occhio:

  1. raccolta complessiva, ovvero quanto gli italiani hanno puntato su tutti i giochi, che è di quasi 107 miliardi di euro;
  2. spesa del giocatore, ovvero quanto rimane dopo aver pagato le vincite, e ammonta a 19 miliardi (l’80% torna indietro ai giocatori);
  3. prelievo del fisco, 8,6 miliardi, circa la metà di quanto i giocatori hanno speso realmente.

 

In pratica, dopo aver pagato le vincite e il fisco, alla filiera di tutti i giochi rimangono poco più di 10 miliardi. Ma questa cifra non è divisa equamente tra i vari giochi. Se guardiamo le sole scommesse a terra (non online), e sommando quelle ippiche, le sportive e le virtuali, la raccolta ammonta a 6.5 miliardi (sui 107 di tutti i giochi) e il margine lordo, dopo aver pagato vincite e fisco, è di 960 milioni.

 

 

Un po’ per ciascuno

Ma, dopo aver ricavato questo dato dal rapporto annuale di Adm, dobbiamo rispondere alla domanda:

quanti sono a dividersi quei 960 milioni che gli scommettitori lasciano ai bookmaker?

 

Per prima cosa, vediamo quanti sono i punti di raccolta scommesse: 10.374 in tutt’Italia. Ci sono dentro le agenzie ma anche i corner, ovvero locali come bar e tabaccai, che raccolgono le puntate degli scommettitori come attività collaterale (in un angolo, appunto).

Facciamo, ovviamente, una media aritmetica tra tutte le agenzie, anche se sappiamo che non tutte lavorano allo stesso modo e non tutte hanno le stesse spese. Una distinzione di base, però, dobbiamo farla; perché i corner hanno in genere un movimento decisamente inferiore alle agenzie, visto che raccolgono scommesse solo come attività collaterale. Quindi, dei 960 milioni di margine lordo possiamo stimare che solo 201 milioni siano da attribuire dai 4.793 corner. La cifra rimanente, 760 milioni, la dividiamo per il numero di agenzie che sono 5.580.

Ed ecco che ogni agenzia di scommesse avrà ogni anno, in media, un margine lordo di 136.201 euro.

Ma fin da subito deve darne via la metà, perché l’agenzia raccoglie scommesse per conto di un concessionario, come sono Sisal, Snaitech, Eurobet, e così via, il quale si trattiene circa il 50%.

In questo modo, possiamo dire che ogni mese il titolare di un’agenzia di scommesse si ritrova in tasca circa 6.000 euro con i quali dovrà pagare tutte le spese e, naturalmente, prendere un legittimo compenso per il proprio lavoro.


Possibile che riesca a mandare avanti l’attività con questa cifra?


 

I conti della serva: le agenzie scommesse

Come per qualunque altra attività, anche per un’agenzia di scommesse, le voci più importanti sono l’affitto e il personale. La prima, soprattutto, è molto variabile in base alla città, la posizione e le dimensioni. Un locale commerciale di circa 70 mq a Milano in zona di medio livello può costare anche 5mila euro al mese, mentre un locale simile e in posizione analoga a Catanzaro può costare meno della metà.

Ma c’è un aspetto molto singolare: se un bar o un negozio di abbigliamento a Milano in zona commerciale rende più di un bar a Catanzaro (prezzi più alti e maggiore afflusso di clientela), per le scommesse può essere l’opposto: è possibile che in un paesino della provincia di Catania si raccolgano più scommesse che in un quartiere altolocato di Verona. Possiamo valutare un costo medio di affitto di 30mila euro all’anno (sotto i 3mila euro al mese).

 

Anche per il personale può essere più difficile (quindi, più costoso) trovare le risorse giuste nelle città più ricche. Ma se ci atteniamo ai contratti di lavoro, un’agenzia che rimane aperta dalle 10 del mattino alle 22.00, quindi più di 80 ore a settimana, avrà bisogno di almeno tre persone: una qualificata, in grado di gestire l’intera attività, che dovrà lavorare il massimo consentito, ovvero 40 ore settimanali, e altre due, anche meno qualificate, per supporto e sostituzioni ferie malattie ecc. La prima costerà circa 36mila euro all’anno mentre le altre due potranno costare in tutto 50mila euro (2 x 25mila).

 

Naturalmente, esistono molte agenzie, più piccole, nelle quali lavora lo stesso titolare al quale ogni tanto danno una mano la moglie o il figlio. Ma in questi casi anche la raccolta sarà inferiore alla media.

Molto meno pesante il costo delle cosiddette utenze, che si concentrano quasi esclusivamente su elettricità e collegamenti a Internet. Si possono stimare circa 12mila euro all’anno. Dobbiamo poi considerare le immancabili spese di manutenzione (si può pensare che non si rompa mai una saracinesca o non si debba mai chiamare un idraulico per un tubo che perde?) che si possono stimare in circa 6mila euro all’anno, e la cancelleria, che in un’agenzia possono anche incidere un bel po’, dato che vengono fatte molte stampe con le quote da distribuire ai clienti, che stimiamo in circa 3mila euro all’anno.

 

Un’altra voce importante è il cosiddetto ammortamento: per aprire un’attività, bisogna fare dei lavori di muratura e adeguamento dei locali, che vanno anche arredati. Questo investimento iniziale lo possiamo valutare in circa 40-50mila euro. Cifra che andrà, poi, spalmata su almeno 9 anni calcolando, quindi, circa 5mila euro all’anno.

 

Il totale di queste spese arriva a circa 100mila euro all’anno. Ogni mese, quindi, un’agenzia media dovrà avere disponibili poco più di 8mila euro. Ma abbiamo calcolato che la sua attività gli procura ricavi per 5.600 euro al mese. Sembra, quindi, che ogni mese perda 2mila euro. Possibile?

 

 

“Difficilmente, un’agenzia si limita alla raccolta di scommesse” ci spiega Maurizio Ughi, veterano del settore e oggi presidente di Obiettivo 2016 “ma il più delle volte ospita anche slot e vlt. Inoltre, chi scommette online va in agenzia ad aprire o ricaricare il suo conto gioco. E questo vuol dire altri introiti per il gestore”. E, comunque, queste sono le cifre di una media aritmetica. Nella realtà, un’agenzia potrà avere spese minori, anche se con minori introiti, ma anche introiti maggiori senza necessariamente aumentare in proporzione le spese: la tecnologia è in grado di limitare il costo del personale. “Il futuro delle scommesse sono i terminali automatici” dice ancora Ughi “che consentono in parte di alleggerire il lavoro degli operatori al banco ma, soprattutto, rispondono meglio alle esigenze del giocatore. Si entra in agenzia perché l’atmosfera è più congeniale alla scommessa, con i monitor che trasmettono gli eventi sportivi e gli altri scommettitori che condividono l’entusiasmo per il gioco, ma poi tanti preferiscono effettuare la propria puntata al terminale self service, anziché stare in fila e dettare la giocata a un impiegato”.

 

 


Scommesse all’angolo: i corner

 

Ma se questi sono i conti delle agenzie, come se la cavano i corner, che hanno anche un movimento medio più basso? “I conti sono molto diversi perché si tratta di un’attività accessoria” risponde Giorgio Pastorino, presidente di Sts, il Sindacato dei Totoricevitori Sportivi “e le spese di gestione vengono coperte soprattutto con l’attività principale: la tabaccheria, nel caso dei nostri associati, o il bar. Anche l’orario di apertura è in genere molto ridotto, rispetto alle agenzie, che di solito devono rimanere aperte fino a sera”.

 

Un’altra distinzione andrebbe fatta per le agenzie, circa un migliaio secondo Ughi, che si possono definire ‘indipendenti’ perché hanno una propria concessione. Quindi, non devono dividere i margini con un concessionario, del quale però si fanno carico delle spese e, soprattutto, del rischio che l’accettazione delle scommesse comporta.

 


Anche i bookmaker spendono

Vediamo allora anche la lista della spesa dei concessionari. Per capire se almeno loro possono dire di fare davvero i soldi con le scommesse.

Le concessioni di bookmaker sono in tutto 249.

Ma i grandi concessionari, quelli che hanno la loro insegna su 500 e più agenzie, sono sei: Snaitech, Sisal, Lottomatica/Better, Gamenet (che include Goldbet e Intralot), Sks365, Eurobet. Tanti di loro hanno piccole reti anche di tre o quattro agenzie, di solito concentrate in un territorio regionale. Le spese del concessionario sembra che siano tutte proporzionali al numero di agenzie che controllano. Come per le agenzie, quindi, partiamo dal totale dei ricavi lordi di tutti i concessionari di scommesse, quelli che in gergo vengono chiamati Ggr, Gross gaming revenue, e poi calcoliamo ogni voce di spesa che il concessionario sostiene per ogni sua agenzia.

 

Per ottenere questo Ggr, partiamo dalla raccolta (6,5 miliardi) e sottraiamo:

  • le vincite (5,3 miliardi),
  • il prelievo erariale alla fonte (255 milioni),
  • l’aggio delle agenzie (500 milioni).

 

Il Ggr complessivo, quindi, ammonta a meno di 500 milioni, con i quali bisogna sostenere le spese di gestione.

Per le spese, si parte dalle due voci che riguardano ancora lo Stato:

Rinnovo concessione (5mila euro per ogni punto di raccolta, in media tra agenzia e corner) e Canone di concessione (6mila euro per ogni punto). Queste cifre, quindi, andranno moltiplicate per i 10.347 punti che, tra agenzie e corner, raccolgono le scommesse in tutt’Italia: 103 milioni circa.

 

Dai rimanenti 400 milioni scarsi, bisognerà togliere:

  • 24% per i servizi tecnologici (piattaforma di gioco, informazioni sugli eventi sportivi eccetera),
  • il costo del personale (16%),
  • le consulenze e i servizi di compliance, forniti sempre da studi specializzati dato che la normativa è estremamente complessa (6%)
  • una piccola percentuale per le spese generali (2%).

 

In totale, quindi, il 48%.

 

Quasi la metà di quei 400 rimasti prima di calcolare le spese di gestione aziendale. Insomma, i 249 concessionari italiani di scommesse dovranno dividersi circa 200 milioni di euro in proporzione al numero di agenzie che fanno capo a loro.

Il che porta a poco più di 19mila euro all’anno per ogni punto di raccolta.

 

Naturalmente, si tratta di una media aritmetica e nel calcolo abbiamo dovuto introdurre alcune approssimazioni, come le percentuali del costo del personale o la stessa suddivisione con agenzie e corner. Ma gli addetti ai lavori interpellati da PressGiochi assicurano che le cifre ottenute corrispondono alla realtà e rendono, comunque, un’idea degli ordini di grandezza.

 

“Vediamo che nel corso degli anni la marginalità complessiva nel settore dei giochi si è ridotta” dice Carmelo Mazza, ceo di Oia Services ltd “e questa riduzione accelererà processi di concentrazione con il risultato che pochi operatori deterranno un numero molto elevato di agenzie.

Questo potrà forse semplificare il controllo del settore ma finiremo presto per accorgerci che andrà tutto in mano a grandi gruppi internazionali. Come sta già succedendo”.

 

Secondo Eugenio Russo, commercialista specializzato nelle società di gaming, il nodo della questione è che concessionario ed esercente hanno spesso interessi divergenti: “L’esercente non può scegliere se accettare o meno una giocata apparentemente rischiosa, non incide sui suoi ricavi. Il concessionario tende a offrire quote appetibili anche se questo riduce la spesa degli scommettitori, cioè i margini della filiera, perché comunque in questo modo mantiene e accresce le sue quote di mercato, spesso a discapito dei conti dell’agenzia. Si può dire che il concessionario è imprenditore che fa impresa e gestisce un’azienda; mentre l’esercente è imprenditore che non fa impresa, non ha azienda e non può nemmeno decidere di vendere la propria attività perché, comunque, non è titolare della concessione”.

 

Tra le inevitabili omissioni di questa ricostruzione, ci sono almeno due voci.

La prima sono le spese di investimento che un concessionario affronta sicuramente quando deve sviluppare l’attività e deve, quindi, sondare le condizioni di mercato, costruire il suo business in base alla normativa locale e così via. Potrebbero volerci anni di viaggi e di consulenze prima di arrivare a partecipare a una gara e ottenere le concessioni.

L’altra voce difficile da valutare riguarda il marketing. Per l’Italia, è stata eliminata di recente ogni possibilità di fare pubblicità alle attività di gioco. Ma questo costringe a investire su altre voci che possano fidelizzare il cliente ed evitare che finisca nelle maglie della concorrenza. O fare il contrario, per dirottare nelle proprie agenzie chi scommette con altri. Così come per le agenzie, anche per i concessionari le scommesse sono raramente l’unico prodotto di gioco.

I più grandi si dedicano anche a slot e vlt. Ma quasi per tutti la concessione per raccolta di scommesse a terra si accompagna a una concessione per scommesse online. Ma di entrambi questi settori, ci occuperemo più avanti.

 

 

 

 

 

GiamPiero Moncada –  PressGiochi

 

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