29 Luglio 2021 - 14:23

Chiacchio (Agsi) a PressGiochi: “La politica ha l’obbligo di confrontarsi con il settore dei giochi”

“È il momento che il settore si compatti. Lo diciamo da tempo perché vanno portate avanti proposte condivise nell’interesse nell’intero settore. Non ci aspettavamo di essere esclusi dalle riaperture perché

30 Aprile 2021

Print Friendly, PDF & Email

“È il momento che il settore si compatti. Lo diciamo da tempo perché vanno portate avanti proposte condivise nell’interesse nell’intero settore. Non ci aspettavamo di essere esclusi dalle riaperture perché con la politica il rapporto va ricostruito. Negli ultimi 10 anni abbiamo fatto molti errori anche noi come categoria di operatori. Così il settore è andato avanti per proprio conto. Tanti gruppi raggiungevano un risultato che però risolveva solo i problemi di una parte della filiera. E quel risolvere un piccolo problema ha indebolito l’intero settore. E ne abbiamo pagato le conseguenze”.

Lo afferma in un’intervista a PressGiochi Pasquale Chiacchio, presidente di AGSI e GiocareItalia commentando la situazione di questi giorni relativa alla mancata riapertura del comparto che ancora attende.

“Noi – continua Chiacchio – portiamo tutte le istanze in incontri programmati e in sedi istituzionali. E abbiamo incontrato tutte le forze politiche, maggioranza e opposizione, alle quali abbiamo sempre portato delle proposte. Al primo punto c’è sempre stata quella della data certa della riapertura.

Nell’ultimo decreto vengono menzionati tutti i settori, tranne quello del gioco legale. Quando incontro un politico chiedo sempre “perché non vi ricordate mai del settore del gioco legale?”. La risposta è “noi seguiamo con attenzione le problematiche che ci sottoponete”. E ci dicono che leggeranno le nostre proposte e ci richiameranno per riparlarne.

Quello che ho capito è che nel Governo a decidere sono in pochi. Gli altri si adeguano. Si è visto anche nella votazione di quest’ultimo provvedimento: tutti hanno votato a favore, tranne la Lega; che comunque si è astenuta sul particolare del coprifuoco alle 22. E questo vuol dire che nemmeno nel gruppo di maggioranza le idee sono univoche, non c’è compattezza.

Noi chiediamo di essere trattati al pari di tutti gli altri settori. Niente di più. Avevamo proposto anche di aprire in zona gialla con orario ampio (fino al coprifuoco) e di restare aperti con orario ridotto in zona arancione. Anche per praticità: ma uno che ha un’azienda cosa dice a un suo dipendente? Che ogni volta che cambia il colore lo manda a casa o lo richiama al lavoro? E ricordiamo che noi siamo titolari di licenza di pubblica sicurezza, che viene rilasciata solo se non hai alcuna macchia sulla fedina penale”.

Ma alla base di questa “dimenticanza del politico” c’è lo stigma dell’opinione pubblica?

“Eh sì. Perché il politico alla fine deve essere eletto. E al momento giusto, non si spende per le attività di gioco. Ho incontrato il senatore Vaccaro, dei 5 stelle, al quale ho detto: “Non ho nulla contro il vostro gruppo politico; chiedo solo di sederci intorno a un tavolo e parlare serenamente. Così ci giudicate per quel che siamo e non per quello che immaginate. Anche perché noi siamo vostri interlocutori, che vi piacciamo o meno. Avete l’obbligo di confrontarvi con noi. Se non siamo credibili, educati, propositivi, fate bene a metterci alla porta. Altrimenti, no.

Voi regolate e autorizzate, noi rispettiamo le regole. Così come rispettiamo i decreti che ci tengono chiusi da circa un anno, così voi dovete considerare la nostra situazione: le nostre aziende sono a rischio fallimento.

Quando si parla di settori essenziali e non essenziali, bisogna considerare che con la nostra produttività noi sosteniamo le nostre famiglie. Alla fine, 1 milione di persone vive con le nostre attività. Perché non ci date la possibilità di esprimerci? Dateci delle regole e se non le rispettiamo ritirateci l’autorizzazione. Mi piace essere giusto: trasferite la responsabilità agli imprenditori. Almeno avremo la responsabilità della nostra fine. Ma così noi stiamo morendo senza averne alcuna colpa”.

Hai detto più volte che la legge della Campania è la migliore tra le varie Regioni d’Italia. Ed è buona anche quella della Puglia così come quella del Lazio. Sono leggi frutto di dialogo tra operatori e politica. Si può dire che è cambiato un po’ l’atteggiamento della politica nei confronti del gioco? Perché hanno imparato a conoscerlo mentre prima seguivano solo gli allarmismi?

“Certo, chi non è un appassionato non conosce le attività del gioco. Infatti, molti considerano tutti i giochi come un unico calderone: bingo, scommesse, sale giochi… E chiamano tutto “gioco d’azzardo”. Per esempio, il Comune di Napoli aveva fatto un regolamento molto penalizzante per il settore e altri comuni di quest’area l’avevano preso a modello.

Noi ci siamo concentrati sul regolamento regionale e abbiamo incontrato i gruppi politici di maggioranza. E da lì è nato un bel confronto. Anche perché quando ci sediamo sappiamo bene che la parte imprenditoriale, viste le grandi campagne sociali che abbiamo avuto contro negli ultimi dieci anni, dovevamo affrontare un pregiudizio. Ma non ci siamo abbattuti: ci siamo seduti e abbiamo trovato degli interlocutori propositivi”.

Abbiamo raggiunto vari risultati. Un risultato è stato che la politica doveva portare a compimento in modo giusto un regolamento regionale. Quindi, abbiamo raggiunto il risultato della tutela sanitaria (infatti si chiama “Legge regionale del Dga, Disturbi da gioco d’azzardo”) e abbiamo tutelato la parte imprenditoriale.

Infatti, questi regolamenti davano una data espulsiva delle varie attività dei giochi legali. Con i regolamenti regionali, noi abbiamo fatto salve tutte le attività esistenti e con il regolamento approvato il 3 marzo 2020, alla fine di un iter durato 2 anni che abbiamo seguito in tutti gli step, abbiamo salvaguardato tutte le attività esistenti. Le nuove dovevano rispettare le distanze dai cosiddetti “luoghi sensibili”. Ma sono stati eliminati alcuni “luoghi sensibili” come i bancomat, … Che ci avrebbe imposto di essere distanti da noi stessi, perché una legge nazionale ci impone di avere un POS per l’uso del bancomat!

In un modo serio e condiviso abbiamo salvato 3mila aziende in Campania e circa 15-20mila occupati del settore. E anche gli investimenti: per attivare una sala Bingo ci vogliono 5 milioni di euro!

Un folle che aveva fatto questo investimento avrebbe dovuto chiudere una sala dove aveva speso questa cifra per ripetere lo stesso investimento in un’area periferica dove, peraltro, si sarebbero concentrati tutti i competitor.

È stato un ottimo risultato e devo ringraziare il presidente De Luca e la sua squadra ma anche le opposizioni che non hanno mai fatto ostruzionismo perché hanno capito che c’era buon senso da parte degli imprenditori. E insieme abbiamo portato a compimento questo percorso tutelando tutti. Il risultato al quale puntava la politica”.

In Piemonte non è andata così bene e le imprese rischiano di chiudere. C’è un rischio contagio dalle peggiori o dalle migliori Regioni?

“Nel portare a compimento le leggi c’è sempre qualche errore ma non serve parlarne. Bisogna però correggerli gli errori. Nelle nostre proposte, comprese quelle presentate nelle ultime settimane, noi chiediamo una moratoria di 18-24 mesi. Perché so bene che cambiare un regolamento diventa complicato. Le Amministrazioni sono cambiate e quella precedente ha portato a compimento un regolamento che quella in carica dovrebbe correggere senza averlo approvato. E diventa difficile. Io chiedo di concentrarci su una moratoria. Secondo me è un percorso più agile perché se un Governo emana una moratoria dell’entrata in vigore di questi regolamenti, prendiamo una boccata d’ossigeno e nel frattempo si cerca di costruire un regolamento nazionale che bypassa tutti i regolamenti regionali”.

Una moratoria regionale o nazionale?

“Se possibile, una moratoria regionale, ma altrimenti un intervento del Governo che sospenda tutti questi regolamenti regionali. Un Consiglio regionale potrebbe trovare delle difficoltà ad applicare una moratoria mentre un Governo centrale applica una moratoria nazionale che supera le varie leggi regionali”.

Questo aiuterebbe anche le gare per le concessioni, che ormai sono in proroga o in scadenza?

“Anche in questo noi abbiamo una proposta: una proroga non onerosa. Il 30 giugno scadono le concessioni e se non c’è una proroga non potremo nemmeno operare quando ce lo consentirà il Covid. La politica deve dimostrare di avere il coraggio di fare delle scelte: si vive un momento emergenziale? Allora anche nella parte economica e regolamentare che abbiano il coraggio di azzerare tutto per ripartire con nuove regole, che siano sostenibili.

Nel primo lockdown chiedevamo due cose: la riapertura e la partecipazione al riordino del settore.

Vorrei dire un’ultima cosa alla parte politica: le nostre attività sono chiuse con redditività pari a zero. Non è normale che si debba continuare a pagare le utenze o le rate dei lavori effettuati. E poi ci sono le famiglie da mantenere. Ma come possiamo reggere? Parliamo di oltre 12 mesi di chiusura. Per non parlare dell’illegalità e della disparità di trattamento: i tabacchi vengono ritenuti essenziali. Ma si fanno attività di gioco anche lì, nonostante i locali di piccole dimensioni. Mentre noi siamo chiusi da un anno nonostante gli spazi ampi e le misure di sicurezza molto più applicabili”.

Giampiero Moncada – PressGiochi