30 Settembre 2020 - 12:04

Caso Svezia. Sbordoni: “Leggere – bene – i dati per risolvere i conflitti”

Leggere – bene – i dati per risolvere i conflitti. Ad affermarlo è l’avvocato Stefano Sbordoni riferendosi al caso degli apparecchi da gioco in Svezia il cui dibatto è particolarmente

29 Giugno 2016

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Leggere – bene – i dati per risolvere i conflitti. Ad affermarlo è l’avvocato Stefano Sbordoni riferendosi al caso degli apparecchi da gioco in Svezia il cui dibatto è particolarmente acceso.

“La Svenska Spel – spiega l’avvocato esperto in Gaming – ha una concessione del governo per gestire un numero massimo di 7.500 apparecchi. Uno studio commissionato dalle autorità svedesi evidenzia che dal 2008 – da quando il numero delle slot è andato via via riducendosi –  ad oggi, si è registrato un calo del ‘gioco problematico’, ma anche un incremento del numero dei giocatori con problemi gravi: cioè si parla di meno casi di gioco problematico e di più casi di dipendenza da gioco. Secondo l’Agenzia della Salute Pubblica – l’ente governativo preposto allo studio – la quota di giocatori problematici è di circa l’1,7% della popolazione, di cui circa un quarto con una grave forma di dipendenza (quindi lo 0,42% della popolazione) che andrebbe trattata come tale. Il numero di persone con forme di vera dipendenza è passato dai 24.000 nel 2008 a 31.000 nel 2015. Di contro si registra un calo del gioco problematico a livello generale. Il calo è evidente in tutte le fasce d’età, tra gli uomini così come tra le donne, salvo rare eccezioni. Un aumento si registra tra le donne di età compresa tra i 45 e i 64 anni. Per quanto riguarda gli uomini ci sarebbero meno casi di gioco problematico tra i 18 e i 24 anni e più casi nella fascia d’età 25-44 anni.

 

L’esito dello studio governativo è quindi che la progressiva riduzione del numero degli apparecchi da gioco a vincita sul mercato, come unica soluzione, non contribuisce a ridurre il gioco d’azzardo patologico. Di questo studio dovrebbero far tesoro i nostri governanti, se vogliono veramente ridurre quei casi – peraltro ancora non supportati scientificamente – di gioco patologico in Italia, senza andare ad interferire sugli 8,8 milioni  di euro di entrate.

 

Da noi, in questi giorni – come è peraltro oramai consueto – è ripreso il dibattito politico, alla luce dei nuovi insediamenti a seguito delle elezioni amministrative in vari comuni italiani, su quanto il gioco pubblico debba essere regolamentato e/o addirittura in alcuni casi limite bandito totalmente.

 

Mentre assistiamo alla pubblicazione di regolamenti che individuano luoghi sensibili sempre più bizzarri, nella legge regionale del Piemonte – che il Consiglio dei Ministri ha deciso scientemente di non impugnare, dando a parere di chi scrive un segnale negativo all’intero settore e legittimando al contrario la politica umorale del governo del territorio – si parla di movicentro e stazioni ferroviarie, mentre il settore dei giochi e delle scommesse continua a garantire entrare all’erario a beneficio dell’intera comunità.

 

I dati pubblicati dalla relazione della Corte dei Conti sul Rendiconto Generale dello Stato sono esaustivi a tal  proposito: nel 2015 il settore dei giochi ha garantito entrate erariali per 8,8 miliardi, per un incremento del 6% rispetto all’anno precedente. Negli ultimi cinque anni l’aumento delle giocate di circa 27 miliardi è stato accompagnato da una flessione dell’incasso erariale per 300 milioni. E ciò non è dovuto ad una tassazione bassa come i più superficiali commentatori sostengono, bensì ad un effetto compressione che il legislatore nella Stabilità 2016 ha ben considerato: è cioè possibile mantenere lo stesso gettito erariale contenendo ed ottimizzando sia l’offerta che in particolare la sua distribuzione. La riduzione da 22.000 a 15.000 punti di vendita di gioco sul territorio (ben il 32%) oltre a quella di pari volume degli apparecchi da intrattenimento prevista dalla citata norma, vanno già in questa direzione. Al contrario un’eccessiva compressione e\o penalizzazione mal concertata porterebbe quei numeri dalla trasparenza – che significa controllo di legalità, tracciamento delle attività criminose, possibilità d’intervento, cura e contenimento degli effetti patologici compulsivi – al “nero”. Effetto già sperimentato.

 

Forse in sede di Conferenza Unificata dovrebbero essere ben rappresentate queste circostanze: se i governi del territorio continueranno con questa politica qualunquista, ci si è chiesti e si è valutato quali saranno gli effetti nel medio periodo? Da dove verranno gli 8,8 miliardi euro? O forse si vuole credere alla baggianata dei costi sociali pari al gettito da giochi?  Un argomento tanto fasullo quanto pericoloso.  Invece di tutelare l’industria sana dei giochi pur avendone gli strumenti normativi (Decreto Balduzzi, Delega Fiscale ed infine Legge di Stabilità 2016), si vuole ancora pensare che gli altri poteri (quello giudiziario per eccellenza) si prendano la briga di risolvere il conflitto Stato-Regioni, che se non risolto immediatamente – almeno relativamente al settore – può causare danni irrimediabili?

 

Anche nel resto di quello che rimane dell’Europa, il dibatto connesso ad eventuali forme di dipendenza del gioco pubblico è molto acceso. Nell’evoluta Svezia il governo ha fatto il suo, e commissionato lo Studio di cui sopra. Almeno prendiamo esempio”.

PressGiochi