14 Gennaio 2026 - 05:26

Biondi (Doxa SpA) a PressGiochi: «Educare al gioco responsabile significa accompagnare, non vietare»

Mettere il giocatore davvero al centro significa comprenderne bisogni, abitudini e motivazioni, senza stigmatizzazioni né semplificazioni. In questa intervista pubblicata sull’ultima edizione di PressGiochi MAG, Sonia Biondi – Business Unit

24 Dicembre 2025

Mettere il giocatore davvero al centro significa comprenderne bisogni, abitudini e motivazioni, senza stigmatizzazioni né semplificazioni. In questa intervista pubblicata sull’ultima edizione di PressGiochi MAG, Sonia Biondi – Business Unit Manager di Doxa e studiosa da oltre vent’anni dei comportamenti di gioco – analizza l’evoluzione del giocatore fisico nell’era digitale, il ruolo chiave delle sale e degli esercenti, e l’efficacia delle cosiddette “spinte gentili” nella promozione di un’esperienza di gioco responsabile. Un confronto che parte dall’osservazione diretta dei comportamenti per arrivare a una visione più umana, sociale e consapevole del gioco legale.

Sonia Biondi vanta oltre trent’anni di esperienza nel settore delle ricerche di mercato, è attualmente Business Unit Manager presso Doxa SpA. Da oltre dieci anni è anche docente presso quattro università italiane, dove si occupa di analisi e ricerche di mercato, digital marketing e strategie di business. Segue il settore del Game da oltre vent’anni, osservando e studiando i cambiamenti e le evoluzioni che hanno trasformato il mercato e i comportamenti dei giocatori. Nel tempo ha analizzato trend, dinamiche e profili di player, approfondendo le motivazioni psicologiche e sociali che guidano le scelte di gioco.

Vista la sua grande esperienza di ricerca all’interno delle sale giochi, parliamo del giocatore che predilige il gioco fisico. Chi è oggi e cosa lo distingue dal giocatore online?

“Il giocatore fisico è una figura che costruisce un legame profondo con il luogo in cui gioca. Non si tratta solo di una scelta logistica, ma di una vera e propria routine emotiva. Questi giocatori prediligono ambienti familiari, che conoscono e dove si sentono accolti: sale bingo, sale scommesse, sale gioco. Il contesto è fondamentale. L’ambiente, gli operatori, le persone che lo circondano diventano parte integrante della sua esperienza di svago. Il gioco è anche socialità, confronto, appartenenza.

Dal punto di vista demografico, l’età media si aggira intorno ai 45 anni, anche se ci sono sia più giovani che più adulti. Sono persone semplici, discrete, che trovano nel gioco fisico un momento di estraniazione, di divertimento, di pausa dalla quotidianità, di socialità. Solo una piccola percentuale dei giocatori fisici – circa il 20% – è anche un giocatore online. Questo dato conferma quanto siano diversi i due mondi, non solo per modalità di gioco, ma anche per stile di vita, motivazioni e bisogni”.

Con la grande diffusione del digitale, come è cambiato l’approccio al gioco da parte dell’utente?

“Il digitale ha cambiato radicalmente il modo in cui le persone si approcciano al gioco, ma più che altro ha trasformato l’approccio del giocatore online. Chi predilige il gioco nei punti vendita o nelle sale giochi, dove operano le concessionarie legali, vive un’esperienza completamente diversa. È un’esperienza più sociale, più tangibile, legata al contesto fisico e all’interazione diretta. Il giocatore online invece può accedere al gioco in qualsiasi momento, dal proprio telefono, da casa, mentre è in viaggio, senza vincoli di orari o di luogo. In sintesi, il digitale ha frammentato il mercato e ha creato due profili di giocatori molto diversi, con esigenze e comportamenti distinti. E questo cambiamento richiede un adattamento continuo da parte degli operatori, sia nel mondo fisico che in quello online”.

Dopo anni di osservazione diretta, quali strumenti si sono rivelati più efficaci nella prevenzione del gioco problematico?

“Devo dire che, nonostante gli sforzi normativi e istituzionali, ho visto ben pochi provvedimenti che siano riusciti davvero a imprimere una direzione positiva e concreta verso il gioco responsabile. Il punto è che il giocatore, se vuole giocare, lo fa comunque. Anche quando le sale vengono spostate o allontanate dai punti nevralgici delle città, come previsto da alcune normative. Questo dimostra che non si può pensare di prevenire il gioco problematico semplicemente spostando i luoghi fisici: chi ha il desiderio di giocare troverà sempre un escamotage.

Lo stesso vale per le frasi istituzionali che vengono inserite nelle concessionarie o nelle comunicazioni ufficiali, sono necessarie, certo, ma dopo un po’ perdono efficacia. Le persone si abituano a vederle, non le leggono più. Serve educare, ma educare con gentilezza. La prevenzione non può basarsi sull’imposizione, ma deve passare attraverso un accompagnamento consapevole. Da anni, anche con alcune concessionarie, stiamo cercando di divulgare quello che io chiamo “il verbo della spinta gentile”. È un approccio che nasce dalle scienze comportamentali e che punta a orientare le scelte senza forzarle. Non si tratta di vietare, ma di creare contesti in cui il giocatore possa riflettere, scegliere, sentirsi parte di un percorso. Solo così si può costruire una vera cultura del gioco responsabile”.

Quanto conta, in questa prospettiva, il supporto e l’intervento dell’esercente?

“Il ruolo dell’esercente è centrale, direi quasi strategico. Parliamo ovviamente di contesti legali, di punti vendita autorizzati e sale gioco regolari, dove il rapporto con il giocatore è diretto e quotidiano. I giocatori fisici sono abitudinari: scelgono un luogo e ci tornano, perché lì si sentono a casa. La motivazione del gioco, per loro, non è solo legata alla possibilità di vincere, ma anche alla dimensione relazionale. Anche quando si gioca da soli, c’è sempre qualcuno intorno con cui scambiare una parola, condividere un pensiero, vivere un momento.

Nelle sale scommesse, ad esempio, il gioco diventa anche confronto: ci si sfida, si scambiano informazioni, si commentano gli eventi. In questo contesto, l’esercente non è solo un operatore, ma diventa un punto di riferimento, un confidente, quasi un compagno. Il giocatore torna in quel luogo perché sa che troverà qualcuno che lo accoglie, che lo conosce, che lo ascolta.

Ecco perché è fondamentale investire nella formazione degli operatori di gioco. Gli addetti che lavorano all’interno delle sale possono diventare loro stessi delle “spinte gentili”, capaci di intercettare segnali, di dire la parola giusta al momento giusto, di offrire una presenza che non giudica ma accompagna. Se preparati adeguatamente, possono essere i primi veri promotori di un gioco consapevole. E questo, a mio avviso, è il cuore del cambiamento: non l’imposizione, ma l’educare, perché credo fermamente che solo accompagnando il giocatore con rispetto e sensibilità si possa costruire una vera cultura del gioco responsabile”.

Quali elementi rendono davvero “responsabile” un’esperienza di gioco?

“Il gioco, in sé, non va demonizzato. Questo è un messaggio che ci arriva chiaramente dai giocatori stessi, che ci chiedono di non essere stigmatizzati, di non essere etichettati come persone che rovinano famiglie o si isolano dalla società. Il gioco è un’attività come tante altre, e può essere vissuto in modo sano, come forma di svago, di socialità, di rilascio di endorfine positive che fanno bene anche al benessere fisico e mentale. È fondamentale che il giocatore riesca a darsi dei limiti: di tempo, di spesa, di frequenza. E che riesca a riconoscere quando è il momento di fermarsi.

Per questo è importante evitare la stigmatizzazione. Se l’opinione pubblica continua a dipingere il giocatore come una figura negativa, il rischio è che si chiuda in sé stesso, che si autoescluda, e che finisca per aderire a quell’etichetta. È il classico meccanismo della profezia che si autoavvera. Invece, dobbiamo restituire al gioco un alone di positività, valorizzare il suo “lato luminoso”, per usare una metafora: non il dark side of the moon, ma il light side.

Quando il gioco è vissuto in modo sano, il giocatore stesso è in grado di autoregolarsi. E oggi, grazie alla tecnologia, ci sono strumenti molto utili in questo senso. Uno dei più richiesti dai giocatori – come emerso anche da recenti ricerche – è l’app di auto-monitoraggio. Un’app che consente di impostare limiti di spesa e di tempo, e che avvisa quando ci si sta avvicinando troppo a quei confini. È uno strumento semplice, personale, che sfrutta un dispositivo che ormai tutti abbiamo: lo smartphone. E che favorisce l’autodeterminazione, che è la chiave di un gioco davvero responsabile”.

I nudges possono davvero aiutare a prevenire il gioco patologico? In quali momenti del percorso del giocatore sono più efficaci?

“Assolutamente sì, ma con una precisazione importante: le spinte gentili non funzionano con i giocatori patologici. Chi è già caduto in una dipendenza ha bisogno di strumenti diversi, di percorsi terapeutici strutturati, spesso seguiti da psicologi o dai servizi territoriali come i Sert. Le spinte gentili, invece, sono efficaci per chi si trova ancora in una zona di confine, per chi si avvicina al gioco o lo pratica in modo saltuario.

I nudges sono interventi semplici, discreti, che suggeriscono una via alternativa rispetto a una decisione impulsiva o inconsapevole. Si basano sulle euristiche, cioè su quei meccanismi, scorciatoie mentali che tutti noi utilizziamo per prendere decisioni rapide, spesso senza pensarci troppo.

Faccio un esempio concreto: quando si gioca alle slot machine, alle VLT o si acquistano gratta e vinci in modo ripetuto, la decisione è spesso automatica, impulsiva. Il tempo passa senza che ce ne si accorga, si entra in una sorta di flusso ipnotico. Ecco, le spinte gentili intervengono proprio lì, in quel momento. Possono essere un messaggio visivo o sonoro che ricorda al giocatore quanto tempo è passato, oppure un’interruzione gentile da parte dell’esercente che offre un caffè, una pausa, un gesto umano che rompe la routine. Ecco dove le spinte gentili possono intervenire: per interrompere quel flusso, per far emergere la consapevolezza.

 

PressGiochi MAG – Cristina Doganini