22 Gennaio 2026 - 12:05

Dalla teoria alla pratica: la sostenibilità come criterio di affidabilità e stabilità di lungo termine

Siamo arrivati alla fine del 2025 e, per molte aziende, il tema della sostenibilità rimane ancora un concetto vago e astratto, conosciuto soprattutto come strumento di marketing o come adempimento.

17 Dicembre 2025

Siamo arrivati alla fine del 2025 e, per molte aziende, il tema della sostenibilità rimane ancora un concetto vago e astratto, conosciuto soprattutto come strumento di marketing o come adempimento. Nel corso dell’anno, con la nostra rubrica di approfondimento sulla sostenibilità, abbiamo cercato di dargli un volto e di chiarirne gli scopi e i benefici, tentando di rispondere anche a una domanda semplice solo in apparenza: perché la sostenibilità è importante?

La risposta è ormai sempre meno teorica e sempre più strutturale. La sostenibilità è un equilibrio dinamico tra i flussi di risorse che un’azienda assorbe dal proprio ecosistema e il valore che restituisce ad esso. Un’impresa è sostenibile quando gli impatti che genera mantengono o migliorano le condizioni economiche, sociali e ambientali che rendono possibile la sua stessa continuità.

Un’impresa che produce esternalità esclusivamente negative, senza meccanismi compensativi, viene progressivamente espulsa dal sistema. È un processo che ricorda la reazione immunitaria di un organismo che, minacciato da un virus, prima soffre, poi corregge gli squilibri e ristabilisce l’equilibrio per sopravvivere uccidendo il virus. Allo stesso modo, un ecosistema tende a rigettare ciò che lo danneggia e a sostenere ciò che contribuisce alla sua rigenerazione.

In questo senso, la sostenibilità non è più una scelta discrezionale, ma una condizione evolutiva: il sistema economico, sociale ed ambientale seleziona ciò che dura e abbandona ciò che non è in grado di mantenere un equilibrio.

La sostenibilità è oggi regolata da un quadro normativo specifico ed è pienamente entrata nell’economia reale. Non a caso, i temi ambientali e sociali erano, di fatto anche se non citati, esplicitati nel nome della prima direttiva europea in materia: la EU Non-Financial Reporting Directive del 2014, pensata per superare l’idea che il profitto fosse l’unico parametro di valore e per introdurre un principio più profondo e durevole: è valore ciò che dura nel tempo e crea valore per la società e l’ambiente.

Da allora, il mondo finanziario ha iniziato a muoversi nella stessa direzione. Gli investitori, le banche, e i regolatori dei mercati come la Banca Centrale Europea o altre realtà sistemiche leggono la sostenibilità come un elemento di stabilità che abbassa il rischio di shock normativo o reputazionale. Un’azienda più sostenibile non è “solo più affidabile”, ma più solida nei fondamentali, dunque più finanziabile.

In altre parole, il capitale ha iniziato a incorporare la sostenibilità come metrica di affidabilità: ciò che è sostenibile è anche meno rischioso e più capace di generare valore nel tempo.

Nel mercato del credito europeo, gli indicatori ESG sono sempre più letti come segnali di una minore esposizione al rischio normativo, di una più solida continuità operativa e, al tempo stesso, di una riduzione complessiva dei rischi lungo l’intera catena del valore.

Le metriche ESG diventano quindi un linguaggio comune tra imprese e finanziatori, uno strumento di valutazione che anticipa e interpreta la capacità reale di un settore di durare nel tempo.

Una delle migliori dimostrazioni empiriche arriva proprio dalle analisi sul merito creditizio: nel 2024, secondo l’osservatorio di CRIF, la quota di credito erogato a imprese classificate con basso rischio ESG è salita al 38,1%, in crescita rispetto all’anno precedente. Parallelamente, la percentuale di PMI italiane collocate nelle fasce di rischio più alte è diminuita di 6,6 punti.

Questi dati raccontano un cambiamento profondo: non si sta ri-orientando solo la rendicontazione, ma il modo in cui il capitale viene distribuito e quindi lo sviluppo di aziende e interi settori. I flussi premianti verso imprese a basso rischio dimostrano che i principi ESG sono ormai fattori materiali di efficienza allocativa, non semplici cornici reputazionali.

In questo contesto, il mercato del credito diventa uno dei più potenti agenti selettivi della sostenibilità: premia ciò che è stabile e penalizza ciò che genera fragilità sistemiche.

In questo scenario, anche i settori regolamentati e maggiormente esposti a rischi reputazionali stanno ridefinendo il proprio equilibrio.

Per quanto riguarda il gioco pubblico italiano, pur riconoscendo e monitorando le eventuali esternalità negative associate al settore, è evidente che la longevità del mercato legale dimostra come tali impatti siano ampiamente compensati da fattori positivi strutturali e misurabili, tra cui:  l’occupazione diretta e indiretta, il gettito erariale, la canalizzazione della domanda verso un mercato legale prevenendo derive in circuiti non controllati e l’adozione di strumenti per la protezione del giocatore dal gioco patologico.

Questo equilibrio compensativo, riconosciuto nel tempo anche dal sistema finanziario, contribuisce a spiegare perché il settore del gioco pubblico continui a essere considerato sostenibile nel suo complesso: non perché privo di rischi, ma perché capace di gestirli e compensarli in modo misurabile.

 

Laura D’Angeli è consulente direzionale e fondatrice dello “Studio D’Angeli” con esperienza ventennale nel lancio di start up e nella pianificazione strategica ed economico-finanziaria. Negli ultimi 15 anni la sua attività si è concentrata su progetti per l’innovazione, la sostenibilità e il marketing responsabile nel settore del gaming.

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